Capitolo 6 - È l’amore che porterà l’unificazione

La forza della religione volge la gente verso il bene

Il 2 agosto 1990, il presidente iracheno Saddam Hussein invase il Kuwait, facendo scoppiare la guerra nel Golfo Persico. Da tempo quell’area era una polveriera e sentivo che il mondo stava andando verso una guerra. Giunsi alla conclusione che i leader cristiani e musulmani avrebbero dovuto incontrarsi per porre fine al conflitto. Mi misi rapidamente in azione per fare tutto quello che era nelle mie possibilità, per fermare una guerra in cui sicuramente sarebbero morte persone innocenti.

Il 2 ottobre convocai con brevissimo preavviso una riunione d’emergenza del Consiglio delle Religioni del Mondo al Cairo, in Egitto, per presentare il mio urgente messaggio di pace alle più alte autorità spirituali del Medio Oriente e del mondo islamico. Molti si chiesero perché proprio io, una persona senza alcun apparente legame con il Medio Oriente, avessi organizzato un simile incontro. Per me la questione è semplice: credo che tutte le religioni debbano contribuire alla pace mondiale. Un conflitto tra il Cristianesimo e l’Islam sarebbe decisamente peggiore di quello tra la democrazia e il comunismo. Non c’è niente di più spaventoso della guerra di religione.

Mandai un messaggio, supplicando il presidente George H. W. Bush, che stava già cercando di circoscrivere il conflitto, affinché evitasse un’azione di guerra nel mondo arabo e operasse invece per ottenere la ritirata di Saddam Hussein con mezzi diplomatici. Il Presidente Bush magari pensava di fare guerra al solo Iraq, ma la cosa non sarebbe stata interpretata in questo modo nel mondo islamico. Per i Musulmani, la religione è in una posizione più elevata rispetto alla nazione o allo stato. Ero veramente preoccupato che, se l’Iraq fosse stato attaccato, il mondo arabo si sarebbe potuto coalizzare per contrastare gli Stati Uniti e il mondo cristiano.

La nostra riunione d’emergenza al Cairo coinvolse importanti capi islamici di nove paesi, e tra essi i gran muftì di Siria e Yemen. Il fulcro della riunione era il mio appello disperato al mondo arabo e islamico perché respingesse la tesi di Saddam Hussein, secondo il quale ci si trovava di fronte a una guerra santa. Sia che avessero prevalso gli Stati Uniti, sia che avesse prevalso l’Iraq, cosa ne sarebbe venuto di buono? A che sarebbe valso, se ciò avesse implicato una pioggia di bombe e la distruzione di case, scuole e preziose, innocenti vite umane?

La conferenza del Cairo è stata una soltanto delle tante nostre attività di pace. Ogni volta che è insorta una crisi nel Medio Oriente, i nostri membri hanno lavorato senza paura, rischiando la vita nel teatro degli scontri. Per anni, in mezzo alla violenza e al terrorismo in Israele e Palestina, i nostri membri, attivandosi tempestivamente, hanno collaborato con le principali organizzazioni operanti per la pace.

Sono sempre a disagio quando devo inviare i nostri membri in luoghi dove la loro vita è in pericolo, ma questo è inevitabile quando si lavora per la causa della pace. Posso trovarmi in Brasile a dissodare il terreno sotto un sole cocente, oppure in Africa a parlare in luoghi remoti, ma il mio cuore è rivolto costantemente a quei membri che continuano a operare nell’ambiente rischioso del Medio Oriente. Prego che la pace possa venire presto nel mondo, così che non avrò più bisogno di chiedere ai nostri membri di andare in quei luoghi di morte.

L’11 settembre 2001 siamo rimasti tutti inorriditi quando le torri gemelle del World Trade Center di New York City sono state distrutte dai terroristi. Secondo alcuni commentatori, si sarebbe trattato dell’inevitabile scontro di civiltà tra l’Islam e il Cristianesimo. Il mio punto di vista, però, è diverso. Nella loro forma più pura, Islam e Cristianesimo non sono religioni di conflitto e scontro. Entrambe attribuiscono grande importanza alla pace. Secondo me, è frutto di fanatismo ritenere che tutti i Musulmani siano radicali, così com’è frutto di fanatismo considerare fondamentalmente differenti l’Islam e il Cristianesimo. Tutte le religioni condividono la stessa essenza.

Come prima risposta, subito dopo il crollo delle torri, organizzai la preghiera e l’assistenza alle vittime ed ai soccorritori al Ground Zero da parte dei capi religiosi di New York e di tutta la nazione. Successivamente, in ottobre, convocai una grande conferenza interreligiosa per la pace a New York City. Il nostro fu il primo incontro internazionale dopo la tragedia.

Questi eccezionali contributi alla pace, offerti nei periodi di guerra, non sorgono dal nulla. Nel corso dei decenni precedenti, ho investito molto nella promozione dell’armonia interreligiosa. È sulla fondazione di questi investimenti che abbiamo conquistato la fiducia dei maggiori capi religiosi, i quali sono venuti in Israele durante l’Intifada e a New York City sulla scia degli attacchi dell’11 settembre.

Nel 1984, ho riunito quaranta studiosi di religione, incaricandoli di confrontare gli insegnamenti impartiti nei testi sacri del Cristianesimo, dell’Islam, del Buddismo e delle altre principali religioni del mondo. Il libro che è nato dalla loro ricerca è «World Scripture: A Comparative Anthology of Sacred Texts», pubblicato nel 1991. Questo libro conferma che i testi sacri delle religioni tramandano insegnamenti del tutto identici, o molto simili, in più del 70% dei casi. Il rimanente 30% è costituito da insegnamenti che esprimono aspetti specifici di ciascuna religione. Ciò significa che i contenuti delle principali religioni del mondo sono in gran parte uguali nella loro essenza. Lo stesso si può dire della pratica religiosa. Se guardiamo all’aspetto esteriore, vediamo che alcuni fedeli indossano turbanti, alcuni mettono al collo dei rosari, altri portano una croce; interiormente però tutti ricercano le verità fondamentali dell’universo e cercano di comprendere la volontà dell’unico Dio.

Spesso, gli uomini diventano amici anche se tutto quel che hanno in comune è un medesimo, particolare hobby. Quando due estranei s’incontrano e scoprono di essere nati nella stessa città, possono subito rapportarsi tra loro, come se si conoscessero da decenni. Perciò è davvero tragico che le religioni, pur condividendo gli stessi insegnamenti in più del 70% dei casi, stiano ancora lottando per comprendersi e comunicare felicemente tra loro. Potrebbero parlare delle cose che hanno in comune e prendersi per mano; invece sottolineano le rispettive differenze e si criticano a vicenda.

Tutte le religioni del mondo parlano di pace e d’amore, eppure si combattono tra loro per la pace e l’amore. Israeliani e Palestinesi parlano di pace e giustizia, ma da tutte e due le parti praticano la violenza, così che i loro figli soffrono e muoiono. L’Ebraismo, la religione d’Israele, è una religione di pace e lo stesso è vero per l’Islam.

La nostra esperienza nella redazione dell’opera «World Scripture», ci porta a credere che non sono le religioni ed essere in errore, ma che è inappropriato il modo in cui le fedi sono insegnate. Una spiegazione sbagliata della fede porta al pregiudizio e il pregiudizio porta al conflitto. Dopo l’attentato dell’11 settembre i Musulmani sono stati etichettati come terroristi, ma la maggior parte di loro è costituita da famiglie semplici e devote e da persone che amano la pace, proprio come noi.

Lo scomparso Yasser Arafat ha guidato per molto tempo i palestinesi. Come tutti i leader politici, ha espresso speranze di pace, ma è stato allo stesso tempo ritenuto responsabile del conflitto in quella regione. Come presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Arafat ha dato voce alla determinazione delle popolazioni della striscia di Gaza e della Cisgiordania, di dar vita a uno stato palestinese indipendente. Molti pensano che egli avesse cambiato la propria posizione, cominciando a contrastare le organizzazioni estremiste, dopo essere stato eletto presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese nel 1996.

Nell’interesse della ricerca della pace in Medio Oriente, ho preso contatto con Arafat in dodici diverse occasioni. Naturalmente, le parole che gli ho rivolto non sono mai state esitanti. La strada di Dio è sempre quella dell’armonia, alla ricerca della pace. Il percorso per arrivare all’ufficio di Arafat era davvero arduo. Chi voleva incontrarlo doveva passare tra guardie armate fino ai denti e sottoporsi a non meno di tre successive perquisizioni; ogni volta però, all’arrivo dei nostri membri, Arafat, con in testa l’immancabile, tradizionale kefiah, ha sempre offerto loro un caldo benvenuto.

Relazioni di questo tipo non possono essere costruite in un giorno o due. Sono il risultato degli anni in cui ci siamo dedicati con sincerità e devozione alla causa della pace nel Medio Oriente. Sono stati i nostri ardui sforzi e la costante disponibilità a rischiare la vita in aree di conflitto, infestate dal terrorismo, ad aprirci la strada ed a permetterci di essere ben accolti nelle relazioni con i capi politici e religiosi a quei livelli. Abbiamo dovuto investire tante risorse. Alla fine, abbiamo potuto conquistare la fiducia sia di Arafat, sia degli esponenti di vertice d’Israele, i quali ci hanno consentito di svolgere un ruolo di mediazione in occasione delle recrudescenze del conflitto in Medio Oriente.

