Capitolo 3 - Un tesoro interiore attraverso lotte e sofferenze

«Tu sei il mio maestro spirituale»

Dopo aver attraversato il fiume Imjin, passammo per Seul, Wonju, e Kyungju, e alla fine arrivammo a Busan il 27 gennaio 1951. Busan era piena di rifugiati provenienti dal Nord.

Sembrava che tutta la nazione si fosse radunata lì. Qualsiasi posto utilizzabile come abitazione era già stato occupato. Nel nostro piccolo riparo c’era a malapena lo spazio per metterci seduti. Non avevamo altra possibilità che passare la notte nel bosco, cercando di scaldarci in qualche modo, e ritornare in città, in cerca di cibo durante il giorno.

I capelli, che durante la prigionia avevo dovuto tenere sempre rasati, erano di nuovo cresciuti. I miei pantaloni, rammendati internamente con del cotone ricavato da un lenzuolo, erano completamente lisi.

Gli abiti erano talmente impregnati di sporcizia grassa che le gocce di pioggia non bagnavano il tessuto e semplicemente, scivolavano via.

Le scarpe invece erano ormai quasi prive delle suole, anche se le tomaie erano ancora abbastanza integre. Poco sarebbe cambiato se avessi camminato scalzo. Il fatto era, semplicemente, che ero un infimo tra gli infimi, un mendicante tra i mendicanti. Era impossibile trovare un lavoro e non avevamo un soldo in tasca. Per mangiare, non avevamo altra scelta se non mendicare.

In ogni caso, anche quando elemosinavo il cibo, conservavo la mia dignità. Se qualcuno rifiutava di aiutarmi, io gli dicevo con voce chiara e decisa: «Ascolta. Se non aiuti la gente che come noi ha bisogno, troverai grandi difficoltà quando vorrai ricevere benedizioni in futuro!». Quando erano messe di fronte a questo tipo di pensieri le persone davano qualcosa.

Portavamo il cibo che avevamo raccolto in uno spiazzo, dove sedevamo tutti insieme. Dozzine di persone come noi mangiavano in posti del genere. Non avevamo nulla e dovevamo elemosinare il nostro cibo, ma tra noi fluiva sempre una calorosa amicizia.

Una volta, nel mezzo di una giornata così, all’improvviso sentii qualcuno gridare: «Guarda qua! Quanto tempo è passato?». Mi voltai e vidi davanti a me Dok Mun Eom, un amico del mio periodo in Giappone.

In quel periodo, Dok Mun Eom era diventato mio amico per la vita, perché era rimasto molto commosso da una canzone che mi aveva sentito cantare. Oggi, Eom è uno dei più prestigiosi architetti coreani, avendo progettato il Centro Culturale Sejong e l’Hotel Lotte.

«Andiamo!» disse, abbracciandomi nei miei panni miserabili, «andiamo a casa mia». A quell’epoca, Dok Mun Eom era già sposato e viveva con la famiglia in un monolocale. Per fare un po’ di spazio per me, divise la stanza appendendo una coperta nel mezzo. A me diede un lato, mentre dall’altra parte dormì lui, con la moglie e i due figli piccoli.

Mi chiese: «Adesso raccontami cos’hai fatto di recente. Mi sono sempre domandato dove fossi e che cosa facessi. Siamo stati grandi amici, ma tu sei sempre stato più di un amico per me. Sai che ti ho sempre portato profondo rispetto?».

Fino a quel momento, non avevo mai aperto sinceramente il mio cuore con nessuno dei miei amici. In Giappone, ero arrivato al punto di nascondere il fatto che leggevo spesso la Bibbia. Quando qualcuno entrava nella mia stanza mentre stavo leggendo, mettevo subito via la Bibbia. A casa di Duk Mun Eom, per la prima volta condivisi la mia storia.

Parlai tutta la notte. Gli raccontai di come avevo incontrato Dio, di quando avevo oltrepassato il 38° parallelo, di come avevo iniziato una chiesa ed ero sopravvissuto nella prigione di Heungnam. Per raccontare la mia storia ci vollero tre giorni interi. Quando ebbi finito, Duk Mun Eom si alzò e si prostrò davanti a me, offrendomi un inchino cerimoniale completo (1). «Che cosa fai?» gli chiesi, stupito e sorpreso. Gli presi la mano e cercai di fermarlo, ma fu inutile. «Da questo momento in avanti - disse Duk Mun Eom - tu sarai il mio grande maestro spirituale. Questo inchino è il saluto che ti porgo come mio maestro, perciò ti prego di accettarlo». Da allora è sempre stato con me, come amico e come discepolo.

Qualche tempo dopo, trovai un lavoro nel porto di Busan, al molo quattro. Lavoravo solo di notte. Con la paga compravo una farinata di fagioli alla stazione di Cho-ryang. La vendevano calda e il recipiente era avvolto in uno straccio, perché non si raffreddasse. Ogni volta, prima di mangiare la farinata, tenevo il contenitore premuto contro il corpo per più di un’ora. Così recuperavo un po’ di calore, dopo essermi congelato nel corso della lunga e fredda notte di lavoro.

Trovai sistemazione in un alloggio di operai, situato nel quartiere di Cho-ryang. La mia stanza era così piccola che non potevo stendermi, neppure in diagonale, senza che i piedi premessero contro il muro. Quella però fu la stanza dove scrissi con solennità, con la mia matita ben temperata, la prima bozza del Wolli Wonbon (il testo originale del Principio Divino). Il fatto che fossi nullatenente non aveva per me la minima importanza. Non c’è nulla che un’anima determinata non possa fare, anche se vive in mezzo alla spazzatura. Tutto quello che serve è la volontà.

Won Pil Kim aveva appena compiuto vent’anni. Faceva tutti i tipi di lavoro. Lavorava in un ristorante; portava a casa il riso che non poteva essere servito ai clienti (2) e lo mangiavamo insieme. Poi, grazie al suo talento per il disegno, trovò un lavoro come ritrattista per i militari statunitensi. Ad un certo punto decidemmo di costruire una casa sull’altura di Beom-net-gol, nella zona di Beom-il Dong. Nelle vicinanze c’era un cimitero e null’altro, all’infuori di un burrone roccioso. Non avevamo una terra che potessimo considerare nostra, perciò spianammo una parte del ripido pendio e ci costruimmo una casa. Non avevamo neppure una pala! Prendevamo a prestito una piccola pala dalla cucina di qualcuno e la restituivamo prima che il padrone si accorgesse della sua mancanza.

Won Pil Kim e io spaccammo le pietre, scavammo la terra e trasportammo la ghiaia. Mischiammo fango e paglia per farne dei mattoni, che poi impilammo per realizzare i muri. Con degli scatoloni di cartone presi presso la base americana costruimmo il tetto, dopo averli appiattiti. Come pavimento posammo un foglio di plastica nera.

Anche la più semplice delle capanne sarebbe stata una costruzione migliore di quella. La nostra casetta era collocata contro un macigno, e un grosso spuntone di roccia sporgeva al centro della stanza. Le nostre sole proprietà erano il piccolo tavolo sistemato dietro la roccia e il cavalletto da pittore di Won Pil Kim. Nei giorni di pioggia, dentro la nostra stanza sgorgava una sorgente. Quant’era romantico, mentre ce ne stavamo seduti, sentire il suono dell’acqua che scorreva sotto di noi! La mattina, dopo che avevamo dormito in quella stanza senza riscaldamento, con il tetto che lasciava filtrare la pioggia e il rivolo d’acqua che scorreva sotto di noi, ci alzavamo col raffreddore. Nonostante ciò eravamo felici per quel piccolo spazio, dove potevamo coricarci e dove riuscivamo a rilassare la mente. L’ambiente intorno a noi era miserabile, ma eravamo pieni di speranza perché vivevamo seguendo la strada della volontà di Dio.

