Capitolo 2 - Il mio cuore è un fiume di lacrime

Tra timore e ispirazione

Quando crebbi e diventai più maturo, cominciai a pormi una domanda su un argomento che mi preoccupava molto: «Cosa farò da grande?». Mi piaceva osservare e studiare la natura, così m’immaginai una carriera da scienziato. Cambiai idea, però, dopo aver visto la tragedia della nostra gente, depredata dalle autorità coloniali giapponesi.

Il popolo soffriva tanto da non poter nemmeno nutrirsi. Mi sembrava che diventare uno scienziato, anche se fossi arrivato a ottenere un premio Nobel, non mi avrebbe dato modo di eliminare la sofferenza del mio popolo. Volevo diventare qualcuno che fosse capace di consolare le persone e lenire il dolore che opprimeva i loro cuori.

Mentre me ne stavo disteso nel bosco, ascoltando il canto degli uccelli, pensavo: «Il mondo deve diventare caldo e tenero come questi canti. Io devo diventare un uomo che sappia trasformare la vita della gente e renderla profumata come questi fiori». Non avevo le idee chiare sulla professione che avrei dovuto scegliere per realizzare ciò, ma ero convinto che dovessi diventare una persona capace di far felice il mio prossimo.

Quando avevo dieci anni, la nostra famiglia si convertì al Cristianesimo grazie al prozio Yun Guk Moon, che era un ministro religioso e conduceva una fervida vita di fede. D’allora in poi, frequentai con regolarità la chiesa, senza mancare mai neppure una settimana. Se arrivavo al servizio religioso appena un po’ in ritardo, mi vergognavo a tal punto da non riuscire ad alzare lo sguardo. Non so cosa potessi aver compreso, a un’età così giovane, per sentirmi ispirato a quel modo, ma Dio era già una forte presenza nella mia vita. Passavo sempre più tempo a cercare la risposta a domande che riguardavano la vita e la morte, la sofferenza e il dolore dell’esistenza umana.

Quando avevo dodici anni, partecipai alla riesumazione delle spoglie del bisnonno. Di norma, solo gli adulti erano ammessi a partecipare a un evento del genere, ma io volevo davvero osservare con i miei occhi cosa succedesse alle persone dopo la morte. Alla fine convinsi i miei genitori a portarmi con loro. Quando la tomba fu scoperchiata e vidi i resti del bisnonno, fui sopraffatto dallo sconcerto e dalla paura. Gli adulti aprirono il sepolcro con una cerimonia solenne, ma vidi che dentro c’era soltanto un esile scheletro. Non c’era alcuna traccia dei lineamenti del bisnonno che mio padre e mia madre mi avevano descritto. C’era solo la vista orrenda delle ossa bianche.

Mi ci volle un po’ per riprendermi dallo spavento dopo aver visto quello scheletro. Mi dissi: «Il bisnonno deve aver avuto un aspetto del tutto simile al nostro. Questo vuol dire che anche i miei genitori, dopo che saranno morti, si ridurranno a un mucchio di ossa bianche? È questo che mi accadrà quando sarò morto? Tutti moriamo, ma dopo la nostra morte giacciamo semplicemente lì, incapaci di pensare ad alcunché?». Non riuscivo a togliermi queste domande dalla testa.

All’incirca nello stesso periodo, a casa nostra accaddero molti fenomeni strani. Me ne ricordo assai bene uno in particolare. Ogni volta che a casa tessevamo una pezza, toglievamo dalla ruota del telaio gli spezzoni di filo rimasti e li conservavamo in un vaso di terracotta. Una volta che ne avevamo una certa quantità, ne facevamo un taglio di stoffa particolare. La pezza realizzata con quei resti, che chiamavamo yejang, veniva usata per realizzare gli abiti cerimoniali per il matrimonio dei figli.

Una notte, scoprimmo che quei fili erano finiti in un villaggio vicino, tutti sparpagliati sui rami di un vecchio castagno. Sembrava che l’albero fosse diventato bianco. Non riuscivamo a capire chi avesse preso i fili dal vaso, li avesse portati fino al castagno, che era piuttosto distante da casa nostra, e li avesse sparsi su tutto l’albero. Sembrava impossibile che una mano umana potesse aver fatto una cosa del genere, e tutti nel paese ne furono terrorizzati.