Visitai per la prima volta Gerusalemme nel 1965, prima della guerra dei Sei Giorni. Gerusalemme faceva ancora parte del territorio della Giordania. Andai sul Monte degli Olivi, dove Gesù aveva pregato e versato lacrime di sangue, appena prima di essere condotto al palazzo di Ponzio Pilato. Poggiai la mano su un olivo vecchio di duemila anni, che avrebbe potuto essere un testimone della preghiera di Gesù quella notte. Piantai tre chiodi in quell’albero, uno per l’Ebraismo, uno per il Cristianesimo e uno per l’Islam. Pregai perché giungesse presto il giorno in cui quelle tre famiglie di fede sarebbero diventate una sola. La pace non può venire nel mondo se Ebraismo, Cristianesimo e Islam non diventano un tutt’uno. Quei tre chiodi sono ancora lì.

L’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam sono aspramente divisi tra loro nel mondo d’oggi, ma vengono da una radice comune. Il tema che li divide è la loro interpretazione di Gesù. Per ovviare a questo problema, il 19 maggio 2003 chiesi ai Cristiani di moderare l’esaltazione della croce, nelle relazioni tra le religioni abramitiche. Così, tenemmo una cerimonia per la dismissione della croce. Portammo una croce dall’America, un paese di cultura prevalentemente cristiana, e la sotterrammo in Israele, nel Campo del Sangue, il terreno comprato coi trenta pezzi d’argento che Giuda aveva ricevuto in ricompensa per il tradimento, che aveva reso possibile la crocifissione di Gesù (1).

Più avanti quello stesso anno, il 23 dicembre, circa tremila Ambasciatori di Pace (2), in rappresentanza di tutte le religioni e provenienti da tutto il mondo, s’incontrarono a Gerusalemme, nel Parco dell’Indipendenza, con diciassettemila tra Israeliani e Palestinesi, per togliere simbolicamente dal capo di Gesù la corona di spine e sostituirla con una corona di pace.

Ci fu poi una marcia per la pace attraverso le vie di Gerusalemme. Le autorità locali autorizzarono la manifestazione e protessero il nostro progetto, mentre le famiglie ebree e palestinesi sostennero la nostra marcia ponendo una candela accesa al davanzale delle loro finestre. Con quella marcia, trasmessa in diretta tramite Internet in tutto il mondo, proclamai che era stata restituita a Gesù l’autorità di re della pace. Dopo secoli d’incomprensioni e divisioni, si era creata un’opportunità per la riconciliazione tra Cristianesimo, Ebraismo e Islam.

La moschea di Al Aqsa, il terzo più sacro tempio musulmano, dopo quelli della Mecca e di Medina, si trova a Gerusalemme. È costruita nel punto dal quale si dice che il profeta Maometto sia asceso al cielo. Il nostro fu l’unico gruppo religioso misto ad essere ammesso in tutti i settori di quel luogo di culto.

Gli imam della moschea accompagnarono nei suoi luoghi sacri i ministri religiosi cristiani ed ebrei, che avevano partecipato alla marcia della pace. Potemmo aprire una porta che era stata tenuta rigorosamente chiusa; preparammo così le condizioni per cui degli esponenti di spicco dell’Islam potessero comunicare a un livello nuovo con i loro fratelli e sorelle cristiani ed ebrei.

Gli uomini amano la pace, ma a loro piace anche il conflitto. Sono capaci di prendere anche gli animali più gentili e farli combattere gli uni contro gli altri. Assistono alla lotta dei galli, che si attaccano a beccate finché cominciano a volare brandelli di carne. Poi, quelle stesse persone si voltano a dire ai loro figli: «Non litigate con i vostri amici. Giocate tranquillamente».

La ragione fondamentale per cui scoppiano le guerre non è la religione o la razza. La vera ragione è collegata a qualcosa che sta in profondità nell’animo umano. La gente tende ad attribuire le cause dei conflitti armati a fattori quali la scienza o l’economia, ma il problema vero, fondamentale, sta negli uomini stessi.

Il ruolo della religione è quello di orientare l’uomo alla bontà ed eliminare la natura malvagia che prova soddisfazione nella lotta. Esaminiamo le maggiori religioni del mondo. Coltivano tutte l’ideale di un mondo di pace. Vogliono tutte vedere un regno dei cieli, un’utopia, un paradiso. Le religioni usano nomi diversi per definire questo ideale, ma tutte desiderano un mondo di questo tipo. Nel mondo ci sono tante religioni e ciascuna di esse è suddivisa in innumerevoli fazioni e confessioni. La speranza essenziale però è la stessa per tutte: ricercare il Regno dei Cieli e il mondo della pace. Il cuore dell’uomo è stato ridotto in pezzi dalla violenza e dall’inimicizia che sono dentro di noi. Il regno dell’amore lo guarirà.

Il fiume non rifiuta le acque dei suoi affluenti

L’egoismo dilaga nel mondo. Tuttavia, ironicamente, l’individuo viene distrutto dall’egoismo, e non solo l’individuo, ma anche coloro che gli stanno intorno e la nazione nel suo complesso. L’ostacolo più grande che si frappone alla pace nel mondo è la cupidigia che è nel cuore degli uomini. Essa parte dagli individui e si espande alle nazioni. I cuori preda della cupidigia causano divisione e conflitto a tutti i livelli. Innumerevoli persone, lungo tutto il corso della storia, hanno versato il sangue e sono morte in conflitti causati dalla cupidigia.

Per eliminare questi conflitti, abbiamo bisogno di una grande rivoluzione, capace di cambiare i valori e i pensieri errati così diffusi nel mondo di oggi. I complessi problemi che la nostra società ha di fronte potranno essere risolti velocemente se ci sarà una rivoluzione nel modo di pensare della gente. Se ogni persona ed ogni nazione cominciassero a prendersi cura prima delle altre che di se stessa, lavorando insieme con l’altra, i problemi della società moderna saranno risolti.

Per tutto il corso della mia vita, mi sono dedicato all’impegno per la pace. Ogni volta che si parla di pace, io mi emoziono. Le lacrime mi spuntano dagli occhi, perdo la voce e non riesco a deglutire. Sono profondamente commosso al solo immaginare il giorno in cui il mondo diventerà un tutt’uno e inizierà ad assaporare la pace. Questa è la natura della pace; essa mette in relazione persone che la pensano diversamente, appartengono a razze diverse e parlano lingue diverse. Il nostro cuore aspira a quel mondo e coltiva la speranza che un giorno lo si veda realizzato.

In ogni caso, la pace viene dalle azioni concrete e non basta averne un sogno vago. Costruire un movimento per la pace però non è sempre stato facile. Si sono presentate tante difficoltà e c’è stato bisogno d’investire tanti soldi. Non l’ho fatto per la mia reputazione personale, o per ricavarne un profitto. Tutto ciò che ho fatto è stato dedicare tutti i miei sforzi perché potessimo avere un mondo in cui si radicasse una pace forte e vera. Per tutto il tempo che ho fatto questo, non sono mai stato solo. In definitiva, la pace è il desiderio di tutti gli uomini del mondo. Che strano! Tutti vogliono la pace, ma quella ancora non arriva.

È facile parlare di pace, ma non è facile stabilirla. Questo accade perché la gente mette da parte il principio più elementare, indispensabile per realizzare un mondo di pace. La gente fa finta di non sapere neppure dell’esistenza di questa verità. Prima di parlare della pace tra gli uomini o tra le nazioni, dobbiamo parlare della pace tra noi stessi e Dio. Oggi ciascuna religione si considera la più elevata, e respinge e disprezza le altre, ma non è giusto innalzare steccati contro le altre religioni e confessioni.

La religione è come un ampio fiume che scorre verso un mondo ideale e pacifico. Il fiume percorre lunghe distanze prima di giungere al vasto oceano della pace. Sul suo percorso riceve tanti affluenti, che cessano di essere tali dal punto in cui incontrano il fiume principale. Da quel punto in avanti, anch’essi diventano parte di quel fiume. In questo modo diventano un tutt’uno. Il fiume non rifiuta nessuno degli altri corsi d’acqua che vi si gettano. Li accetta tutti. Accoglie tutti i torrenti e forma un’unica corrente, che continua il suo viaggio fino al mare. La gente d’oggi non comprende questa semplice verità. Gli affluenti che si accostano al fiume e vi riversano le loro acque sono le numerose religioni e confessioni odierne. Ciascun rigagnolo ha la propria origine da una sorgente diversa, ma tutti si dirigono verso la stessa destinazione.

Questa terra non avrà mai pace finché non avremo abbattuto i muri tra le religioni. Per migliaia di anni, le religioni sono cresciute in simbiosi con specifici gruppi etnici, e per questo sono circondate da alte muraglie culturali, la cui demolizione è un compito estremamente difficile. Per migliaia di anni, ciascuna religione si è circondata di queste alte mura, pretendendo di essere l’unica religione veritiera. In taluni casi, le religioni hanno espanso la propria influenza e hanno intrapreso conflitti e lotte con le altre religioni, usando il nome di Dio in attività che non avevano nulla a che fare con la Sua volontà.

La volontà di Dio è diretta alla pace. Un mondo frammentato da differenze di nazionalità, razza e religione, dove i popoli si aggrediscono, lottano tra loro e versano invano il loro sangue, non è quello che Dio vuole. Quando spargiamo sangue e combattiamo tra noi nel Suo nome, gli causiamo solo tanta sofferenza. Un mondo ridotto in brandelli è il risultato del desiderio dei popoli di perseguire la propria esclusiva ricchezza e gloria. Tutto ciò non riflette la volontà di Dio. Dio me l’ha detto chiaramente. Io sono soltanto il Suo garzone, che riceve la Sua parola e la diffonde sulla terra.

Il percorso per realizzare un mondo di pace, nel quale le religioni e le razze si uniscano tra loro, è stato estenuante. Molte volte la gente mi ha rifiutato, e altre volte non sono stato all’altezza del compito, ma non ho mai potuto abbandonare questa missione. Quando i membri e i colleghi che lavoravano con me piangevano di disperazione per le difficoltà del loro compito, giungevo ad invidiarli: «Se decidete che questa strada non fa per voi, potete scegliere di fermarvi e tornare indietro – dicevo loro – altrimenti, se continuate a provare e non ci riuscite, avete comunque la possibilità di morire provando. Ma di me dovete avere compassione: io non ho questa libertà di scelta».