Tutte le mattine, quando Won Pil Kim andava a lavorare alla base americana, lo accompagnavo fino ai piedi della collina. Quando tornava a casa la sera, lo aspettavo fuori per salutarlo e dargli il benvenuto. Passavo il resto del mio tempo scrivendo il Wolli Wonbon. Nella nostra stanza c’era sempre una gran quantità di matite ben temperate. Magari non c’era riso nella giara, ma avevamo tante matite.

Won Pil Kim mi aiutò in svariati modi, sia materialmente che spiritualmente. Grazie al suo aiuto, fui in grado di concentrarmi nella scrittura del libro. Anche se tornava esausto, alla fine di un giorno di lavoro intenso, cominciava a girarmi intorno per scoprire in che modo aiutarmi. A quei tempi dormivo così poco che avrei potuto addormentarmi dappertutto. A volte, mi addormentavo anche nel gabinetto. Won Pil Kim mi veniva a cercare anche lì, per assicurarsi che andasse tutto bene.

Ma questo non era tutto: desiderava tanto contribuire almeno un po’ al libro che stavo scrivendo; cominciò a disegnare ritratti per i soldati americani e in questo modo guadagnò abbastanza da potermi rifornire continuamente di matite. A quei tempi, tra i soldati americani andava di moda farsi dipingere un ritratto della moglie, o della fidanzata, prima di tornare in America (3). Won Pil Kim incollava un tessuto su una cornice di legno, vi dipingeva il ritratto e lo vendeva per quattro dollari.

Ero grato per la sua dedizione. Gli stavo seduto a fianco, mentre dipingeva, e facevo tutto quello che potevo per aiutarlo. Mentre lui era al lavoro alla base americana, io spalmavo la colla sulla seta, tagliavo il legno per le cornici e mettevo le parti insieme. Prima che ritornasse, lavavo i pennelli e compravo i colori che gli servivano. Una volta giunto a casa, lui prendeva una matita 4B e disegnava un ritratto. All’inizio ne faceva solo uno o due al giorno; ben presto, però, tra i soldati si sparse la voce, e Kim divenne così famoso, che gli davano da fare venti o trenta ritratti alla volta. Arrivò il momento in cui la nostra casa fu così piena di ritratti che non trovavamo neppure lo spazio per dormire la notte.

Quando il carico di lavoro aumentò, cominciai a fare qualcosa di più che aiutarlo soltanto con i dettagli. Won Pil disegnava il contorno dei visi, mentre io coloravo le labbra e i vestiti. Col denaro che guadagnavamo insieme, compravamo matite e materiale da disegno; il resto lo spendevamo per la nostra testimonianza. È importante registrare per iscritto le parole di Dio, ma è ancora più importante trasmettere alla gente la Sua volontà.

Quel giovane bello e matto vicino al pozzo

Quando costruimmo la casa dai muri di fango e fondammo la chiesa di Beom-net-gol, c’erano tre sole persone ad ascoltare il mio messaggio. Dal mio punto di vista, tuttavia, io non pensavo che stavo parlando a tre persone. Sentivo dentro di me: «Anche se non sono visibili, mi sto rivolgendo a migliaia, se non a decine di migliaia, di persone». Mentre parlavo, immaginavo che tutta l’umanità fosse in ascolto. Mentre quelle tre persone stavano sedute di fronte a me, io annunciavo le parole del Principio con voce alta e stentorea.

Davanti alla nostra casa c’era un pozzo. Cominciò presto a spargersi la voce, tra coloro che venivano ad attingere l’acqua dal pozzo, che un matto vivesse nella casa dai muri di fango. Mentre prendevano l’acqua, sbirciavano dentro la sgangherata casa di fango e vedevano un uomo vestito come un miserabile, che parlava come se stesse urlando i suoi ordini al mondo intero. Era semplicemente naturale che la gente cominciasse a mormorare. Io annunciavo che il cielo e la terra sarebbero stati ribaltati e che la Corea avrebbe unito il mondo.

Ben presto si sparsero voci su di me, da coloro che venivano al pozzo fino a quelli che abitavano ai piedi della collina. Magari furono proprio quelle voci ad attirare alcune persone, spinte dalla curiosità, a vedere il matto che viveva accanto al pozzo. Tra loro c’erano gli studenti di un vicino seminario protestante, come pure un gruppo di professoresse della prestigiosa università femminile Ewha. I pettegolezzi si arricchirono di dettagli, che mi descrivevano come un bell’uomo dal fisico atletico, così delle donne di mezza età cominciarono a salire sulla collina per incontrarmi, a mo’ di passatempo.

Il giorno che finii di scrivere il libro del Principio Divino, posai la matita e pregai Dio: «È venuto il tempo che io cominci a evangelizzare. Per favore, mandami i santi ai quali io possa dare testimonianza». Dopo aver pregato, uscii e andai al pozzo.

Era il 10 maggio, un giorno di tarda primavera. Indossavo dei pantaloni tradizionali coreani, foderati di cotone, e una vecchia giacca. Sudavo nella calura. A un certo punto, scorsi una giovane donna che si tergeva il sudore dalla fronte, mentre si arrampicava su per la collina nella direzione del pozzo.

Le dissi: «Dio le ha dato tantissimo amore negli ultimi sette anni». Lei fece un balzo all’indietro per la sorpresa: proprio da sette anni aveva deciso di dedicare la sua vita a Dio. «Mi chiamo Hyun Shil Kang, - disse - sono un’evangelista della chiesa di Beom Cheon, che si trova nel quartiere ai piedi di questa collina. Ho sentito dire che qua vive un matto, così sono venuta a testimoniargli». Questo fu il suo saluto.

La invitai in casa. Lei osservò la stanza squallida, e fu chiaro che le sembrò molto strana. Alla fine, fissò lo sguardo sul mio tavolo e chiese: «Perché ha tante matite?».

«Fino a questa mattina - risposi - sono stato occupato a scrivere un libro che rivela i principi dell’universo. Penso che Dio ti abbia mandata qui perché tu possa apprendere da me questi principi». Lei replicò: «Cosa? Io sono venuta perché ho sentito che c’è un matto che vive qui e ha bisogno che gli testimoni della verità». Le diedi un cuscino per sedersi e mi sedetti anch’io. L’acqua della sorgente risuonava gocciolando, mentre scorreva sotto di noi.

«Nel futuro, la Corea avrà il ruolo all’apice nel mondo», le dissi. «Gli altri popoli si rammaricheranno di non essere nati Coreani». Chiaramente, lei pensò che stessi vaneggiando.

«Proprio come Elia apparve nella persona di Giovanni Battista - continuai - Gesù verrà nella carne in Corea». Lei si alterò: «Sono sicura che Gesù avrà luoghi migliori in cui venire, piuttosto che un paese disgraziato come la Corea», replicò. Poi mi chiese: «Ha mai letto il libro dell’Apocalisse? Io …». La interruppi a metà della frase: «Vuole dirmi che ha studiato al seminario teologico di Goryo?». Lei sorpresa rispose: «Come fa a saperlo?», ed io: «Pensa che l’avrei aspettata senza sapere neppure questo di lei? Ha detto che è venuta qua per testimoniarmi. Allora, per favore, mi insegni ciò che sa».

Chiaramente, Hyun Shil Kang era molto preparata in teologia. Citò passi della Bibbia uno dopo l’altro, cercando di confutare la mia visione. Continuò a sfidarmi con decisione, mentre io replicavo a ognuna delle sue contestazioni, rispondendo con voce forte e chiara.

La discussione continuò tanto a lungo che cominciò a fare buio, e io mi alzai per preparare la cena. L’unica cosa che avevamo, a parte il riso, era un po’ di vecchio kimchi (4). Ciononostante, ci sedemmo al suono dell’acqua che gocciolava sotto di noi e condividemmo quel cibo, prima di riprendere la nostra discussione.

Lei ritornò il giorno successivo e quello dopo ancora, sempre per continuare il nostro dibattito. Alla fine, scelse di dedicare la sua vita al principio che insegnavo.