Quando avevo sedici anni, subimmo la tragedia della morte di cinque dei miei fratelli e sorelle più giovani, tutti nel corso di un solo anno. Non ci sono parole per descrivere il cuore spezzato dei nostri genitori per la perdita di cinque dei loro tredici figli, in un così breve volgere di tempo. La morte sembrava dilagare a macchia d’olio. Altri nostri parenti persero i loro animali. In un caso, la mucca di una famiglia morì all’improvviso, nonostante fosse in perfetta salute. In un altro caso, diversi cavalli morirono uno dopo l’altro. In un altro caso ancora, sette maiali morirono nella stessa notte.

La sofferenza di una singola famiglia sembrava collegata alla sofferenza della nazione e del mondo. Ero sempre più angustiato nel vedere la terribile situazione del popolo Coreano, che soffriva sotto la tirannia sempre più dispotica del Giappone. Le persone morivano di fame. A volte erano costrette a raccogliere erba, corteccia d’albero, o qualsiasi altra cosa trovassero, e bollirla per mangiarla. Sembrava non esserci alcun limite alle guerre nel mondo intero. Poi, un giorno, lessi in un giornale un articolo che parlava del suicidio di uno studente delle scuole medie, mio coetaneo.

«Perché è morto?» mi chiesi. «Cosa può spingere una persona ad uccidersi a un’età così giovane?». Quella notizia mi distrusse, come se la cosa fosse accaduta a una persona molto vicina a me. Con il giornale aperto su quell’articolo, piansi disperatamente per tre giorni e tre notti. Continuavo a piangere senza riuscire a fermare le lacrime.

Non riuscivo a comprendere la successione di tutti quegli strani avvenimenti, o il fatto che eventi tragici potessero capitare a persone di buona volontà. Vedere le ossa del bisnonno mi aveva messo nello stato d’animo di pormi domande sulla vita e la morte, e la serie di vicende anomale subite dalla nostra famiglia e da quelle dei parenti mi aveva portato ad aggrapparmi alla religione. La Parola di Dio che ascoltavo in chiesa, tuttavia, non era da sola sufficiente a darmi le risposte chiare che stavo cercando. Per alleviare la frustrazione che avevo nel cuore, cominciai in modo naturale a immergermi nella preghiera.

«Chi sono? Da dove sono venuto? Qual è lo scopo della vita? Cosa accade alle persone quando muoiono? C’è un mondo delle anime eterne? Dio esiste davvero? Dio è veramente onnipotente? Se lo è, perché se ne sta in disparte a guardare le sofferenze del mondo? Se Dio ha creato questo mondo, ha creato anche la sofferenza che lo devasta? Cosa potrà mettere fine alla tragica occupazione della Corea da parte del Giappone? Che significato ha la sofferenza del popolo Coreano? Perché gli uomini si odiano, lottano tra loro e fanno la guerra?». Il mio cuore era pieno di queste domande serie e basilari. Nessuno poteva rispondermi facilmente, così non mi rimaneva altro che pregare.

La preghiera mi aiutava a trovare sollievo. Ogni volta che presentavo a Dio i problemi angoscianti che avevo nel cuore, la sofferenza e il dolore svanivano e il mio cuore si sentiva liberato. Cominciai a dedicare sempre più tempo alla preghiera, e giunsi fino a pregare per tutta la notte. Come risultato di quel travaglio ebbi un’esperienza rara e preziosa, con la quale Dio rispose alle mie preghiere. Quel giorno rimarrà per sempre la memoria più cara della mia vita, un giorno che non potrò mai dimenticare.

Era la notte prima di Pasqua, e avevo quindici anni compiuti. Per tutta la notte avevo pregato sul monte Myodu, implorando Dio tra le lacrime perché mi rispondesse. Perché mai aveva creato questo mondo così pieno di dolore e disperazione? Perché il Dio onnisciente e onnipotente aveva abbandonato il mondo in una tale sofferenza? Cosa avrei dovuto fare per la mia patria oppressa? Piangevo sconsolato, mentre ripetevo continuamente queste domande.

Di prima mattina, il giorno di Pasqua, dopo che avevo trascorso tutta la notte in preghiera, Gesù apparve davanti a me. Arrivò in un istante, come una folata di vento, e mi disse, «Dio è molto addolorato per la sofferenza dell’umanità. Tu devi svolgere sulla terra una missione speciale, che ha a che fare con l’opera del Cielo».