Ci sono poco meno di duecento nazioni nel mondo. Perché tutte queste nazioni possano avere la pace, è assolutamente necessaria la forza della religione. La forza della religione sta nell’amore che trabocca da essa. Io sono un uomo di religione il cui ruolo è comunicare amore, così è naturale che io operi per la pace mondiale. Non c’è differenza tra l’Islam e il Cristianesimo, nel loro impegno volto a realizzare un mondo di pace.

In America, guido un movimento per la pace che raccoglie migliaia di ministri religiosi e va oltre le singole confessioni. In questo movimento discutiamo di come le genti di tutte le religioni (Cristiani, Musulmani, Ebrei, Buddisti, etc.) possano incontrarsi. Dedichiamo tutti i nostri sforzi a cambiare il cuore indurito della gente.

Il mio scopo oggi è lo stesso che avevo anche ieri. È quello di creare un unico mondo con Dio al centro, un mondo riunificato in una sola nazione, senza confini. Tutti gli esseri umani saranno cittadini di questo mondo e condivideranno una cultura d’amore. In quel mondo non saranno possibili divisioni e conflitti. Da lì prenderà inizio un vero mondo di pace.

«Consenta la libertà di religione nell’Unione Sovietica»

Vi sono svariate teorie, elaborate su basi materialiste, molto popolari ma non verificate. Una di queste è la teoria dell’evoluzione di Darwin. Un’altra deriva dagli scritti di Karl Marx. L’idea che lo spirito sia originato dalla materia è sbagliata alla radice. Gli uomini sono stati creati da Dio e tutti gli esseri esistenti sono corpi unificati, che possiedono aspetti sia materiali che spirituali. Per farla breve, l’essenza della teoria filosofica sulla quale si fonda il comunismo è sbagliata.

Al tempo dei miei studi in Giappone, ho lavorato insieme a dei comunisti per la liberazione della nostra patria. Questi erano miei buoni amici, pronti a dare le loro vite, se necessario, per la liberazione della Corea; il nostro modo di pensare, tuttavia, era fondamentalmente diverso. Così, una volta ottenuta l’indipendenza, le nostre strade si separarono.

Io sono contrario al materialismo storico dei comunisti. Ho fondato e condotto un movimento, attivo in tutto il mondo, per la vittoria sul comunismo. Ho consigliato, ai presidenti che si sono avvicendati al governo degli Stati Uniti, di proteggere il mondo libero, contrastando la strategia comunista che voleva far diventare rosso tutto il mondo. Le nazioni comuniste non hanno gradito le mie attività ed hanno cercato di eliminarmi con la violenza, ma non serbo odio verso di loro e neppure le considero mie nemiche. Sono contrario alla filosofia e all’ideologia del comunismo, ma non ho mai odiato le persone che le seguono. Dio vuole ricondurre all’unità con lui tutti gli uomini, compresi i comunisti.

In questo senso, il mio viaggio a Mosca nell’aprile del 1990, per incontrare il presidente Mikhail Gorbachev, e il mio viaggio a Pyongyang l’anno successivo, per incontrare il presidente Kim Il Sung, non furono semplici gite turistiche; andai lì mettendo a rischio la mia vita. Era mio destino compiere quei viaggi per comunicare a quegli uomini la volontà del Cielo. Scherzavo solo per metà, quella volta che dissi che Moscow, il nome della città di Mosca in inglese, suona simile a «must go» (devo andare), e perciò dovevo andarci.

Avevo sul comunismo delle convinzioni radicate da tempo. Avevo previsto che i primi segni del crollo del comunismo avrebbero cominciato a mostrarsi circa sessant’anni dopo la rivoluzione bolscevica, e la struttura sovietica sarebbe crollata nel 1987, il settantesimo anniversario della rivoluzione. Così, fui particolarmente entusiasta quando sentii dire che il professor Morton Kaplan, un eminente studioso di politica dell’Università di Chicago, aveva proposto di tenere una conferenza internazionale intitolata «La caduta dell’impero sovietico». Gli chiesi di venirmi a trovare nella prigione di Danbury in modo che potessimo discuterne dettagliatamente. La prima cosa che gli dissi, quando c’incontrammo, fu che avrei voluto sentirgli dichiarare «la fine del comunismo sovietico» prima del 15 agosto di quell’anno.

Il professor Kaplan mi rispose: «Dichiarare la fine del comunismo sovietico? Come posso sostenere una tesi così rischiosa?» ed affermò di non essere disposto a farlo. Nel 1985, l’anno in cui si sarebbe svolta la conferenza, l’autorità dell’Unione Sovietica a livello mondiale era in espansione e non c’erano segni visibili del suo declino. È proprio la fiamma finale, però, quella che bruciando dà più luce. D’altronde, era naturale che il prof. Kaplan fosse riluttante. Se avesse rilasciato una dichiarazione che avesse previsto quello specifico avvenimento, ed essa si fosse rivelata falsa, la sua reputazione in ambito scientifico sarebbe stata distrutta dall’oggi al domani.

«Reverendo Moon - mi disse - io le credo quando mi dice che il comunismo sovietico crollerà. Ma non credo che questo accadrà nel breve termine. Che ne dice se, invece di annunciare “la fine del comunismo sovietico”, parlassimo del “declino del comunismo sovietico?”». Io esplosi di collera, quando sentii che mi proponeva di ammorbidire il titolo in toni diversi rispetto a «la fine dell’Impero Sovietico». Era un compromesso che non potevo accettare. Sentivo con forza che un uomo, quando nutre una convinzione, deve avere coraggio e investire tutta la sua energia nella lotta, anche se è spaventato.

«Professor Kaplan - risposi - che cosa vuol dire? Se le chiedo di dichiarare la fine del comunismo, ho un motivo. Il giorno in cui lei dichiara la fine del comunismo, quella stessa dichiarazione toglierà energia al comunismo e contribuirà a determinarne il crollo pacifico. Perché sta esitando?».

Alla fine, il professor Kaplan dichiarò effettivamente «la fine del comunismo sovietico» alla conferenza dell’Accademia dei professori per la pace mondiale (PWPA) che si tenne a Ginevra sul tema «La caduta dell’impero sovietico: prospettive per la transizione a un mondo postsovietico». Era qualcosa che nessuno aveva osato prendere in considerazione sino a quel momento.

Dal momento che la Svizzera era un paese neutrale, Ginevra era un’importante base operativa per il Comitato Sovietico per la Sicurezza Statale (KGB) e molti agenti del KGB lavoravano da lì per condurre azioni di spionaggio e terrorismo in tutto il mondo. L’Intercontinental Hotel, dove si teneva la conferenza della PWPA, si trovava di fronte all’ambasciata sovietica, così posso ben immaginare quanto il professor Kaplan dovesse sentirsi nervoso. Qualche anno dopo, però, divenne famoso come lo studioso che per primo aveva predetto la fine del comunismo sovietico.

Nell’aprile del 1990 convocai la World Media Conference (la Conferenza mondiale dei mezzi d’informazione) a Mosca. Inaspettatamente, il governo sovietico mi tributò un’accoglienza da capo di stato, fin dal mio arrivo all’aeroporto. Fummo accompagnati a Mosca con un corteo scortato dalla polizia. La vettura sulla quale ero salito percorreva la corsia gialla, che veniva utilizzata solamente dal presidente e dagli ospiti di stato. Ciò accadde prima del crollo dell’Unione Sovietica. Il governo sovietico concesse questo trattamento eccezionale a me, un anticomunista.

Alla conferenza, io diedi un discorso che elogiava il cambiamento verso la perestrojka. Dissi che quella rivoluzione doveva compiersi senza spargimento di sangue e doveva essere una rivoluzione della mente e dello spirito. Lo scopo della mia visita era quello di presenziare alla Conferenza mondiale dei mezzi d’informazione, ma la mia mente era concentrata sull’incontro che volevo avere con il presidente Gorbachev.

A quell’epoca, il presidente Gorbachev era molto popolare nell’Unione Sovietica, in seguito al successo della sua politica della perestrojka. Nel corso degli anni, ho potuto incontrare molti presidenti degli Stati Uniti, ma incontrare il presidente Gorbachev fu molto più difficile. Temevo che sarebbe stato difficile ottenere anche un solo breve incontro. Dovevo affidargli un messaggio, ed era importante che glielo dessi personalmente. Egli stava riformando l’Unione Sovietica, dando vigore alle speranze di libertà, ma con il trascorrere del tempo incontrava sempre più opposizione. Se la situazione fosse rimasta senza controllo, si sarebbe trovato in grave pericolo.

Spiegai: «Se non m’incontra, non ha modo di cogliere l’onda della fortuna celeste e, se non fa questo, non durerà a lungo». Forse il presidente Gorbachev sentì l’espressione della mia preoccupazione. Il giorno successivo m’invitò al Cremlino. Viaggiai in una limousine messami a disposizione dal governo sovietico ed entrai nell’area più riservata del Cremlino.

Al nostro ingresso nell’ufficio presidenziale, mia moglie ed io ci mettemmo seduti, e i ministri dell’Unione Sovietica si sedettero accanto a noi. Il presidente Gorbachev ci offrì un largo sorriso e ci presentò un’appassionata spiegazione dei successi della sua politica della perestrojka. Mi portò poi in un salottino, dove c’incontrammo a quattr’occhi. Colsi quell’opportunità per dargli il mio messaggio: «Signor presidente, lei ha già avuto molto successo con la perestrojka, ma questa non sarà da sola sufficiente per completare le riforme. Lei deve immediatamente introdurre la libertà di religione nell’Unione Sovietica. Se lei cercherà di riformare soltanto il mondo materiale, senza coinvolgere Dio, la perestrojka sarà destinata a fallire. Il comunismo è finito. L’unica strada per salvare questa nazione è riconoscere la libertà di religione. Adesso è tempo che lei agisca con il coraggio che ha dimostrato nel riformare l’Unione Sovietica e divenga un presidente dedicato alla costruzione di un mondo di pace».