Più tardi quell’anno, un giorno ventoso di novembre, mia moglie si presentò alla porta della baracca di Beom-net-gol. In piedi accanto a lei c’era un bambino di sette anni, mio figlio, che era nato dopo la mia partenza. Quel giorno ero partito semplicemente per andare a prendere del riso, e invece ero andato a Pyongyang. Gli anni erano passati, e adesso il bambino era diventato un ragazzo. Non potevo guardarlo negli occhi né potevo andargli incontro, carezzargli il viso e abbracciarlo gioiosamente. Rimasi immobile come una statua, raggelato, senza dire una parola.

Non c’era davvero bisogno che mia moglie parlasse. Sentivo il dolore e la sofferenza che quella povera mamma e suo figlio avevano dovuto affrontare nel mezzo della guerra. Sebbene sapessi, anche prima che venissero a trovarmi, dove abitassero e quale fosse la loro situazione, non ero ancora arrivato al punto di potermi occupare della mia famiglia.

Consapevole di questo, avevo chiesto a mia moglie tante volte, prima ancora del nostro matrimonio: «Ti prego, fidati di me e aspetta ancora un poco». Avevo in programma di andarli a prendere, quando fosse venuto il momento giusto. Ma in quella situazione, mentre mi stavano davanti sulla soglia, il momento giusto non era ancora arrivato. La capanna, la nostra chiesa, era piccola e malmessa. Vari membri della chiesa mangiavano e vivevano lì con me per studiare la parola di Dio.

Non potevo portare lì la mia famiglia. Mia moglie diede un’occhiata in giro per la baracca, espresse la sua grande delusione, si voltò e se ne andò lungo il sentiero scosceso.

Una chiesa senza denominazione

Secondo un detto che abbiamo in Corea, chi è insultato vive più a lungo. Se la mia vita dovesse durare in proporzione alla quantità d’insulti che ho ricevuto, potrei vivere altri cent’anni. Inoltre, poiché il mio stomaco non è stato saziato di cibo, ma d’insulti, si può affermare che io ho lo stomaco più pieno di quello di chiunque altro. Le chiese ufficiali, che mi avevano tanto contestato, quasi fino a lapidarmi, quando avevo costituito la mia chiesa a Pyongyang, ripresero a perseguitarmi, questa volta a Busan. Presero a contrastarci ancor prima che avessimo effettivamente fondato la nostra chiesa. Termini quali eretico e pseudo-qualcosa, furono anteposti al mio nome così spesso che sembrò ne fossero diventati parte. In effetti, le parole Sun Myung Moon divennero sinonimo di eresia e di pseudo religione. Era persino difficile sentire il mio nome non accompagnato da questi attributi.

Verso il 1953, la persecuzione raggiunse il culmine. Chiudemmo la baracca di Busan e ci spostammo prima a Daegu e poi a Seul. A maggio dell’anno seguente, affittammo una casa a Seul, nel quartiere di Bukhak Dong, situata presso il parco di Jang-choong-dang, ed esponemmo un’insegna dove si leggeva: «Associazione dello Spirito Santo per l’Unificazione del Cristianesimo Mondiale». Scegliemmo questo nome per esprimere che non appartenevamo ad alcuna denominazione, e per certo non avevamo in programma di crearne una nuova.

Le parole «Cristianesimo Mondiale» sono riferite a tutti i cristiani del mondo, sia del passato che del presente. «Unificazione» rivela il nostro scopo di unità e «Spirito Santo» denota l’armonia tra il mondo spirituale e quello fisico, costruita con l’amore della relazione di padre e figlio al suo centro. Il nostro nome vuole dire che «il mondo dello spirito, incentrato su Dio, è con noi».

In particolare, l’unificazione rappresenta il mio scopo, inteso a stabilire il mondo ideale di Dio. L’unificazione è diversa dall’unione. L’unione avviene quando due cose s’incontrano, mentre l’unificazione si realizza quando due cose diventano una sola. «Chiesa dell’Unificazione» divenne più tardi il nostro nome più comunemente noto, ma ci fu dato da altri. All’inizio, gli studenti universitari ci chiamavano «la Chiesa di Seul».

A me non piace usare la parola «kyo-hoi» (5) nella sua accezione usuale di «chiesa», ma preferisco invece il significato che le proviene dai caratteri cinesi (6) originali. «Kyo» significa «insegnare» e «hoi» significa «riunione». La parola coreana vuol dire letteralmente «riunione per insegnare». Il termine utilizzato per religione, «jong-kyo», è composto di due caratteri cinesi che significano rispettivamente «centrale» e «insegnamento». Quando con la parola «chiesa» s’intende una riunione nella quale vengono insegnati i fondamenti della spiritualità, il significato è buono. Ma il contenuto della parola «kyo-hoi» non fornisce alla gente alcuna ragione per motivarla alla condivisione. In generale, la parola «kyo-hoi» non è stata usata in questo senso.

Io non volevo collocare il nostro gruppo in questa categorizzazione, di tipo separatista. Avevo la speranza che sorgesse una chiesa senza una denominazione. La vera religione cerca di salvare la nazione, anche quando deve sacrificare la propria stessa struttura religiosa per quell’obiettivo; cerca di salvare il mondo, anche a costo di sacrificare la propria nazione; cerca di salvare l’umanità a prezzo di sacrificare il mondo. Con questo tipo di interpretazione di quella parola, non può mai esserci un solo momento in cui la denominazione abbia la precedenza.

Era necessario appendere un’insegna con la scritta «chiesa», ma nel mio cuore ero pronto a tirarla giù in qualsiasi momento. Chi espone una targa che dice «chiesa», pone immediatamente, per ciò stesso, una distinzione tra chiesa e non-chiesa. Prendere ciò che è unito e dividerlo in due non è la cosa giusta da fare. Non era quello il mio sogno. Non era quello il percorso che volevo intraprendere. Se fosse stato necessario togliere quell’insegna per salvare la nazione o il mondo, sarei stato pronto a farlo in qualsiasi momento.

La nostra insegna era appesa accanto all’ingresso principale. Sarebbe stato meglio se l’avessimo collocata più in alto, ma la gronda del tetto era molto bassa e non c’era nessun altro posto adatto per appenderla. Alla fine, la sistemammo più o meno ad altezza di bambino. Ed in effetti, alcuni bimbi del vicinato tirarono giù l’insegna, ci giocarono e la spezzarono in due. A causa del suo significato storico non potevamo buttarla via. Rimettemmo insieme i due pezzi con fil di ferro e li assicurammo con dei chiodi, meglio che potemmo, alla facciata.

Forse proprio come la nostra insegna era stata trattata in modo tanto umiliante, anche la nostra chiesa ricevette umiliazioni indescrivibili. La gronda del tetto era talmente bassa che le persone dovevano piegare la testa per passare dalla porta. La stanza era così angusta che quando ci riunivamo in sei e ci disponevamo in cerchio per pregare, chinando la testa rischiavamo di picchiare la fronte uno contro l’altro. Le persone del vicinato ridevano della nostra insegna. Se la spassavano, domandando che genere di unificazione mondiale sognassimo in quella minuscola casetta per entrare nella quale «bisognava mettersi carponi». Non cercavano di scoprire perché avessimo scelto quel nome. Semplicemente ci guardavano come se fossimo pazzi. Ma questo, in ogni caso, non ci disturbava.

A Busan avevamo elemosinato il cibo per sopravvivere, mentre ora avevamo una stanza per celebrare i nostri servizi religiosi. Non avevamo nulla da temere. Come abbigliamento presi due tute da lavoro dell’esercito americano e le tinsi di nero. Le indossavo insieme a delle scarpe di gomma nere. Anche se gli altri cercavano di sminuirci, nel nostro cuore ci sentivamo più dignitosi di chiunque altro.