Quel giorno, vidi chiaramente il volto amareggiato di Gesù. Sentii chiaramente la sua voce. L’esperienza di essere testimone della manifestazione di Gesù scosse violentemente il mio corpo, come le foglie di un pioppo scompigliate da un forte vento. Nello stesso tempo fui sopraffatto sia da una paura tanto grande da sentire che ne sarei morto, che da una gratitudine tanto profonda da sentire che ne sarei esploso. Gesù mi parlò chiaramente del lavoro che mi aspettava. Le sue parole furono straordinarie: si trattava di salvare l’umanità dalla sua sofferenza e restituire la gioia a Dio. La mia risposta iniziale fu: «Non posso farcela. Come potrei riuscirci? Come puoi darmi una missione di un’importanza così estrema?». Ero davvero spaventato. Volevo in qualche modo rifiutare quella missione, così mi aggrappai all’orlo della sua veste e piansi inconsolabilmente.

Più vieni ferito, più devi amare

Precipitai in uno stato di estrema confusione. Non potevo confidarmi con i miei genitori né condividere con loro il mio immane segreto, ma neppure potevo tenerlo semplicemente per me. Ero indeciso su cosa dovessi fare. L’unica cosa chiara era che avevo ricevuto una missione speciale dal Cielo.

Era una responsabilità assolutamente grande e tremenda. Rabbrividivo dalla paura, pensando che non sarei stato in grado di farcela da solo. Mi aggrappai alla preghiera ancora più di prima tentando di tranquillizzare il mio cuore confuso, ma neanche così ci riuscii. Per quanto provassi non riuscivo a liberarmi, neppure un momento, dal ricordo dell’incontro con Gesù.

Quell’incontro aveva cambiato completamente la mia vita. La sua espressione addolorata era scolpita nel mio cuore come un marchio a fuoco, e non potevo pensare a nient’altro.

Da quel giorno in poi m’immersi completamente nella Parola di Dio. A volte ero circondato da un’oscurità senza fine ed ero tanto preso dal dolore da non poter quasi respirare. Altre volte il mio cuore era pieno di gioia, come se stessi osservando il sole del mattino alzarsi sopra l’orizzonte. In uno dei miei tentativi di placare il mio cuore e lenire le mie lacrime, composi questa poesia:

La corona della gloria

Quando dubito della gente, provo dolore. Quando giudico la gente, è insopportabile. Quando odio la gente, la mia esistenza è priva di valore. Ma se credo, sono ingannato. Se amo, sono tradito. Questa notte soffro e sono affranto, con la testa tra le mani. Sto sbagliando?

Sì, sto sbagliando. Anche se siamo ingannati, dobbiamo credere ancora. Se pure siamo traditi, dobbiamo perdonare ancora. Ama completamente, anche quelli che ti odiano.

Asciuga le tue lacrime e accogli con un sorriso Chi non conosce altro che falsità, E chi tradisce senza rimorso.

Oh Signore, il dolore dell’amore. Guarda le mie mani. Metti la mano sul mio petto. Il cuore mi sta scoppiando, che agonia!

Ma quando ho amato chi aveva agito contro di me, Ho riportato la vittoria. Se tu avrai fatto lo stesso, Io ti darò la corona della Gloria.

Sperimentai una successione di giorni di questo tipo, che mi condussero a una dimensione di preghiera via via più profonda. Abbracciai le nuove parole di verità che Gesù mi stava dando direttamente e mi lasciai completamente catturare da Dio. Cominciai a condurre una vita completamente diversa. Avevo molte cose su cui riflettere, e gradualmente divenni un ragazzo di poche parole.

Chiunque segua il percorso di Dio deve perseguire il proprio obiettivo con tutto il cuore e con totale dedizione. Bisogna perseverare nello scopo. Io sono ostinato per carattere, così ho sempre avuto grande tenacia. Ho usato questa tenacia datami da Dio per superare le difficoltà e seguire il cammino che mi era stato tracciato. Ogni volta che cominciavo a titubare, mi facevo forza ricordando: «Ho ricevuto la parola di Dio direttamente». Non era facile scegliere quel percorso di vita, perché il farlo richiedeva che sacrificassi il resto della mia giovinezza. A volte, sentivo che avrei preferito evitare di percorrere quella strada.