Il viso del presidente Gorbachev s’irrigidì quando menzionai la libertà religiosa, come se non si fosse aspettato che toccassimo quell’argomento. Tuttavia, com’era giusto attendersi dall’uomo che pochi mesi prima aveva acconsentito alla riunificazione della Germania, la sua espressione si fece subito più rilassata, mentre recepiva seriamente le mie parole. Continuai dicendo: «La Corea del Sud e l’Unione Sovietica devono stabilire relazioni diplomatiche. In quel contesto, inviti per una visita il presidente sudcoreano Roh Tae Woo». Gli illustrai anche una serie di ragioni per le quali sarebbe stato buono che i due paesi stabilissero rapporti diplomatici.

Dopo che ebbi esaurito tutto quello che avevo da dire, il presidente Gorbachev mi fece una promessa, con una sicurezza che non aveva espresso fino a quel punto: «Sono fiducioso - dichiarò - che le relazioni tra la Corea del Sud e l’Unione Sovietica si svilupperanno senza problemi. Anch’io credo che siano necessari la stabilità politica e l’allentamento delle tensioni nella penisola coreana. L’apertura delle relazioni diplomatiche con la Corea del Sud è solo una questione di tempo; non ci sono ostacoli. Come lei ha suggerito, io incontrerò il presidente Roh Tae Woo».

Quel giorno, quando fui sul punto di salutare il presidente Gorbachev, mi tolsi l’orologio e glielo misi al polso. Lui sembrò un po’ sconcertato che io lo trattassi come se fossimo stati vecchi amici. Così, gli dissi con decisione: «Ogni volta che le sue riforme si scontreranno con delle difficoltà, guardi quest’orologio e ricordi la promessa che mi ha fatto. Se lei farà questo, sicuramente il Cielo le aprirà una strada».

Come mi aveva promesso, il presidente Gorbachev incontrò il presidente Roh in un vertice bilaterale, tenutosi a San Francisco nel giugno di quell’anno. Poco dopo, il 30 settembre 1990, la Corea del Sud e l’Unione Sovietica firmarono un trattato storico e avviarono rapporti diplomatici per la prima volta dopo ottantasei anni. Naturalmente, la politica è il lavoro dei politici e la diplomazia è il lavoro dei diplomatici. A volte, tuttavia, quando una porta è rimasta chiusa per tanto tempo, un uomo di religione, che non ha in gioco interessi personali, può risultare più efficace nel portare a termine un certo compito.

Quattro anni dopo, il presidente e la signora Gorbachev visitarono Seul, e mia moglie e io li ospitammo nella nostra residenza di Hannam-Dong. Era già stato rimosso dalla sua carica a seguito di un colpo di stato. A seguito di una sommossa da parte delle forze contrarie alle riforme e alla perestrojka, si era dimesso dall’incarico di segretario generale del partito comunista sovietico e aveva sciolto il partito. Da comunista, aveva cancellato il partito sovietico.

L’ex presidente e sua moglie usarono i bastoncini per mangiare il «bulgogi» (un piatto delizioso a base di carne bovina marinata e grigliata) e il «jabchae» (una pietanza di spaghetti e verdure) che avevamo preparato per loro con grande cura. Quando fu loro servito come dessert il «sujeonggwa» (una bevanda fredda, dolce e rinfrescante, fatta con i cachi) Gorbachev ripeté varie volte: «La Corea ha squisite ricette tradizionali». Entrambi apparvero rilassati e molto diversi rispetto ai giorni tesi in cui il marito ricopriva la carica di presidente. La signora Gorbachev, che era stata in precedenza un’irriducibile marxista-leninista e aveva insegnato all’università statale di Mosca, portava una collana con un crocefisso.

«Signor presidente, lei ha fatto una cosa grande» gli dissi; «ha lasciato la posizione di segretario generale del partito comunista, ma ora è il presidente della pace. Grazie alla sua saggezza e al suo coraggio, abbiamo adesso la possibilità di portare la pace al mondo. Lei ha fatto la cosa più importante, più imperitura e più bella: lei è un eroe della pace, che ha compiuto l’opera di Dio. Nella storia della Russia, il nome che sarà ricordato e onorato per sempre non sarà quello di Marx, Lenin o Stalin, sarà quello di Mikhail Gorbachev».

Tributai l’elogio più alto alla scelta di Gorbachev, che aveva deciso di sciogliere l’Unione Sovietica, il paese natale del comunismo, senza spargimento di sangue. Gorbachev mi rispose: «Reverendo Moon, le sue parole mi hanno molto confortato. Il suo apprezzamento mi dà grande energia. Dedicherò il resto della mia vita a progetti al servizio della pace mondiale». E mi strinse con forza la mano.

L’unificazione della Corea porterà all’unificazione del mondo

Uscendo dal Cremlino, dopo aver incontrato Gorbachev, mi volsi a Bo Hi Pak, che mi aveva accompagnato fin lì, e gli affidai un incarico speciale: «Devo incontrare il presidente Kim Il Sung prima della fine del 1991». Gli spiegai: «Non c’è tempo. L’Unione Sovietica scomparirà nel volgere di un anno o due. Il problema adesso è la nostra nazione. Devo a tutti i costi incontrare il presidente Kim e impedire che scoppi una guerra nella penisola coreana».

Sapevo che, quando fosse crollata l’Unione Sovietica, sarebbero caduti insieme ad essa gran parte degli altri regimi comunisti in giro per il mondo. La Corea del Nord si sarebbe sentita stretta in un angolo, e non era prevedibile quale azione provocatoria avrebbe potuto attuare. L’ossessione della Corea del Nord per le armi nucleari rendeva la situazione ancor più preoccupante. Per scongiurare una guerra con la Corea del Nord ci serviva un canale per dialogare con il suo governo, ma in quella fase non ne avevamo alcuno. In una qualche maniera dovevo incontrare il presidente Kim e farmi promettere che non avrebbe sferrato il primo colpo contro la Corea del Sud.

La penisola coreana è un microcosmo del mondo. Se si fosse versato del sangue in Corea, lo spargimento di sangue si sarebbe esteso al mondo. Se si fosse raggiunta una riconciliazione nella penisola, ci sarebbe stata riconciliazione nel mondo. Se avessimo unificato la penisola, questo avrebbe prodotto l’unificazione a livello mondiale. Tuttavia, a partire dalla fine degli anni ‘80, la Corea del Nord aveva lavorato alacremente per munirsi di un arsenale nucleare. I paesi occidentali avevano preannunciato che avrebbero mosso un attacco contro la Corea del Nord, se ciò fosse risultato necessario. Se la situazione avesse continuato a estremizzarsi, la Corea del Nord avrebbe potuto tentare un’imponderabile mossa disperata.

Sapevo, perciò, che dovevo aprire un canale di comunicazione con la Corea del Nord. Non si trattava di un compito facile. Bo Hi Pak prese contatto con il vice primo ministro nordcoreano Kim Dal Hyun, ma la risposta fu irrefutabilmente negativa. «Il popolo nordcoreano conosce il presidente Moon solamente come il capobanda del movimento internazionale per la vittoria sul comunismo», disse il vice primo ministro. «Perché mai dovremmo dare il benvenuto al capo di un gruppo conservatore e anticomunista? Una visita in Corea del Nord, da parte del presidente Moon, non può assolutamente essere permessa».

Bo Hi Pak non si arrese: «Il presidente degli Stati Uniti Nixon era un convinto anticomunista - ricordò al funzionario nordcoreano - ma nonostante ciò ha visitato la Cina, ha incontrato il presidente Mao Tse Tung, ed ha inaugurato rapporti diplomatici tra quei due Paesi. È stata la Cina a trarre profitto da questo. Fino ad allora, la Cina era stata etichettata come una nazione aggressiva, ma adesso sta assumendo un ruolo centrale sul palcoscenico mondiale. Anche la Corea del Nord, per acquistare credibilità internazionale, dovrebbe stabilire legami d’amicizia con un anticomunista di caratura mondiale come il presidente Moon».

Alla fine, il presidente Kim Il Sung invitò mia moglie e me il 30 novembre 1991. A quel tempo ci trovavamo nelle Hawaii, così potemmo arrivare velocemente a Pechino. Mentre aspettavamo nella sala delle personalità dell’aeroporto internazionale Capital di Pechino, che il governo cinese aveva preparato per noi, venne a trovarci un rappresentante del governo nordcoreano che ci consegnò gli inviti ufficiali. Sui documenti era chiaramente visibile il sigillo ufficiale del governo di Pyongyang.

«La Repubblica Democratica Popolare di Corea ha il piacere d’invitare il presidente Moon Sun Myung (3) della Federation for World Peace, la sua signora e il suo seguito, a visitare la repubblica. La loro sicurezza è garantita durante il loro periodo di permanenza nel Nord». Era firmato: «Kim Dal Hyun, vice primo ministro, Consiglio dei Ministri della Repubblica Democratica Popolare di Corea, 30 novembre 1991».

Il nostro gruppo s’imbarcò su un volo speciale, identificato come Air Koryo 215, preparato per noi dal presidente Kim. Nessun capo di stato estero era mai salito su un volo speciale offerto dal presidente Kim, perciò quel trattamento risultò davvero eccezionale.