Le persone che frequentavano la nostra chiesa si chiamavano tra loro shik-ku, ovvero membri della famiglia. Eravamo inebriati dall’amore. Chiunque veniva lì poteva vedere cosa stessi facendo e sentire cosa stessi dicendo. Eravamo legati da un filo interiore d’amore che ci metteva in comunicazione con Dio. Poteva avvenire che, una donna che si trovava in casa a preparare il cibo, all’improvviso lasciasse tutto per correre alla nostra chiesa. Un’altra magari diceva che andava a cambiarsi d’abito e poi correva da noi con il vestito vecchio. I parenti di un’altra ancora le radevano il capo, per impedirle di venire alla chiesa, e lei veniva lo stesso con la testa rasata (7).

Con l’aumentare dei nostri membri, cominciammo a evangelizzare nelle università. Negli anni ‘50, gli studenti universitari godevano di grande reputazione quali intellettuali della società coreana. Cominciammo a testimoniare (8) nelle vicinanze dell’università femminile di Ewha e dell’università di Yonsei. Presto avemmo un considerevole numero di studenti che frequentavano la nostra chiesa.

La professoressa Yoon Young Yang, che insegnava musica a Ewha, e la professoressa Choong Hwa Han, che era la direttrice della casa degli studenti, vennero da noi. Venivano anche molti studenti, e non uno o due alla volta: venivano a dozzine e il loro numero cresceva in progressione geometrica. Questo sorprese le chiese ufficiali, ma anche noi.

Due mesi dopo l’inizio della nostra attività evangelica nelle università, la nostra congregazione era esplosa quantitativamente, specialmente con gli studenti di Ewha e Yonsei. Il tasso di crescita era incredibile. Era come se spirasse un vento di primavera, capace di cambiare il cuore degli studenti in un solo momento. Decine di studentesse di Ewha raccolsero le loro cose e lasciarono gli alloggi universitari. Questo accadeva da un giorno all’altro. Se qualcuno cercava di fermarle rispondevano: «Perché? Perché stai cercando di fermarmi? Per fermarmi dovrai uccidermi. Uccidimi!». Alcune uscirono arrampicandosi su per il muro di cinta dell’università. Io cercai di fermarle, ma non c’era niente da fare. Non volevano restare nella loro bella scuola pulita; volevano venire nella nostra piccola chiesa che puzzava di piedi sporchi. Non c’era nessuno che potesse fare alcunché al riguardo.

Alla fine la preside Hwal Ran Kim (Helen Kim) mandò in visita alla nostra chiesa la professoressa Young Oon Kim del dipartimento di sociologia religiosa. La professoressa Kim aveva studiato teologia in Canada ed era un’esperta nella quale l’università di Ewha riponeva grandi speranze per il futuro. La preside aveva scelto la professoressa Kim perché supponeva che, grazie alla sua competenza teologica, avrebbe sviluppato un’analisi critica risolutiva, circa la nostra teologia, da poter utilizzare per mettere fine all’influenza che il nostro insegnamento esercitava sulle studentesse. Ma questo inviato speciale, la professoressa Kim, si unì alla nostra chiesa una settimana dopo avermi incontrato, e divenne uno dei suoi membri più entusiasti. Questo fatto accrebbe la nostra credibilità tra gli altri professori e studentesse di Ewha. Il numero dei nostri membri crebbe a valanga.

La situazione sfuggì al nostro controllo e le chiese ufficiali cominciarono ad accusarci di rubare i loro membri. Tutto ciò mi sembrava assolutamente ingiusto. Io non avevo mai obbligato nessuno ad ascoltare i miei sermoni o frequentare la nostra chiesa. Se mandavo via qualcuno dalla porta davanti, questi rientrava dalla porta di dietro. Se chiudevo le porte, rientravano dalle finestre. Non avevo nessuna possibilità di fermarli. Le persone più sconcertate da tutto questo erano gli amministratori di Yonsei ed Ewha, università sostenute economicamente da fondazioni cristiane. Non potevano starsene lì a far niente, mentre i loro studenti e professori aderivano a frotte ad un altro gruppo religioso.

Due università espellono studenti e professori

L’università di Yonsei e l’università femminile di Ewha si trovavano in una situazione critica. Alla fine presero una misura che non era mai stata adottata prima, né mai lo fu successivamente. Ewha licenziò cinque professoresse, compresa la professoressa Young Oon Kim, ed espulse quattordici studentesse. Tra queste ce n’erano cinque dell’ultimo anno. Anche Yonsei licenziò un professore ed espulse due studenti.

Il cappellano di Ewha cercò di consigliare alle studentesse: «Potrete frequentare quella chiesa dopo la vostra laurea. In questo modo, non produrrete alcun danno alla scuola», ma non servì a niente. Si produsse l’effetto contrario. Le studentesse espulse protestarono vibratamente: «Ci sono molti atei nella nostra scuola» affermarono; «abbiamo anche figli di sciamani tradizionali che la frequentano. Come può la scuola giustificare la nostra espulsione e giustificare l’ipocrisia di questa disparità di trattamento?». Ma la scuola rimase sulle sue posizioni: «Siamo una scuola privata e una scuola cristiana. Abbiamo il diritto di espellere qualsiasi studente che riteniamo opportuno».

Quando si venne a sapere dell’accaduto, un giornale pubblicò un editoriale intitolato: «L’espulsione è un errore in un paese dove vige la libertà di religione». La situazione divenne presto un argomento di dibattito pubblico.

Nell’università di Ewha, che era sostenuta da una fondazione cristiana canadese, si temeva che quel supporto economico sarebbe venuto meno, se si fosse saputo in giro che un consistente gruppo di sue studentesse frequentava una chiesa accusata di essere eretica. A quei tempi, a Ewha il servizio religioso veniva svolto tre volte la settimana, si registravano le presenze e i dati venivano presentati alla sede della missione cristiana.

Dopo l’espulsione delle studentesse e il licenziamento delle professoresse, l’opinione pubblica cominciò a volgersi in nostro favore. L’università di Ewha, nel tentativo di contrastare questi sviluppi, iniziò una campagna di falsi pettegolezzi, perfino troppo volgari da ripetere. Disgraziatamente, come spesso accade, più disgustose erano le dicerie, più la gente le ascoltava e le ripeteva come se fossero vere. Queste voci infamanti cominciarono ad autoalimentarsi e presto presero vita per proprio conto. La nostra chiesa ne soffrì le conseguenze per più di un anno.

Non volevo che la situazione sfuggisse di controllo in questo modo, non volevo creare problemi a nessuno. Cercai di convincere le studentesse e le professoresse a condurre una vita di fede semplice e quieta. Spiegai loro che non era necessario che lasciassero i loro alloggi all’università e dessero adito a tanto turbamento pubblico. Ma loro furono categoriche: «Perché ci chiede di non venire qua? Desideriamo ricevere la stessa grazia che chiunque altro può ricevere». Alla fine, furono costrette a lasciare le loro scuole. Quella situazione mi metteva a disagio, ma non potevo intervenire in alcun modo.

Dopo essere state allontanate dalla scuola, le studentesse si recarono in gruppo in una sala di preghiera sul monte Samgak, alle porte di Seul. Andarono a cercare consolazione al loro cuore ferito. Erano state cacciate dalla scuola, le loro famiglie erano adirate e le loro amiche non volevano più incontrarle. Non avevano più un posto dove andare. Digiunarono e passarono tutto il tempo a pregare profondamente; presto alcune cominciarono anche a parlare in lingue.

È proprio vero che Dio compare quando siamo sull’orlo della disperazione e dell’angoscia.

Le studentesse, che erano state espulse dalla loro scuola ed emarginate dalle famiglie e dalla società, trovarono Dio nella sala sul monte Samgak. Andai a visitarle e portai loro cibo e conforto, perché erano molto deperite per il digiuno: «È già un grosso danno che siate state ingiustamente espulse» spiegai loro, «per favore non digiunate per giunta. Se pensando a ciò che avete fatto la vostra coscienza è serena, essere insultate per questo non è disonorevole. Non scoraggiatevi, ma aspettate che venga il vostro momento».