Un uomo saggio ripone speranza nel futuro e continua ad andare avanti, non importa quanto la situazione possa essere difficile. Una persona stolta, al contrario, getta via il proprio futuro in cambio della felicità immediata. Anch’io a volte ho avuto pensieri sciocchi, quando ero ancora molto giovane, ma alla fine ho scelto la strada della saggezza. Ho offerto volentieri la mia vita per raggiungere l’obiettivo che Dio desiderava. Del resto, anche se avessi tentato, non sarei potuto scappare da nessuna parte; quella era l’unica strada che potevo scegliere.

Ma perché Dio ha chiamato me? Ancora adesso, a novant’anni d’età, me lo chiedo ogni giorno. Perché ha scelto me tra tutti gli uomini di questo mondo? Non perché avessi un aspetto particolarmente bello, un carattere eccezionale o delle profonde convinzioni. Ero soltanto un ragazzino insignificante, cocciuto e folle. Se Dio ha visto qualcosa in me, dev’essere stato il cuore sincero con cui L’ho cercato con lacrime d’amore.

In qualunque momento ed in qualunque luogo l’amore è la cosa più importante. Dio cercava una persona che vivesse con un cuore di questo tipo e che, messa di fronte alla sofferenza, potesse interromperne il corso con l’amore. Io ero un ragazzo di campagna che non aveva nulla di cui andar fiero. Ancora adesso continuo a sacrificarmi senza compromessi, in modo da vivere per l’amore di Dio e nient’altro.

Non c’era nulla che potessi arrivare a scoprire da solo, così presentai tutti i miei interrogativi a Dio. Gli domandai: «Dio, Tu esisti davvero?», ed è così che trovai la certezza che Dio, in realtà, esiste. Gli domandai: «Dio, c’è qualche desiderio che Ti sta molto a cuore?», ed è così che venni a sapere che anche Lui ha dei desideri che sono molto cari al Suo cuore. Gli domandai: «Dio, hai bisogno di me?», ed è così che scoprii che avrei potuto esserGli utile.

In quei giorni, quando le mie preghiere e la mia dedizione si collegavano con il Cielo, immancabilmente Gesù mi appariva e mi comunicava dei messaggi speciali. Se ero impaziente di sapere qualcosa, Gesù mi appariva con un’espressione gentile e mi dava risposte di verità. Le sue parole erano sempre pertinenti e mi colpivano profondamente. Le sentivo penetrarmi nel profondo del cuore come frecce acuminate. Non erano semplici parole; erano rivelazioni sulla creazione dell’universo, che aprivano le porte di un mondo nuovo. Le parole di Gesù sembravano una brezza leggera, ma le prendevo molto sul serio. Pregavo con un fervore tale da poter sradicare un albero. Progressivamente, sviluppai una nuova consapevolezza dello scopo di Dio nel creare l’universo e del Suo principio di creazione.

Durante l’estate di quell’anno, peregrinai per tutta la nazione. Non avevo denaro. Andavo nelle case e chiedevo da mangiare. Quando ero fortunato, mi davano un passaggio su un camion. In questo modo visitai ogni angolo della nazione. Dovunque andavo, vedevo che la mia patria era un crogiolo di lacrime. Non c’era fine ai sospiri dolenti di chi soffriva la fame.

Il loro spaventoso lamento si mutava in lacrime che scorrevano come un fiume. «Questa storia sciagurata deve finire al più presto» mi dissi; «il nostro popolo non deve essere lasciato a soffrire nel dolore e nella disperazione. In qualche maniera, devo trovare il modo di andare in Giappone e in America, così da far conoscere al mondo la grandezza del popolo Coreano». Alla fine di quel pellegrinaggio, la mia determinazione per il lavoro futuro era raddoppiata. Serrando i pugni, misi a fuoco completamente la mia mente e potei vedere con chiarezza il corso che avrei dovuto seguire nella mia vita: «Assolutamente salverò il nostro popolo e porterò la pace di Dio su questa terra».

Un coltello non più affilato diventa inutile

Dopo aver finito la scuola primaria mi trasferii a Seul e vissi da solo nel quartiere di Heuksok Dong. Nel frattempo, frequentai la Scuola di Commercio e Tecnologia di Kyeongsung. L’inverno era estremamente freddo a Seul: era normale che la temperatura scendesse fino a venti gradi sotto zero. Quando ciò accadeva, la superficie del fiume Han si ghiacciava.