L’aereo sorvolò il Mar Giallo fino a Sineuiju, passò sopra Jeongju, la città vicina al mio villaggio, poi si diresse verso Pyongyang. Mi dissero che quell’itinerario era stato appositamente tracciato perché potessi vedere i miei luoghi d’origine. Il cuore cominciò a battermi forte, mentre guardavo in basso il mio villaggio, tinto di rosso dalla luce del sole al tramonto. Mi sentii impietrito nel profondo del mio essere e mi domandai: «Può mai essere vero che quella sia la mia terra natale?». Avrei voluto saltare subito giù e mettermi a correre per le colline e le vallate.

All’aeroporto internazionale Sunan di Pyongyang erano venuti a salutarmi i miei familiari, che non vedevo da ben quarantotto anni. Le mie sorelle minori, che erano state belle come fiori, erano diventate nonnine e si avviavano verso gli anni della vecchiaia. Mi presero le mani, aggrottarono le ciglia e cominciarono a piangere disperatamente. Mia sorella maggiore, che aveva passato i settant’anni, mi abbracciò stretto e pianse. Io invece non mi lasciai andare. «Vi prego» dissi loro, «non fate così. È molto importante per me incontrare la mia famiglia, ma io sono venuto per compiere il lavoro di Dio. Per piacere, non fate così. Mantenete il controllo». Nel mio cuore, io stavo versando lacrime come una cascata. Era la prima volta che vedevo le mie sorelle dopo più di quarant’anni, ma non potei abbracciarle e piangere con loro. Frenai il mio cuore e mi avviai verso il nostro alloggio.

La mattina successiva, com’è sempre stata mia abitudine per tutta la vita, mi svegliai presto e cominciai a pregare. Non saprei dire con certezza se ci fosse un impianto di sorveglianza nell’albergo, ma in quel caso la mia preghiera accorata per l’unificazione della penisola coreana sarà stata registrata integralmente. Quel giorno, visitammo la città di Pyongyang, tappezzata di striscioni rossi che riportavano gli slogan dell’ideologia dello Juche (4) di Kim Il Sung.

Il terzo giorno prendemmo un aereo per visitare il monte Kum-gang. Nonostante fosse inverno, le cascate del Kuryong non erano ghiacciate e il flusso d’acqua era ancora robusto. Dopo aver visitato diverse località attorno al monte Kumgang, il sesto giorno salimmo sull’elicottero che ci avrebbe trasportato fino al mio villaggio natale.

Nei miei sogni, avevo avuto così tanta nostalgia della casa della mia infanzia, da sentire che sarei potuto arrivare lì in un solo salto. E adesso eccola lì, che appariva davanti a me. Non potevo credere ai miei occhi. Era realtà o stavo sognando? Per quello che mi sembrò un tempo lunghissimo, non potei far altro che starmene lì, fermo come una statua, davanti alla mia casa. Dopo vari minuti, m’incamminai verso l’interno.

In passato aveva la forma di un quadrilatero, con l’appartamento principale, l’appartamento degli ospiti, il deposito e il granaio costruiti intorno a un cortile centrale. Era rimasto soltanto l’appartamento principale. Entrai nella stanza grande, dove ero stato partorito, e mi sedetti sul pavimento con le gambe incrociate. I ricordi di ciò che era stato quel posto, al tempo della mia fanciullezza, ritornarono tanto chiari, da farmi sembrare che tutto fosse successo appena ieri. Aprii la porticina che collegava la stanza grande con la cucina e guardai fuori nella corte. Il castagno sul quale usavo arrampicarmi era stato tagliato e non c’era più. Mi sembrò di sentire mia madre che mi chiamava dolcemente: «Ha fame il mio Piccoli occhi?». Il suo abito tradizionale in panno di cotone mi passò velocemente davanti agli occhi.

Visitai la tomba dei miei genitori e offrii un mazzo di fiori. Avevo visto per l’ultima volta mia madre quando era venuta a trovarmi nella prigione di Heungnam e aveva tanto pianto. La sua tomba era coperta da un leggero strato di neve caduta la notte precedente. La scostai con il palmo della mano e carezzai delicatamente l’erba che era cresciuta sulla sua sepoltura. Il tocco ruvido di quell’erba mi ricordò le increspature della pelle, sul dorso delle mani di mia madre.

Il mio incontro con il presidente Kim Il Sung

Non ero andato in Corea del Nord perché volessi vedere i miei luoghi natii, né perché volessi visitare il monte Kumgang. Volevo incontrare il presidente Kim Il Sung e discutere seriamente del futuro della nostra terra. Ciononostante, sei giorni dopo l’inizio del viaggio, non si era ancora parlato della possibilità di organizzare un incontro con il presidente Kim. Però, quando tornammo in elicottero all’aeroporto Sunan di Pyongyang, dopo aver visitato il mio villaggio natale, trovai che il vice primo ministro Kim Dal Hyun era inaspettatamente lì per incontrarmi.

«Il Grande Leader Kim Il Sung la riceverà domani» mi disse. «L’incontro si svolgerà presso la residenza presidenziale di Majeon a Heungnam, perciò lei deve salire immediatamente su un volo speciale e andare a Heungnam». Dentro di me pensai: «Si dice che lui abbia molte residenze presidenziali. Perché, tra tanti posti, proprio Heungnam?». Lungo la strada, notai un grosso cartello che indicava la fabbrica di concimi azotati di Heungnam, dove ero stato costretto ai lavori forzati. Mi ricordai del tempo passato in prigione e provai una sensazione di disagio.

Passai la notte in un albergo e il giorno seguente andai a trovare il presidente. Mentre mi dirigevo verso la residenza ufficiale, scoprii che il presidente Kim era sulla soglia, in attesa di salutarmi. Entrambi ci abbracciammo simultaneamente. Io ero un anticomunista e lui il capo di un partito comunista, ma le ideologie e le filosofie non avevano importanza nel contesto del nostro incontro. Eravamo come fratelli che s’incontravano per la prima volta dopo una lunga separazione.

Questo è ciò che può l’appartenenza allo stesso popolo e la condivisione dello stesso sangue. Per prima cosa, gli dissi: «Signor presidente, grazie alla cordiale considerazione riservatami, ho potuto incontrare la mia famiglia. Ci sono, però, dieci milioni di Coreani che appartengono a famiglie separate tra Nord e Sud, e non sanno neppure se i loro parenti dall’altra parte sono vivi o morti. Vorrei chiederle di concedere loro la possibilità d’incontrarsi».

Passai ancora un po’ di tempo a raccontargli della visita al mio paese natale e feci appello al suo amore per il popolo coreano. Lui e io parlavamo lo stesso dialetto, per cui eravamo a nostro agio uno con l’altro. Il presidente Kim rispose: «La penso anch’io così. A partire dall’anno prossimo, daremo vita un’organizzazione che permetterà ai compatrioti del Nord e del Sud d’incontrarsi». Il suo consenso alla mia proposta parve naturale come la neve che si scioglie in primavera.

Dopo aver parlato della mia visita a Jeongju, cominciai ad esporre le mie opinioni sugli armamenti nucleari. Rispettosamente consigliai che la Corea del Nord aderisse a un protocollo sulla denuclearizzazione della penisola coreana e firmasse un accordo di salvaguardia con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Egli rispose candidamente: «Ci pensi un attimo. Chi è che dovrei sterminare producendo delle armi atomiche? Il mio stesso popolo? Sembro quel tipo di persona? Io ritengo che l’energia nucleare debba essere usata soltanto per scopi pacifici. Ho prestato grande attenzione a quello che lei ha voluto dirmi e prevedo che andrà tutto bene».

In quell’epoca, le relazioni tra Nord e Sud si trovavano in una fase critica, a causa delle polemiche sulle ispezioni nucleari in Corea del Nord, così avevo formulato la mia proposta con una certa riluttanza. Tutti i presenti furono sorpresi dalla risposta cortese del presidente Kim. A quel punto, ci spostammo in sala da pranzo, dove iniziammo a mangiare in anticipo rispetto all’ora usuale.

«Le piacciono gli spaghetti di patate gelate?» mi chiese. «È un piatto che mangiavo spesso, quando ero partigiano sul monte Baekdu. Ne assaggi un po’, la prego». «Beh, naturalmente li conosco» risposi con entusiasmo. «Gustavamo spesso questo piatto nel mio villaggio».

«Sono sicuro che nel suo villaggio lo apprezzavate come una specialità» continuò. «Noi invece lo mangiavamo per sopravvivere. La polizia giapponese setacciava il monte Baekdu fino alla cima dandoci la caccia. Non avevamo la possibilità di sederci e consumare un pasto decoroso. Cos’altro si può mangiare in cima al monte Baekdu se non delle patate? Cominciavamo a bollire qualche patata, e se la polizia giapponese si avvicinava, seppellivamo le patate sotto terra e scappavamo via. Faceva tanto freddo che, prima che potessimo tornare, le patate si erano ghiacciate nel terreno. Non potevamo fare altro che scavare, estrarre le patate, scongelarle e ridurle in farina, in modo da farne degli spaghetti».

«Signor presidente» osservai, «lei dev’essere un esperto di spaghetti di patate gelate».

«È vero. Sono molto buoni mischiati nella zuppa di fagioli e sono anche squisiti da mangiare nella zuppa di sesamo. È un piatto facile da digerire. Le patate tendono ad amalgamarsi tra loro, e per questo motivo ci davano un grande senso di sazietà. Inoltre, presidente Moon - continuò - è molto appetitosa la ricetta della provincia di Hamgyung, dove prendono una foglia di kimchi alla senape, come questa, e la mettono sugli spaghetti. Deve provare anche lei».

Feci come mi aveva suggerito e mangiai i miei spaghetti di patate ghiacciate con sopra qualche foglia di kimchi alla senape. Il sapore delicato degli spaghetti si combinava bene con il gusto piccante del kimchi. Sentivo lo stomaco leggero.