Cinque di quelle studentesse, che erano più avanti negli studi, si trasferirono più tardi all’università femminile di Sookmyung. Ma il danno era già stato fatto. Quanto era accaduto svolse un ruolo decisivo nell’attribuirmi una reputazione profondamente negativa. I resoconti giornalistici cominciarono ad attribuire a noi tutte le azioni malvagie commesse da membri delle varie religioni. La gente che, sulle prime, aveva reagito alle dicerie con «Può mai essere vero?», ora cominciava a dire «È vero».

Fa male essere sottoposti a un trattamento tanto ingiusto. L’ingiustizia era tanto acuta da rendermi furioso. Volevo urlare la mia smentita a quelle voci, ma non parlai né provai a combattere. Avevamo così tante altre cose da realizzare e non avevamo tempo da sprecare nella lotta.

Credevo che l’incomprensione e l’odio sarebbero svaniti col tempo e che non dovessimo disperdere le nostre energie, preoccupandocene eccessivamente. Facevo finta di non sentire la gente che diceva: «Sun Myung Moon deve morire colpito da un fulmine», o i ministri religiosi cristiani che pregavano per la mia morte. Però, invece di spegnersi, pettegolezzi ancora più inquietanti si diffusero col passare dei giorni. Sembrava che tutto il mondo si fosse unito nel puntarmi il dito in tono accusatorio. Anche nella calura della fabbrica di fertilizzante di Heungnam, avevo evitato di farmi vedere dagli altri perfino i polpacci. Ma ora girava la voce che io danzassi nudo nella nostra chiesa. Le persone che venivano per la prima volta mi guardavano con occhi che sembravano dire: «Sei tu quello che si toglie i vestiti e danza?». Io sapevo meglio di chiunque altro che ci sarebbe voluto del tempo perché quei malintesi scomparissero, così non cercai mai di polemizzare con loro dicendo: «Io non sono così».

Non possiamo conoscere una persona senza incontrarla, ma c’erano tanti che non esitavano a maledirmi senza neanche avermi mai incontrato. Sapevo che sarebbe stato inutile battagliare contro queste persone, così sopportai in silenzio.

Gli avvenimenti di Yonsei ed Ewha spinsero la nostra chiesa sull’orlo della distruzione. L’idea di «pseudo religione» o di «setta» furono inseparabilmente collegate al mio nome. Tutte le chiese ufficiali si allearono e chiesero al governo di mettermi sotto accusa.

Il 4 luglio 1955 la polizia fece irruzione nella nostra chiesa e arrestò me e quattro membri: Won Pil Kim, Hyu Young Eu, Hyo Min Eu e Hyo Won Eu. Ministri religiosi e responsabili delle chiese ufficiali operarono d’intesa con le autorità civili e scrissero petizioni, chiedendo la chiusura della nostra chiesa. Quei quattro membri, che erano stati con me fin dall’inizio, furono costretti a rimanere in prigione con me. La questione non finì così. La polizia fece ricerche sui miei precedenti e formulò un’accusa di renitenza alla leva. Anche quest’accusa era frutto di un marchiano errore: all’epoca in cui ero fuggito dal campo di morte nordcoreano avevo già passato l’età del servizio militare obbligatorio; nonostante ciò, mi accusarono di essermi sottratto alla leva.

Nuove gemme crescono sui rami bruciati

Gli investigatori della Sezione Speciale Informazioni dell’Ufficio per l’Ordine Pubblico, che avevano perquisito la nostra chiesa e mi avevano tratto in arresto, mi portarono al commissariato di Chung Bu. Ero indignato per la mia incriminazione come renitente, ma non dissi nulla. Avevo la bocca per parlare, ma non mi fu mai data la possibilità di dire una parola. Alcuni, vedendo il mio silenzio di fronte a quel trattamento ingiusto, mi diedero dello smidollato. Sopportai in silenzio anche quel tipo di epiteti, nella convinzione che anche tutto ciò facesse parte del percorso che mi era stato assegnato. Se quello era il cammino che avrei dovuto seguire per raggiungere il mio obiettivo, non potevo fare niente al riguardo. Dal momento che seguivo un percorso chiaro, non avrei potuto mai essere sconfitto. Quanto più venivo attaccato, tanto più m’impegnavo ad agire più onorevolmente di chiunque altro.

Una volta che ebbi preso questa decisione nel mio cuore, la polizia non poté più avere alcun controllo su di me. Mentre l’ispettore scriveva il suo rapporto, gli dettavo quello che doveva scrivere. «Perché non include quest’aspetto?» gli suggerivo, oppure: «Qui deve scrivere in questo modo». L’investigatore scriveva ciò che gli dettavo, e ciascuna delle frasi che gli dettavo era esatta, ma quando mise insieme il tutto, si accorse che il suo rapporto portava alla conclusione opposta rispetto a quella che si era prefisso di dimostrare, così si arrabbiò e lo strappò.

Il 13 luglio 1955, dopo sei giorni di detenzione nel commissariato di Chung Bu, fui condotto nuovamente in prigione. Questa volta, si trattava del carcere di Seodaemun, a Seul. Fui ammanettato, ma non provavo né vergogna né dispiacere. Vivere in prigione non era un problema per me. Può aver alimentato una gran collera nel mio cuore, ma non ha mai costituito un ostacolo sul mio percorso. Per me, è stato un modo per raccogliere un capitale aggiuntivo per le mie attività future. Affrontai la vita in prigione dicendo a me stesso: «Non sono uno che morirà in prigione. Io non posso morire. Questo è solo il trampolino che userò per fare un grande salto verso il mondo della liberazione».

È la regola del mondo - e la legge del cielo - che ciò che è malvagio declini e ciò che è buono si espanda. Anche se per compiere la mia missione dovessi finire in un mucchio di letame, se manterrò un cuore puro non fallirò. Mentre venivo condotto via incatenato, alcune donne mi passarono accanto, mi guardarono di traverso e scossero la testa in segno di disapprovazione. Esprimevano il sentimento che fossi addirittura grottesco da vedere, perché m’immaginavano come il capo di una setta che praticava riti sessuali. Ma non mi sentivo né impaurito, né vergognoso. Nonostante le parole sporche usate per tormentare me e la nostra chiesa, non mi sarei fatto intimidire.

Naturalmente, avevo dei sentimenti normali. Esternamente mantenevo la mia dignità, ma molto spesso mi sentivo soffocato e amareggiato fin nel profondo. Ogni volta che sentivo il cuore fiaccato, reagivo dicendo a me stesso: «Non sono uno che finirà col morire in prigione. Mi risolleverò. Ne sono certo». Raddoppiai la mia determinazione dicendo: «Sto prendendo tutta la sofferenza su me stesso. Sto sopportando tutto questo peso per la nostra chiesa».

Ci si sarebbe potuto aspettare che il mio arresto avrebbe significato la fine della nostra chiesa, che tutti i membri se ne sarebbero andati ciascuno per la propria strada. Al contrario, i membri vennero a visitarmi tutti i giorni. In certi casi, addirittura litigarono per stabilire chi dovesse venire a vedermi per primo.

Le visite erano consentite soltanto dopo le 8 del mattino, ma i membri si mettevano in fila e aspettavano fuori della porta della prigione fin dall’alba. Più la gente mi malediceva, più la mia situazione si faceva solitaria, più persone si mettevano in fila per venirmi a trovare, incoraggiarmi e piangere per me.

Io neppure li salutavo con tanto sentimento. In realtà li rimproveravo, dicendo cose del tipo: «Perché siete venuti a fare tanta confusione?». Nonostante ciò, mi restavano vicini piangendo. Era il loro modo di esprimere fede e amore. Non mi erano affezionati perché io sapessi parlare con chiarezza o eloquenza. Mi amavano perché comprendevano l’amore che nutrivo per loro dal profondo del mio cuore. I nostri membri riconoscevano il mio cuore vero. Dovessi anche morire, non potrò mai dimenticare i membri che mi sono rimasti accanto nonostante mi abbiano visto incatenato in tribunale. Ricorderò sempre la loro espressione mentre singhiozzavano, vedendomi seduto al banco degli imputati.