La casa in cui vivevo era posta su un crinale e non c’era acqua corrente. Prendevamo l’acqua da un pozzo così profondo, che ci volevano dieci braccia di corda per immergere il secchio nell’acqua sottostante. Poiché la corda continuava a rompersi, la sostituii con una catena. Ogni volta che tiravo su l’acqua, però, a contatto con la catena le mani mi si gelavano, e per scaldarle dovevo soffiarci sopra.

Per combattere il freddo feci ricorso alla mia abilità con i ferri da maglia. Mi feci un maglione, delle calze pesanti, un cappello e dei guanti.

Il cappello era così elegante che, quando lo indossavo in giro per la città, la gente pensava che fossi una donna. Non riscaldavo mai la stanza, nemmeno nei giorni più freddi dell’inverno, soprattutto perché non avevo abbastanza denaro. Inoltre, ritenevo che il solo fatto di avere un tetto sopra la testa, quando dormivo, significasse vivere nel lusso a confronto con i barboni, costretti ad escogitare qualcosa per scaldarsi in strada.

Una volta, faceva tanto freddo che dormii tenendo una lampadina accesa contro il corpo, sotto la coperta, a mo’ di borsa dell’acqua calda. Durante la notte, la lampadina rovente mi bruciò e mi spellai. Ancora oggi, quando qualcuno mi parla di Seul, la prima cosa che mi viene in mente è il freddo che faceva a quei tempi.

Il mio pasto consisteva in una scodella di riso e al massimo un contorno (1), mentre il buon pasto coreano avrebbe compreso di norma fino a dodici contorni. Prendevo sempre un solo contorno per ciascun pasto: per me era sufficiente. Ancor oggi, proprio come risultato di quell’abitudine, che presi quando abitavo da solo, non ho bisogno di tanti contorni per il mio pranzo. Preferisco averne uno solo, ma ben preparato. Quando vedo un pranzo servito con tanti contorni, mi sento a disagio. Ai tempi in cui frequentavo la scuola a Seul, non mangiavo mai a mezzogiorno. Da bambino, quando andavo a spasso per le colline, mi ero abituato a mangiare solo due volte al giorno, ed ho mantenuto questa consuetudine fin quasi ai trent’anni.

Il tempo trascorso a Seul mi fece comprendere bene quanto lavoro richiedesse il mantenimento di una casa. Ritornai a Heuksok Dong negli anni ‘80 e rimasi sorpreso, scoprendo che la casa dove avevo vissuto tanti anni prima era ancora in piedi. La stanza dove avevo abitato e il cortile dove ero solito stendere il mio bucato erano ancora lì. Fui triste nel vedere, tuttavia, che non c’era più il pozzo, accanto al quale tante volte avevo dovuto soffiarmi sulle mani, mentre tiravo su il secchio.

Durante il periodo della mia permanenza a Heuksok Dong, mi scelsi un motto: «Prima di cercare di dominare l’universo, perfeziona la tua capacità di dominare te stesso». Voleva dire che, per avere la forza di salvare la nazione e il mondo, dovevo per prima cosa addestrare il mio corpo. Mi allenai con la preghiera, con la meditazione e con programmi di sport ed esercizio fisico. Mi abituai a non farmi influenzare dalla fame, né da qualsivoglia emozione o desiderio del corpo. Anche quando mangiavo dicevo tra me: «Riso, voglio farti diventare il concime per il lavoro che mi sto preparando a compiere». Appresi il pugilato, il calcio e le tecniche di autodifesa. Per questo motivo, anche adesso che non sono più giovane e ho messo su un certo peso, ho ancora la flessibilità di un giovane.

Alla Scuola di Commercio e Tecnologia di Kyeongsung vigeva la regola che gli studenti pulissero a turno l’aula. Decisi di pulire la mia aula da solo tutti i giorni. Non lo vivevo come un castigo. Era un’espressione del desiderio, che sentivo naturale dentro di me, di amare la scuola più di chiunque altro. All’inizio, gli altri provarono ad aiutarmi, ma ben presto si resero conto che non gradivo la loro collaborazione e preferivo fare da solo. Alla fine i miei compagni decisero: «Continua pure. Fa’ da solo». Così la pulizia divenne compito mio.