«Ci sono tante prelibatezze nel mondo - disse il presidente Kim - ma a me non interessano. Non c’è niente di meglio della torta di patate, del granturco e delle patate dolci che mangiavo al mio villaggio».

«Lei e io abbiamo gusti simili» risposi. «È un piacere incontrarsi tra persone che condividono la stessa terra d’origine».

«Com’è andata la visita al suo paese?» mi chiese.

«Ho provato tante emozioni. La casa dove ho vissuto era ancora lì, e mi sono messo a sedere nella sala grande, pensando al passato. Mi aspettavo di sentire da un momento all’altro la voce della mia mamma, che non c’è più, che mi chiamava. È stato molto emozionante».

«Capisco» osservò. «Questo dimostra che il nostro paese dev’essere unificato immediatamente. Ho sentito dire che lei è stato un bambino piuttosto birichino. Ha potuto correre in giro, quando è stato lì questa volta?». Tutti i commensali risero alla battuta del presidente.

«Avrei voluto arrampicarmi su un albero e andare a pescare - risposi - ma ho sentito dire che lei mi stava aspettando, così sono venuto subito qui. Spero che m’inviterà a venire ancora, una volta o l’altra».

«Naturalmente! Lo farò di sicuro. Presidente Moon, lei ama cacciare? A me piace tantissimo. Penso che gradirebbe molto andare a caccia di orsi sul monte Baekdu. Gli orsi sono corpulenti e paiono scoordinati, ma in realtà sono assai agili. Una volta, mi trovai faccia a faccia con un orso» continuò. «L’orso mi osservava senza muovere un muscolo. Se fossi fuggito, lei può immaginare cosa sarebbe successo, non è vero? Cosa avrei dovuto fare, allora? Lo fissai a mia volta e rimasi immobile. Passò un’ora, poi due, poi tre. Ma l’orso continuava a squadrarmi. Lei sa che il monte Baekdu è famoso per il clima freddo. Ho temuto di morire congelato prima ancora che l’orso mi sbranasse».

«Come andò a finire?» chiesi. «Beh, presidente Moon, vede un orso seduto qui, o vede me?». Risi con gusto, e il presidente Kim immediatamente fece una proposta: «Presidente Moon, la prossima volta che viene, dobbiamo andare a caccia insieme sul monte Baekdu». Risposi anch’io subito con un invito: «A lei piace pescare, non è vero? Intorno all’isola di Kodiak, in Alaska, si possono prendere halibut grandi come orsi. Facciamo un’uscita insieme qualche volta».

«Halibut grandi come orsi? Bene, devo proprio venire!».

Noi due potevamo comunicare bene, parlando dei passatempi preferiti, la caccia e la pesca, che entrambi condividevamo. Ad un certo punto, sentimmo che avevamo così tante cose da dirci e cominciammo a conversare come due vecchi amici, che si fossero incontrati dopo una lunga separazione. Le nostre risate echeggiarono nella sala da pranzo. Parlai anche del monte Kumgang: «Sono stato sul monte Kumgang, che è davvero una bella montagna. Dev’essere valorizzato come destinazione turistica per il nostro popolo».

«Il monte Kumgang sarà un patrimonio per la nostra patria unita» rispose. «Per questo motivo devo assicurarmi che solo certe persone possano metterci mano. Se fosse sfruttato in modo sbagliato, potrebbe essere rovinato. Lei ha una visuale internazionale e potrei affidarmi a qualcuno come lei, per occuparsene e svilupparlo per noi». Il presidente Kim si era spinto fino a chiedermi di ragionare sulla prospettiva di promuovere il monte Kumgang insieme.

«Signor presidente» gli dissi, «lei è più anziano di me, così lei è come mio fratello maggiore». Mi rispose: «Presidente Moon, da ora in avanti consideriamoci come fratello maggiore e fratello minore» e mi prese saldamente la mano (5). Ci tenemmo per mano, ci avviammo lungo il corridoio e posammo per qualche fotografia ricordo. Poi lasciai la residenza.

Mi hanno raccontato che, dopo ch’ero andato via, il presidente Kim avrebbe detto a suo figlio Kim Jong Il: «Il presidente Moon è un grand’uomo. Ho incontrato tante persone nella mia vita, ma nessuno come lui. Pensa in grande ed ha un grande cuore. Mi sento vicino a lui. Mi sono sentito bene con lui e avrei voluto che rimanesse più a lungo. Voglio incontrarlo ancora. Dopo che sarò morto, se ci saranno questioni da discutere, per quanto riguarda le relazioni Nord-Sud, dovrai sempre chiedere consiglio al presidente Moon».

Così, sembra che il nostro scambio d’idee sia andato molto bene. Poco dopo la fine della mia settimana di soggiorno e la mia partenza da Pyongyang, il primo ministro Hyung Muk Yeon guidò una delegazione nordcoreana a Seul. Il primo ministro Yeon firmò un’intesa perla denuclearizzazione della penisola coreana. Il 30 gennaio dell’anno seguente, la Corea del Nord sottoscrisse un accordo di salvaguardia nucleare con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, mantenendo così le promesse che il presidente Kim mi aveva fatto. C’è ancora tanto lavoro da fare, ma questi furono i risultati che ottenni, andando a Pyongyang a rischio della mia vita.

La terra può essere divisa, non la gente

La penisola coreana è una delle ultime nazioni divise rimaste sulla Terra. Noi abbiamo la responsabilità di unificare la penisola. Non possiamo tramandare ai nostri discendenti una patria separata. È inammissibile che un medesimo popolo debba essere diviso e che persone amanti della pace non possano vedere i propri genitori o familiari. La linea che divide il Nord dal Sud della Corea è stata tracciata dagli uomini. La terra può essere divisa in quel modo, ma non la gente. Il fatto che non ci dimentichiamo gli uni degli altri e continuiamo a cercarci anche dopo circa sessant’anni di separazione, dimostra che siamo un solo popolo.

I coreani sono tradizionalmente conosciuti come il «popolo vestito di bianco», per il colore dei nostri abiti tradizionali. Il bianco simboleggia la pace e la nostra gente è pacifica. Durante il periodo dell’occupazione giapponese, alcuni coreani, cinesi e giapponesi vivevano in Manciuria e in Siberia, a volte aiutandosi, altre volte uccidendosi tra loro. In tutto quel tempo, i coreani non portarono mai spade o coltelli, come facevano giapponesi e cinesi. Noi portavamo, invece, pietre focaie. Accendere il fuoco nelle terre gelide della Manciuria e della Siberia era un modo per tutelare la vita. Noi siamo questo tipo di popolo. Rispettiamo il Cielo, osserviamo i principi morali e amiamo la pace. La nostra gente versò tanto sangue durante il tempo della dominazione giapponese e durante la guerra di Corea. Tutto questo, però, non condusse all’unificazione della nostra patria né alla fondazione di una sovranità di pace. Il nostro paese fu spezzato alla cintola in due parti, e la metà di esso divenne un oscuro regno comunista. Abbiamo bisogno dell’unificazione per restaurare la sovranità del nostro popolo. Dobbiamo porre fine alla divisione tra Nord e Sud, affinché possiamo avere pace. Soltanto dopo aver compiuto la riunificazione pacifica e restaurato la nostra sovranità, potremo portare la pace nel mondo.

Il popolo coreano è stato creato per portare la pace nel mondo. Ogni cosa ha un nome, e ogni nome ha il suo significato. I nostri costumi bianchi tradizionali sono facili da vedere, sia di giorno che di notte. Il bianco si presta bene per le segnalazioni durante la notte, perché è facile da distinguere al buio. Allo stesso modo, la nostra gente è destinata a portare messaggi di pace per il mondo, sia di giorno che di notte.

Nord e Sud sono divisi dalla linea dell’armistizio, ma non è questo il problema. Una volta che avremo cancellato quella linea, troveremo una barriera ancora più grande tra noi: la Russia e la Cina. Perché il nostro popolo possa godere la vera pace, dobbiamo eliminare anche quelle linee di confine. Sarà difficile, ma non impossibile. Quello che conta è il nostro atteggiamento.

Io credo che un uomo che suda, debba sudare fino all’ultima goccia che ha dentro di sé. In questo modo, non avrà rimpianti e tutto rimarrà pulito e in ordine. La stessa cosa accade quando ci cimentiamo in un compito impegnativo. Le difficoltà scompariranno solamente quando avremo conquistato la vittoria a tutti i livelli e tutto sarà stato chiarito. Tutto quello di cui vi state occupando dev’essere messo completamente in ordine, poi potrà produrre frutto. Non riusciremo a restaurare la piena sovranità del nostro popolo, senza prima superare tali dolorose difficoltà.

Oggi tanti parlano di unificazione pacifica. Io, invece, ne parlavo in un’epoca nella quale la gente neppure osava pronunciare la frase «unificazione pacifica», per timore di venir accusata d’infrangere la legge contro il comunismo o di attentare alla sicurezza nazionale. Oggi, quando mi chiedono cosa occorra fare per giungere all’unificazione, ripeto le stesse cose che ho sempre detto sull’argomento: «Se i sudcoreani amassero la Corea del Nord più di quanto amino il Sud, e se i nordcoreani amassero la Corea del Sud più di quanto amino il Nord, potremmo unificare la penisola oggi stesso».

Ho potuto rischiare la vita andando in Corea del Nord a incontrare il presidente Kim nel 1991, perché avevo questa fondazione d’amore dentro di me. In quell’occasione, discussi con lui sugli incontri delle famiglie separate, sulla cooperazione economica tra Nord e Sud, sullo sviluppo turistico del monte Kumgang, sulla denuclearizzazione della penisola coreana e sulla preparazione di un vertice Nord-Sud. Nessuno pensava che un anticomunista potesse andare in una nazione comunista ed aprire le paratie dell’unificazione, ma io sorpresi il mondo.