Le guardie della prigione erano stupite: «Com’è possibile che quest’uomo faccia tanto impazzire questa gente?» si domandarono vedendo i nostri membri radunarsi nella prigione. «Non è il loro marito, e loro non sono le sue mogli. Non è loro figlio. Come possono essergli tanto dedicati?». In un caso almeno, una guardia commentò: «Avevamo sentito dire che Moon fosse un dittatore e sfruttasse le persone, ma è assolutamente chiaro che questo non è vero». Quella guardia divenne un membro e seguì la nostra strada.

Alla fine, dopo tre mesi di reclusione, il tribunale mi dichiarò innocente e fui rilasciato. Il giorno della mia liberazione, il capo delle guardie e i comandanti di tutte le sezioni mi tributarono un saluto formale. Nel giro di tre mesi divennero tutti membri della nostra famiglia unificazionista. La ragione per cui avevano cambiato i loro sentimenti era semplice. Osservandomi da vicino, avevano potuto rendersi conto che non ero per nulla la persona raffigurata nelle dicerie che avevano ascoltato. Risultò così che le falsità che circolavano nella società aiutavano, in realtà, i nostri sforzi nella testimonianza.

Il giorno che ero stato portato via dalla polizia, tutti i mezzi d’informazione e tutta l’opinione pubblica erano stati in subbuglio. Ma quando fui riconosciuto innocente e rimesso in libertà, rimasero in silenzio. L’unico resoconto del mio verdetto d’innocenza e della mia scarcerazione fu un trafiletto di tre righe in un angolo nascosto del giornale, che diceva: «Il Reverendo Moon non colpevole, rilasciato». Le ripugnanti accuse che avevano messo in agitazione tutta la nazione si erano dimostrate del tutto false, ma il fatto che venissi scagionato fu accuratamente insabbiato. I nostri membri protestarono, dicendo: «Reverendo Moon, questo è ingiusto. Ci fa tanto arrabbiare, non possiamo sopportarlo». Piansero davanti a me, ma io rimasi in silenzio e li tranquillizzai.

Non ho mai dimenticato il dolore che ho provato quando sono stato maltrattato e assoggettato a tutte quelle false accuse. Ho perseverato, anche quando così tante persone erano contro di me, che mi sentivo di non avere neanche un centimetro quadrato di spazio per me in tutta la Corea. La tristezza che sentii in quel tempo è rimasta con me, in un angolo del mio cuore.

Posso essere come un albero che è stato squassato dal vento e dalla pioggia e bruciato dal fuoco, ma non sarò mai un albero che si secca e muore. Anche i rami bruciati porteranno nuovi germogli quando verrà la primavera. Se continuerò lungo la mia strada con umiltà e forte convinzione, verrà sicuramente il giorno in cui il mondo capirà il valore di ciò che faccio.

Siamo temprati dalle nostre ferite

La gente respingeva la nuova espressione di verità che io predicavo, definendola un’eresia. Anche Gesù, nato nella patria dell’Ebraismo, fu accusato di eresia e crocefisso; la mia persecuzione comunque non si avvicinò neppure, in quanto a sofferenza e ingiustizia, alla sua. Io potevo sopportare tutto il dolore che veniva inflitto al mio corpo, ma l’accusa di eresia contro la nostra chiesa mi risultò più ingiusta e più difficile da sopportare.

Alcuni teologi, che avevano studiato la nostra chiesa nei primi giorni, dissero che i nostri insegnamenti erano originali e sistematici. Alcuni di loro erano pronti ad accettarli. Questo significa che le intense controversie, che avevano coinvolto la nostra chiesa, non avevano motivazioni teologiche; avevano piuttosto a che fare con degli interessi di potere.

I nostri membri, per la maggior parte, avevano frequentato altre chiese prima di unirsi alla nostra. Questa era la ragione determinante a motivo della quale la nostra chiesa era trattata come nemica dalle chiese ufficiali.

Dopo aver aderito alla nostra chiesa, la professoressa Yoon Young Yang, docente all’università di Ewha, fu condotta al commissariato per essere interrogata. In quell’occasione scoprì che circa ottanta ministri religiosi cristiani avevano scritto delle lettere alle autorità per criticare la nostra chiesa. Chiaramente non avevamo fatto nulla di sbagliato; la vera motivazione di quelle lettere era che eravamo visti come una minaccia al potere di certe persone e istituzioni. Furono le loro confuse sensazioni di paura e la loro estrema faziosità che li motivarono a tentare di sopprimere la nostra chiesa.

Tante persone, provenienti da vari gruppi religiosi, furono attratte dalla nostra chiesa e dai suoi nuovi insegnamenti. Dicevo loro: «Perché siete venuti qua? Ritornate alle vostre chiese», e quasi li minacciavo per cercare di cacciarli. Ma loro poco dopo ritornavano. Coloro che si raccoglievano intorno a me non ascoltavano nessuno. Non ascoltavano gli insegnanti o i genitori. Volevano sentirmi parlare. Io non li pagavo né davo loro da mangiare, ma loro credevano in quello che insegnavo e continuavano a venire da me. Il fatto è che io mostravo loro il modo per risolvere le loro frustrazioni.

Anch’io, prima di conoscere la verità, ero frustrato. Lo ero quando guardavo il cielo e guardavo le persone intorno a me. Per questa ragione, potevo comprendere la frustrazione delle persone che venivano alla nostra chiesa; avevano domande sulla vita e non riuscivano a trovare risposte. La parola di Dio che trasmettevo loro rispondeva chiaramente alle loro domande. I giovani che mi cercavano trovavano risposte nei concetti che esprimevo. Volevano venire alla nostra chiesa per condividere il mio percorso spirituale, non importa quanto esso potesse essere difficile.

Io sono la persona che trova la strada e la apre; guido le persone lungo il cammino per risanare le famiglie distrutte e ricostituire la società, la nazione e il mondo, così da poter alla fine ritornare a Dio. Coloro che vengono da me comprendono questo. Vogliono accompagnarmi nella ricerca di Dio. Che colpa si può trovare in tutto ciò? Tutto quello che facevamo era andare in cerca di Dio, e per questo siamo stati sottoposti a ogni genere di persecuzione e critica.

Purtroppo, durante quel periodo in cui la nostra chiesa era impegnata nelle discussioni sull’eresia, mia moglie rese la mia situazione ancora più difficile. Dopo il nostro incontro a Busan lei, insieme ai suoi parenti, cominciò a pretendere che lasciassi immediatamente la chiesa e andassi a vivere con lei e con nostro figlio, oppure consentissi al divorzio. Vennero anche in carcere a Seodaemun, nel periodo della mia prigionia, e mi presentarono i documenti per il divorzio perché li firmassi. Sapendo quanto il matrimonio sia importante nel quadro della realizzazione del mondo di pace di Dio, mi sottrassi alle loro richieste rimanendo in silenzio.

Anche i membri della nostra chiesa dovettero subire da lei orribili affronti. Per quanto mi riguardava, potevo farmene una ragione e non mi preoccupavo dei suoi insulti e dei suoi sconsiderati maltrattamenti. Avevo difficoltà, invece, a restare da parte e osservare il suo comportamento offensivo verso i nostri membri. Faceva irruzione nella nostra chiesa a qualsiasi ora per maledire i membri, distruggere le nostre cose e portare via oggetti che appartenevano alla chiesa. Arrivò a gettare letteralmente acqua contenente feci umane addosso ai membri. Quando lei veniva, non potevamo tenere il nostro servizio religioso. Alla fine, poco dopo essere uscito dalla prigione di Seodaemun, accettai le richieste della sua famiglia e sottoscrissi i documenti del divorzio. Fui costretto a quel divorzio contro i miei principi.

Quando penso alla mia prima moglie oggi, mi si stringe il cuore. L’influenza della sua famiglia, che era profondamente cristiana, e le indicazioni delle chiese ufficiali coreane furono le cause principali nel determinarla a comportarsi in quel modo. Lei era stata così chiara e ferma nella promessa che mi aveva fatto prima del nostro matrimonio. Il modo in cui lei cambiò atteggiamento ci dà una lezione su quanto siano temibili le forze del pregiudizio sociale e della superstizione diffusa.

Sperimentai simultaneamente l’amarezza del divorzio e la sofferenza di essere etichettato come eretico, ma non mi piegai. Erano cose che dovevo subire nel mio corso per redimere il peccato originale dell’umanità, cose che dovevo superare per proseguire nel mio cammino verso il regno di Dio. Il momento più buio è quello che precede l’alba. Uscii dall’oscurità aggrappandomi a Dio e pregando. Al di fuori del breve tempo dedicato al sonno, tutto il tempo che avevo disponibile lo dedicavo alla preghiera.

Un cuore sincero è estremamente importante

Ritornai nel mondo dopo tre mesi in prigione, perché alla fine mi avevano giudicato non colpevole. Mi resi conto più che mai che ero tremendamente indebitato con Dio e, per ripagare il mio debito, cercai un posto dove la nostra chiesa potesse ricominciare dall’inizio. Comunque, non pregai chiedendo: «Dio, costruiscici una chiesa». Non mi ero mai lamentato, né mi ero mai vergognato, del piccolo e umile edificio che avevamo usato per la nostra chiesa sin allora. Ero grato di avere un posto per pregare. Non avevo mai desiderato uno spazio grande e comodo.

Nondimeno, ci serviva un luogo dove i nostri membri potessero riunirsi e tenere le celebrazioni religiose, così prendemmo un prestito di due milioni di won e acquistammo una casa in condizioni malconce sulla collina di Cheongpa Dong. Era una delle tante case classificate come «proprietà nemica»: voleva dire che era rimasta vuota da quando, all’epoca della liberazione della nostra nazione, i Giapponesi erano partiti e l’avevano abbandonata.

Era una piccola casa di appena 65 metri quadrati. Si trovava alla fine di un vicolo lungo e stretto. Avvicinarsi alla casa era come attraversare una galleria lunga e oscura. I pilastri e i muri erano coperti di sporco, e ci domandammo cosa potesse essere successo lì prima del nostro arrivo. Lavorai quattro giorni, insieme ai giovani della nostra chiesa, per scrostare tutta la sporcizia con una soluzione di soda.

Dopo il nostro trasloco nella chiesa di Cheongpa Dong, dormii pochissimo. Rimanevo seduto sul pavimento della stanza da letto principale, accovacciato in preghiera fino alle tre o alle quattro del mattino. Facevo un breve riposo fino alle cinque, ma poi mi alzavo per cominciare le attività della giornata. Mantenni questo stile di vita per sette anni. Pur dormendo solo una o due ore per notte, non mi sentivo mai insonnolito durante il giorno. I miei occhi risplendevano, come la stella del mattino.

Non ero mai stanco. La mia testa era talmente piena di cose da fare che non volevo neanche sprecare il tempo per mangiare. Piuttosto che avere qualcuno che mi apparecchiasse la tavola per il pasto, preferivo mangiare sul pavimento e mi chinavo sul cibo per mangiare. «Profondi la tua devozione! Profondila, anche se sei addormentato! Profondila finché non sarai esausto». Continuavo a ripetermi queste frasi. Pregavo nel mezzo dell’incessante opposizione e delle false accuse, pensando che stavo piantando semi che un giorno avrebbero prodotto un raccolto copioso. Se quella messe non si fosse potuta mietere in Corea, ero fiducioso che sarebbe stata raccolta da qualche altra parte nel mondo.

Un anno dopo la mia liberazione dalla prigione, la nostra chiesa contava quattrocento membri. Quando pregavo, chiamavo i loro nomi ad uno ad uno. Anche prima che li chiamassi per nome, i loro visi mi passavano nella mente. Alcuni erano piangenti, altri sorridenti. Nelle mie preghiere, potevo sentire come stava ciascuno di loro, ed anche chi era ammalato.

A volte, ricevevo l’ispirazione che una particolare persona sarebbe venuta quel giorno alla chiesa, mentre nella preghiera ne pronunciavo il nome. Quella persona arrivava immancabilmente. Quando andavo da qualcuno che mi era apparso malato nella preghiera e gli chiedevo: «Sei malato?», quella persona me lo confermava. I membri erano meravigliati che io sapessi quando erano malati, senza che me lo avessero detto. Ogni volta mi chiedevano: «Ma come fa?», ed io rispondevo con un semplice sorriso.

Ricordo un episodio che accadde mentre stavamo preparando una cerimonia di benedizione in matrimonio. Prima della cerimonia, chiedevo a tutti gli sposi e le spose se avessero mantenuto la loro castità. Quando rivolsi la domanda a un certo candidato, questi rispose a voce alta che era rimasto puro. Glielo chiesi una seconda volta, e di nuovo lui mi assicurò che lo era. Glielo chiesi una terza volta, e ancora mi diede la stessa risposta. Lo guardai dritto negli occhi e gli dissi: «Tu hai fatto il servizio militare a Hwacheon, nella provincia di Kangwon, non è così?».

Questa volta lui rispose «Sì» con la voce piena di paura.

«Ti diedero una licenza e, sulla strada per venire a Seul, ti fermasti in una locanda, non è vero? Quella notte hai avuto un rapporto sessuale con una donna che indossava una gonna rossa. Io so esattamente quello che hai fatto. Perché mi racconti bugie?». Mi arrabbiai con quell’uomo e lo cacciai via dalla sala della cerimonia di benedizione. Chi tiene aperti gli occhi del suo cuore, può vedere anche quello che è nascosto. Alcuni erano attirati dalla nostra chiesa più per questi fenomeni paranormali che per l’insegnamento. Molti attribuiscono importanza ai poteri spirituali. Tuttavia, quei fenomeni, che spesso chiamiamo miracoli, tendono a confondere la società in generale. Una fede che si appoggia a eventi inspiegabili o miracolosi non è una fede sana. Tutti i peccati devono essere restaurati attraverso la redenzione e non si può farlo affidandosi ai poteri spirituali. Quando la nostra chiesa cominciò a maturare, smisi di parlare ai membri delle cose che vedevo con gli occhi del mio cuore.

Il numero dei membri continuava a crescere. Che avessi di fronte decine o centinaia di persone, mi comportavo allo stesso modo, come se ci fosse una persona sola. Ascoltavo tutto quello che volessero dirmi circa le loro situazioni personali. Tanto che fosse una vecchia signora, quanto un ragazzo, ascoltavo con attenzione, come se quella fosse l’unica persona con cui dovevo avere a che fare. Tutti i membri dicevano: «Non c’è nessuno in tutta la Corea che ascolta quello che ho da dire come il reverendo Moon». Una nonna avrebbe cominciato a raccontarmi come si era sposata e alla fine mi avrebbe detto delle malattie di suo marito. A me piace ascoltare gli altri che parlano di sé. Quando qualcuno si apre con me e parla di sé, non mi rendo neanche conto del tempo che passa e ascolto per dieci o anche venti ore. Le persone che vogliono parlare hanno un senso di urgenza. Stanno cercando una soluzione ai loro problemi. Così, sento che devo ascoltarli con tutta la mia attenzione. Questo è il modo in cui io amo la loro vita e ripago il mio debito per la mia stessa vita. La cosa più importante è riconoscere quanto la vita sia preziosa. Allo stesso modo in cui io ascoltavo con sincerità quello che gli altri avevano da dire, anch’io condividevo con loro il mio cuore, sinceramente e fervidamente, e pregavo per loro in lacrime.