Prima dell’incontro col presidente Kim, parlai per due ore sul tema: «Il legame di sangue del nostro popolo» nella Sala dell’Assemblea di Mansudae, sede del Congresso Supremo del Popolo, il parlamento della Corea del Nord. Quel giorno parlai ai dirigenti nordcoreani sul modo di unificare Nord e Sud con l’amore. Mi presentai alla classe politica nordcoreana, armata della filosofia di Kim Il Sung, e dissi loro esattamente le cose in cui credevo.

«Nord e Sud devono essere unificati» affermai, «ma le armi non ci faranno diventare una cosa sola. L’unificazione tra Nord e Sud non avverrà grazie alla forza degli eserciti. Neanche la guerra di Corea è riuscita in quello scopo e sarebbe folle pensare di ripetere il tentativo con mezzi militari. L’unificazione non avverrà neppure con l’ideologia dello Juche che voi abbracciate. Che cosa potrà avere successo, allora? Il mondo non è mosso solamente dall’energia degli uomini. Poiché Dio esiste, niente può compiersi per virtù dei soli sforzi umani. Anche nelle situazioni peggiori, come le guerre, Dio conduce la Sua provvidenza. Per questo motivo, Nord e Sud non possono essere uniti sulla base dell’ideologia dello Juche, che mette l’uomo al centro».

Continuai: «La realizzazione di una patria unita può venire solo con il Godism. Dio ci protegge e il tempo dell’unificazione è vicino. L’unificazione è il destino, è lo scopo che dev’essere adempiuto nella nostra epoca. Se non sapremo assolvere al sacro compito di unificare la patria nel nostro tempo, non potremo tenere alta la testa alla presenza dei nostri antenati o dei nostri discendenti per il resto dell’eternità».

Spiegai ancora: «Cos’è il Godism? È la pratica dell’amore perfetto di Dio. Né la destra, né la sinistra possono unificare Nord e Sud. Questa possibilità ci sarà solo quando verrà un pensiero headwing (6) capace di armonizzarli. Per iniziare il percorso dell’amore, dovrete chiedere scusa davanti al mondo per aver invaso il Sud. Sono al corrente del fatto che la Corea del Nord ha dislocato al Sud ventimila agenti segreti. Mandate immediatamente a tutti loro l’ordine di consegnarsi alle autorità sudcoreane. Se lo farete, io darò loro l’educazione appropriata per correggere la loro ideologia e trasformarli in patrioti, che contribuiranno all’unificazione pacifica tra Nord e Sud».

Picchiai più volte il pugno sul tavolo davanti a me, mentre parlavo. L’espressione sui visi del presidente Yun Ki Bok e del vice primo ministro Kim Dal Hyun divenne sempre più tesa. Mi rendevo conto dei pericoli cui mi esponevo facendo certe affermazioni, ma dovevo assolutamente dire quello che ero venuto a dire. Non stavo semplicemente cercando di scioccare i miei ascoltatori; sapevo che il mio discorso sarebbe stato riportato immediatamente, parola per parola, al presidente Kim e a suo figlio Kim Jong Il, perciò volevo illustrare chiaramente il mio scopo.

Quando ebbi finito, alcuni dei presenti protestarono, e vollero sapere come avessi potuto permettermi di parlare a quel modo. Guardai i miei accompagnatori e vidi che erano sbiancati in volto.

I membri che erano con me dissero: «Il discorso aveva un tono molto duro e l’atmosfera nel pubblico non era buona». Risposi in modo categorico: «Perché sono venuto qui? Non sono venuto a visitare la Corea del Nord. Se fossi andato via senza dire ciò che doveva essere detto, il Cielo mi avrebbe punito. Anche se il discorso di oggi verrà utilizzato come pretesto per negarmi un incontro con il presidente Kim ed espellermi dal Paese, io comunque dovevo dire quello che ero venuto a dire».

L’8 luglio 1994, il presidente Kim improvvisamente morì. La sua morte avvenne in un momento in cui l’andamento delle relazioni Nord-Sud era al minimo storico. I missili Patriot erano stati dispiegati sul territorio sudcoreano e i «falchi» statunitensi propugnavano la distruzione degli impianti nucleari di Yeongbyon. Sembrava che la guerra dovesse scoppiare da un momento all’altro. La Corea del Nord aveva annunciato che non sarebbe stato ammesso alcun ospite internazionale alle esequie, ma sentii che era importante mandare qualcuno. Volevo fare il mio dovere, perché avevo creato una relazione di fratellanza col presidente Kim.

Chiamai subito Bo Hi Pak: «Vai immediatamente in Corea del Nord, come mio rappresentante ai funerali del presidente Kim», gli dissi.

«Nessuno può entrare in Corea del Nord adesso», rispose.

«Lo so che è difficile, ma in un modo o nell’altro devi andare. Non m’interessa se dovrai attraversare il fiume Yalu a nuoto. Vai e porta le mie condoglianze».

Per prima cosa, Bo Hi Pak andò a Pechino, dove rischiò la vita per mettersi in contatto con la Corea del Nord. Poi, il presidente Kim Jong Il ordinò: «Per il rappresentante del presidente Moon si farà un’eccezione. Scortatelo a Pyongyang». Dopo aver ricevuto le condoglianze, il presidente Kim Jong Il incontrò Bo Hi Pak e lo salutò cortesemente, dicendo: «Mio padre ha sempre detto che il presidente Moon sta lavorando duramente per l’unificazione della nostra patria. Le sono grato per essere venuto».

Nel 1994 la penisola coreana attraversava una tale congiuntura, che la guerra avrebbe potuto esplodere da un momento all’altro. In quel frangente potemmo risolvere la crisi nucleare grazie alla relazione che io avevo costruito col presidente Kim Il Sung. L’invio di un rappresentante per esprimere le mie condoglianze non era soltanto questione di partecipazione a un funerale.

Ho descritto il mio incontro col presidente Kim in ampi dettagli, per spiegare il mio punto di vista, circa l’importanza della fede e della lealtà tra due persone. La motivazione dell’incontro era nel mio interessamento all’unificazione pacifica della nostra patria. Riuscii a trasmettergli con fede e lealtà la mia preoccupazione per il destino del nostro popolo. Come risultato, dopo la sua morte il figlio, il presidente Kim Jong Il, accolse il nostro rappresentante al funerale. Non c’è muro che non possa essere superato e non c’è sogno che non possa essere realizzato, quando condividiamo il nostro amore con un cuore sincero.

Quando andai in Corea del Nord, la consideravo la mia patria e la casa di mio fratello. Non andai lì con il desiderio di ottenere qualcosa da loro. Il mio scopo era condividere con loro il mio cuore d’amore. Il potere dell’amore toccò non soltanto il presidente Kim Il Sung, ma anche suo figlio, il presidente Kim Jong Il. D’allora in poi, e fino a tutt’oggi, abbiamo mantenuto una relazione speciale con la Corea del Nord. Ogni volta che le relazioni Nord-Sud si sono fatte difficili, abbiamo avuto un ruolo nell’aprire le porte del dialogo. Tutto ciò sulla base del mio incontro con il presidente Kim Il Sung, del fatto di avergli aperto sinceramente il mio cuore e di aver costruito con lui una relazione di fiducia. Questa è l’importanza della fiducia.

Sulla fondazione del mio incontro con il presidente Kim, noi oggi gestiamo gli stabilimenti della Pyeonghwa Motors, il Potonggang Hotel e il World Peace Center in Corea del Nord. I manifesti pubblicitari della Pyeonghwa Motors sono visibili in tutta Pyongyang. Quando il presidente sudcoreano visitò la Corea del Nord, i funzionari nordcoreani lo portarono a visitare gli stabilimenti della Pyeonghwa Motors. Gli uomini d’affari sudcoreani che accompagnarono il presidente alloggiarono al Potonggang Hotel. I membri non nordcoreani della nostra chiesa, che lavorano in Corea del Nord, s’incontrano ogni domenica al World Peace Center per il servizio religioso.

Tutti questi progetti costituiscono altrettanti sforzi, intesi allo scambio pacifico e all’unificazione tra Nord e Sud. Non sono diretti all’ottenimento di profitti. Sono impegni volti a contribuire all’unificazione tra Nord e Sud, come espressione d’amore per il popolo coreano.

Non con le armi, ma col vero amore

Non c’è soltanto la linea dell’armistizio a dividere la nostra gente. Anche le regioni di Youngnam e Honam (7) sono separate da un confine invisibile. Inoltre, i coreani che vivono in Giappone sono divisi tra l’Unione dei coreani residenti in Giappone, o Mindan, che appoggia la Corea del Sud, e l’Associazione Generale dei coreani residenti in Giappone, o Chongryon, che sostiene la Corea del Nord. Il contrasto tra queste due organizzazioni che operano in Giappone è basato sui luoghi natali dei rispettivi membri. I coreani di seconda e terza generazione, che non hanno mai visitato i paesi di provenienza dei propri padri, sono tuttora in conflitto tra loro, e restano chiusi dentro le barriere tracciate dai loro stessi genitori. I membri delle due organizzazioni parlano lingue leggermente diverse, mandano i figli in scuole differenti e non consentono che si sposino tra loro.

Nel 2005 misi in atto un progetto, che da tanto tempo avevo a cuore, per creare unità tra i coreani in Giappone, così come tra i coreani delle regioni Youngnam e Honam. Ho invitato a Seul mille membri dell’Associazione Mindan e mille membri dell’Associazione Chongryon e li ho abbinati in un gemellaggio con mille persone della regione di Youngnam e mille persone della regione di Honam.

È pressoché impossibile che in Giappone dei membri di Chongryon e di Mindan siedano a uno stesso tavolo, per parlare dell’unificazione pacifica del Nord e del Sud. È stato un grosso impegno riunire quelle persone, ma sono rimasto profondamente commosso nel vederli stare insieme e abbracciarsi.

Un funzionario di Chongryon che partecipava all’evento non era mai stato a Seul prima d’allora. Parlò tra le lacrime, commentando il suo rimpianto per i tanti anni che aveva passato combattendo una guerra che non era la sua, soprattutto perché non sapeva nemmeno con certezza da quale parte della penisola provenisse effettivamente suo padre. Disse che sentiva infinita vergogna per aver vissuto portando segnata nel cuore quella linea divisoria priva di significato.

Per comprendere appieno la divisione della penisola coreana e il confitto tra i due lati, dobbiamo guardare complessivamente al passato, al presente e al futuro. Ogni avvenimento ha una propria causa.

La divisione della penisola coreana è il frutto della storia della lotta tra bene e male. Con lo scoppio della guerra di Corea, l’Unione Sovietica, la Cina ed altri paesi comunisti vennero in aiuto della Corea del Nord. Analogamente sedici nazioni, guidate dagli Stati Uniti, inviarono le loro forze armate in soccorso della Corea del Sud. Altre cinque nazioni inviarono i loro medici e venti offrirono armamenti e munizioni. Quale altra guerra, nel corso della storia, ha coinvolto tante nazioni nella lotta? Il mondo intero fu coinvolto nello scontro, svoltosi in quel piccolo Paese, perché si trattava di un conflitto emblematico, in cui erano rappresentate le forze del comunismo e quelle della libertà. Si può dire che la Corea divenne la rappresentazione del mondo e che il bene ed il male combatterono aspramente sul suo suolo.

L’ex Segretario di Stato americano e generale in pensione Alexander Haig fece un’inattesa dichiarazione, durante il suo discorso di felicitazioni per il decimo anniversario del Washington Times (8), celebrato nel 1992.

«Io sono un veterano della guerra di Corea», disse. «Fui incaricato del comando dell’attacco contro Heungnam, che sferrammo col massimo delle forze di cui disponevamo. Sono profondamente commosso dal sentire che il reverendo Moon era tenuto prigioniero dai comunisti e fu liberato grazie all’attacco che conducemmo quel giorno. Sembra proprio che io sia stato mandato lì per liberare il reverendo Moon. Adesso, il reverendo Moon è qui per salvare l’America. Il Washington Times è un giornale che salverà il popolo americano. Ci presenta una visione della storia equilibrata, che non è né di destra, né di sinistra, e ci mostra la strada giusta. Come si può vedere, non esistono coincidenze nella storia».

Alcuni anni fa, in Corea, era insorta una polemica sulla famosa statua del generale Douglas MacArthur, nel parco di Incheon (9), che qualcuno avrebbe voluto rimuovere. Si sosteneva che la Corea non sarebbe stata divisa tra Nord e Sud, com’è oggi, se le forze delle Nazioni Unite non fossero scese in campo. Sono rimasto sbalordito da questa tesi, e l’ho contestata con forza. Una teoria del genere non può che assecondare le posizioni del partito comunista coreano.

Sono stati fatti grandi sacrifici a livello globale, e ancora la nostra penisola rimane divisa. Non conosciamo la data esatta in cui avverrà l’unificazione, ma è chiaro che stiamo facendo grandi passi avanti in quella direzione. Tanti ostacoli rimangono da superare sulla strada verso l’unificazione. Ogni volta che ci troviamo davanti a uno di tali ostacoli, dobbiamo darci da fare per abbatterlo e procedere oltre. Anche se occorre un lungo tempo e possa risultare difficile, otterremo assolutamente l’unificazione; perché ciò avvenga, però, dobbiamo impegnarci con la stessa determinazione che profonderemmo se dovessimo attraversare a nuoto il fiume Yalu.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Romania resistette ai cambiamenti più a lungo degli altri paesi comunisti dell’Europa centrale e orientale. Poi, alla fine del 1989, in Romania si ebbe una rivolta popolare sanguinosa. Non appena il regime fu deposto, Nicolae Ceaucescu, che aveva governato la nazione per ventiquattro anni, fu giustiziato insieme alla moglie. Era stato un feroce dittatore, che aveva massacrato senza pietà chiunque gli si era opposto.

In tutti i Paesi totalitari, uno dei motivi per cui i tiranni tendono a esacerbare la loro dittatura è perché temono per la propria vita, nell’ipotesi che perdano il potere. Io penso che nessun dittatore, se fosse certo di non correre alcun pericolo, si spingerebbe fino in fondo ad un vicolo cieco, alla maniera di Ceausescu.

Anche il nostro Paese sarà unificato tra non molto, in un modo o nell’altro. Perciò, i politici e gli economisti devono sviluppare i necessari preparativi, nei rispettivi campi d’azione. Come uomo di religione, lavorerò duramente per accogliere una Corea unita, nella quale potremo abbracciare i nordcoreani con amore e vivere insieme in pace.

Ho studiato a lungo l’unificazione della Germania. Ho ascoltato le esperienze dei protagonisti di quella storia, per capire com’è stato possibile compiere l’unificazione senza sparare un solo proiettile e senza versare una sola goccia di sangue. Nel compiere questa ricerca, ho sperato di trovare una modalità appropriata per realizzare l’unificazione della Corea.

Ho appreso che la ragione principale per cui la Germania è stata riunita pacificamente è consistita nell’accortezza di far comprendere ai capi del regime della Germania dell’Est che la loro vita non sarebbe stata messa a repentaglio dall’unificazione. Se i capi della Repubblica Democratica Tedesca non fossero stati sicuri di ciò, non avrebbero permesso che l’unificazione avvenisse tanto facilmente.

Mi sono convinto che anche noi dobbiamo essere indulgenti allo stesso modo, verso i governanti della Corea del Nord. In Giappone è stato pubblicato un romanzo, che tratta di una storia ambientata nella Corea del Nord. Nel racconto, i capi del regime guardano ripetutamente il video dell’esecuzione di Ceausescu e gemono: «Ecco cosa ci capiterà se perderemo il potere. Non dobbiamo mai allentare la repressione, per nessun motivo al mondo!».

Naturalmente, si tratta solo di un romanzo pubblicato in Giappone. Comunque, dobbiamo prestare attenzione a questo problema reale e trovare una soluzione per i despoti della Corea del Nord, affinché si possa ottenere speditamente la riunificazione della Corea. Portare la pace nella penisola coreana non è difficile come si potrebbe pensare. Quando la Corea del Sud vivrà pienamente per il bene della Corea del Nord, allora il Nord non cercherà più di attaccare il Sud e la pace verrà in modo naturale.

La forza che può convincere un ragazzo ribelle non è la violenza brutale dei pugni. È la forza dell’amore, che sgorga naturalmente da dentro il cuore. Più che riso o fertilizzanti, è importante che alla Corea del Nord diamo amore. Non dobbiamo mai dimenticare che soltanto quando avremo comprensione per la situazione della Corea del Nord e ci adopereremo per il suo benessere, con cuore amorevole e sincero, essa a sua volta aprirà il suo cuore a noi e al mondo.

Note

(1) Questa cerimonia non implica alcuna svalutazione di Gesù. In sintesi, nell’interpretazione che il Rev. Moon offre della venuta di Gesù, la crocifissione non era la volontà di Dio. Il Cristo avrebbe dovuto realizzare il Regno dei Cieli in terra, ma la sua crocifissione, voluta dagli uomini e non da Dio, impedì a Gesù di realizzare la parte fisica della propria missione. Egli ha portato quindi ai cristiani la salvezza spirituale, ma non il Regno dei Cieli in terra. La croce è quindi un segno, se non di sconfitta, di «vittoria parziale». Il Rev. Moon afferma, come molti cristiani, che la vittoria di Gesù consiste nella Resurrezione e non nella crocifissione. Per questo invita i cristiani a sostituire il crocifisso con una statua di Gesù risorto o con una corona che simboleggi la sua vittoria spirituale.

(2) Persone aderenti alla Universal Peace Federation, organizzazione fondata dal Rev. Moon, che hanno ricevuto il titolo di Ambasciatore di Pace per le loro attività nella promozione della pace.

(3) In Corea normalmente il cognome (in questo caso Moon) precede il nome (Sun-Myung).

(4) L’ideologia elaborata da Kim Il Sung è un misto di stalinismo, di confucianesimo e di tradizioni coreane. Mescola ad esempio alcuni aspetti classici del comunismo con altri totalmente estranei ad esso, come il culto dell’autorità (confucianesimo) e degli antenati (tradizione coreana). Il tutto finalizzato al potere assoluto del leader.

(5) Nella cultura confuciana e coreana in particolare, i rapporti di parentela e di gerarchia tra le persone vengono espressi - come già detto in precedenza - anche con il linguaggio. Inoltre anche le persone dello stesso sesso, ed indipendentemente dall’età, esprimono il loro affetto reciproco tenendosi per mano.

(6) Termine coniato negli anni 80 dal Rev. Moon per sottolineare la necessità di un pensiero che superi la destra (right wing, ala destra, in inglese) e la sinistra (left wing): un pensiero head-wing, letteralmente «ala di testa», «ala più elevata», è in sostanza un pensiero che supera, inglobandole, la visione della destra e della sinistra.

(7) Due regioni coreane tradizionalmente nemiche. I motivi affondano le loro radici nella storia lontana (si sono originati attorno all’anno 1000 d. C.), e sono stati rinfocolati da alcune scelte politiche infelici negli anni ’60 e ’70 del ’900.

(8) Quotidiano fondato dal Rev. Moon a Washington.

(9) La città sulle cui coste sbarcò il Generale Mac Arthur alla guida delle forze ONU, all’inizio della guerra di Corea.

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