Quante volte ho pianto e pregavo per tutta la notte! Le tavole del pavimento dove pregavo erano sature di lacrime, e non c’era modo che si asciugassero. Alcuni anni dopo, quando ero negli Stati Uniti, venni a sapere che i membri della chiesa stavano programmando di ristrutturare l’edificio di Cheongpa Dong. Mandai un telegramma urgente perché interrompessero immediatamente quei lavori. Sì, quell’edificio racchiude i ricordi di un periodo irripetibile della mia storia personale ma, soprattutto, costituisce una testimonianza diretta della storia della nostra chiesa.

Per quanto si desiderasse decorarla in modo meraviglioso, a cosa sarebbe servito se la nostra storia fosse stata distrutta? Quello che ha importanza non è la sua bellezza esteriore, ma la vita segreta fatta di lacrime racchiusa in quell’edificio. Magari quella chiesa non sarà straordinaria sotto il profilo architettonico, ma contiene una tradizione, e in quella tradizione sta il suo valore. Chi non sa rispettare la propria tradizione è destinato al fallimento.

C’è la storia incisa in ogni colonna della chiesa di Cheongpa Dong. Quando guardo una specifica colonna, mi ricordo di quella volta che mi ci appoggiai e piansi per una particolare questione. Vedere quella colonna, accanto alla quale piansi, mi fa piangere di nuovo. Vedere lo stipite di una porta un po’ storto mi ricorda il passato. Oramai però il pavimento originale in legno non c’è più. Non ci sono più quegli impiantiti, sui quali ero rimasto inginocchiato in preghiera, su cui avevo sparso tante lacrime, e non ci sono più neppure le tracce di quelle lacrime. Io sento il bisogno del ricordo di quella sofferenza. Non ha importanza se lo stile esteriore o l’aspetto sono antiquati. È passato tanto tempo, e adesso abbiamo tante chiese ben costruite. Ma per quanto mi riguarda, preferisco andare a pregare nella piccola casa sulla collina di Cheongpa Dong. È lì che mi sento più a mio agio.

Ho vissuto tutta la vita pregando e predicando, ma ancora adesso mi tremano le ginocchia quando mi trovo di fronte a un gruppo di persone. Questo mi accade perché stare in quella posizione e parlare di temi d’interesse pubblico implica che tante vite saranno salvate o altrettante saranno perdute. È una questione di estrema importanza per me riuscire a guidare sulla strada della vita le persone che ascoltano le mie parole. Quelli sono i momenti in cui io traccio una linea netta di demarcazione tra la vita e la morte.

Ancora oggi non preparo mai i miei sermoni in anticipo. Ho paura che, se facessi così, i miei obiettivi personali potrebbero trasferirsi nei contenuti. Con un’adeguata preparazione potrei magari dimostrare quanta conoscenza abbia accumulato, ma non riuscirei a esprimere il mio cuore serio e appassionato. In quel periodo, prima di parlare in pubblico, offrivo sempre la mia devozione trascorrendo almeno dieci ore in preghiera. Questo è il modo in cui io spingo le mie radici in profondità. Un albero imponente, anche se ha le foglie un po’ mangiate dagli insetti, rimane in buona salute se le radici sono profonde. Il mio discorso potrà essere a volte un po’ impacciato, ma tutto andrà bene finché ci sarà un cuore sincero.

Nei primi tempi della nostra chiesa, indossavo una vecchia tuta e un giubbino dell’esercito statunitense tinti di nero, e predicavo con tanto fervore, fino a grondare di sudore e di lacrime. Non passava giorno che non piangessi disperatamente. Il mio cuore era pieno di sentimento, e le lacrime mi sgorgavano dagli occhi e mi rigavano il viso. Erano momenti in cui il mio spirito sembrava sul punto di abbandonare il corpo e mi sentivo come se fossi a un passo dalla morte. I miei abiti erano fradici per la traspirazione e perle di sudore mi scendevano dalla fronte.

Ai tempi della chiesa di Cheongpa Dong, tutti attraversammo momenti critici, ma Hyo Won Eu sopportò difficoltà particolarmente dure. Era affetto da una malattia polmonare che gli dava seri problemi, ma nonostante ciò, insegnò la dottrina della nostra chiesa per diciotto ore al giorno, lungo l’arco di tre anni e otto mesi.

Non potevamo permetterci di nutrirci bene. Mangiavamo orzo al posto del riso e ci sostentavamo con due soli pasti al giorno. Il nostro unico contorno era del kimchi, che lasciavamo a fermentare per una sola notte (9). A Hyo Won Eu piaceva un certo tipo di gamberetti salati. Ne metteva alcuni in un recipiente, che lasciava in un angolo della stanza, e ogni tanto andava lì con un paio di bastoncini e ne mangiava qualcuno. In questo modo, poteva superare quei giorni difficili. Mi si stringeva il cuore nel vedere Hyo Won Eu disteso esausto sul pavimento, affamato e stanco. Avrei voluto dargli del pesce salato, ma era troppo costoso per noi a quei tempi. Mi addolora ancora il pensare quanto duramente lui si sia impegnato, sebbene fosse malato, nel cercare di trascrivere le mie parole che scorrevano rapide come una cascata.

Grazie al duro lavoro e al sacrificio dei membri, la chiesa continuò a crescere costantemente. Formammo l’associazione Sunghwa per gli studenti delle scuole medie e superiori. Questi ragazzi si sentirono ispirati a donare il pranzo, che era stato loro preparato dalle mamme, in modo che i nostri missionari pionieri potessero sfamarsi. Di propria iniziativa gli studenti crearono una lista, fissando i turni per offrire il loro proprio pasto. I missionari mangiavano quel cibo tra le lacrime, sapendo che quel giorno gli studenti sarebbero rimasti a digiuno. L’espressione della dedizione degli studenti era ancor più significativa del pranzo stesso, e tutti raddoppiavamo la nostra determinazione a compiere la volontà di Dio, a costo del sacrificio della nostra vita.

Anche se i tempi erano difficili, mandammo missionari in molte regioni della nazione. Nonostante il loro desiderio sincero, i membri avevano difficoltà perché erano sommersi dalle spregevoli dicerie di cui ho parlato, e non si sentivano liberi di dire che venivano dalla Chiesa dell’Unificazione. Visitavano il vicinato, pulendo le strade e offrendo aiuto nelle case dei più bisognosi. La sera tenevano scuole di alfabetizzazione e parlavano alla gente della parola di Dio. Servivano le persone in questo modo per molti mesi e costruivano un rapporto di fiducia.

Come risultato, la nostra chiesa continuò a crescere. Non ho mai dimenticato quei membri che, sebbene avessero tanto desiderato andare all’università, scelsero invece di rimanere con me e dedicarsi al lavoro della chiesa.

Note

(1) Nella cultura coreana tradizionale ci si inchinava fino a terra di fronte ai propri genitori, ai propri insegnanti, alle autorità di rango elevato (ai tempi della monarchia), e di fronte alle persone che si consideravano maestri spirituali.

(2) Il riso che resta attaccato al fondo della pentola con il metodo di cottura orientale.

(3) I soldati fornivano a Kim la foto, spesso in bianco e nero, della moglie o della fidanzata. Con la foto come guida il Rev. Moon e Kim eseguivano il ritratto a colori.

(4) Uno dei piatti tradizionali coreani, a base di verdure fermentate e peperoncino.

(5) Pronuncia: kyo-hè.

(6) Si riferisce all’uso di molti caratteri cinesi nella lingua scritta coreana.

(7) Nella famiglia coreana rigidamente patriarcale di allora le donne potevano subire anche questo tipo di trattamento, considerato umiliante, per essere costrette a fare la volontà del marito o del padre.

(8) In questo contesto la parola «testimoniare» viene usata nel significato cristiano di «essere testimoni della verità», «evangelizzare».

(9) La preparazione normale richiede tre giorni completi.

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