Ero uno studente insolitamente tranquillo. A differenza dei miei compagni, non indugiavo in chiacchiere inutili e spesso passavo intere giornate senza dire una sola parola. Questa può essere stata la ragione per cui, sebbene non avessi mai fatto ricorso alla violenza, i compagni mi trattavano con rispetto e stavano attenti a come si comportavano in mia presenza. Quando dovevo andare al bagno e c’era una fila di studenti in attesa del proprio turno, mi lasciavano passare immediatamente. Se qualcuno aveva un problema, il più delle volte ero io la persona cui si rivolgeva per un consiglio.

Ero molto insistente nelle domande che facevo durante le lezioni, e misi in imbarazzo più di qualche docente. Per esempio, quando studiavamo una nuova formula, nelle lezioni di matematica o fisica, chiedevo: «Chi ha scoperto questa formula? Per favore, ce la spieghi passo per passo, perché voglio comprenderla esattamente».

Non mi davo per vinto finché non avessi ottenuto risposte chiare. Ero implacabile con i miei insegnanti, e scavavo sempre ogni argomento in profondità. Non potevo accettare alcun principio o formula finché non lo avessi estrapolato e compreso da me stesso. Mi trovavo a desiderare di essere stato io il primo scopritore di una formula così bella. Il carattere caparbio, che da piccolo mi aveva fatto piangere notti intere, faceva la sua comparsa anche nei miei studi. Proprio come avevo fatto nella preghiera, mi concentrai completamente nello studio, investendo in esso tutta la mia sincerità e dedizione.

Qualsiasi compito che svolgiamo richiede sincerità e dedizione, e non soltanto per un giorno o due. Dev’essere un processo continuo. Un coltello usato in passato e mai più affilato diventa inutile. Lo stesso accade con la sincerità e la dedizione. Dobbiamo impegnarci continuamente, su una base quotidiana, pensando che ogni giorno stiamo affilando la nostra lama. Qualunque sia il nostro compito, alla fine, se avremo continuato a impegnarci in questo modo, raggiungeremo uno stato mistico.

Se, prendendo un pennello, concentrerete nella vostra mano tutta la sincerità e la dedizione, poi direte a voi stessi: «Un grande artista verrà ad aiutarmi», e focalizzerete la vostra mente su questa convinzione, potrete creare un dipinto meraviglioso che ispirerà il mondo.

Mi sono esercitato a parlare più velocemente ed in modo più appropriato di chiunque altro. Andavo in una stanzetta dove nessuno poteva sentirmi e pronunciavo scioglilingua ad alta voce. Mi allenavo a presentare molto velocemente quello che volevo dire. Alla fine, sono riuscito a pronunciare dieci parole nel tempo che un altro avrebbe impiegato per dirne soltanto una. Anche adesso, sebbene sia anziano, so parlare molto velocemente. Alcuni dicono che parlo così in fretta che è difficile capirmi, ma il mio cuore sente tanta urgenza che non sopporto di parlare lentamente. Ho la testa piena di cose da dire. Come faccio a rallentare?

In questo senso somiglio molto a mio nonno, che amava tanto parlare con la gente. Il nonno poteva andare avanti a parlare con gli ospiti tre o quattro ore di fila, nella sala di casa nostra, spiegando loro il suo punto di vista sugli avvenimenti del giorno. Io sono come lui. Quando sono con la gente e c’è una buona comunicazione di cuore, perdo completamente la cognizione del tempo e non so più dire se sta scendendo la notte o sta sorgendo il sole. Le parole formano nel mio cuore un flusso inarrestabile. Quando mi sento così non ho voglia di mangiare, voglio soltanto parlare. È difficile per chi mi sta ad ascoltare, e vedo che sulla fronte dei miei ascoltatori appaiono gocce di sudore. Ma anche il mio viso è rigato dal sudore mentre continuo a parlare, e nessuno ha il coraggio di salutare e andarsene. Spesso finiamo col restare insieme a parlare per tutta la notte.

La chiave per svelare un grande segreto

Proprio come da ragazzo avevo scalato le cime di tutte le montagne attorno al mio villaggio natale, così esplorai ogni angolo di Seul. A quei tempi, c’era un tram che correva da un estremo all’altro della città. Il prezzo del biglietto era di appena cinque jeon (2), ma non volevo spendere quei soldi e percorrevo tutta la strada a piedi, fino al centro della città. Nei giorni caldi dell’estate, mentre camminavo ero fradicio di sudore; nei giorni gelidi dell’inverno, correvo come se mi dovessi aprire la strada attraverso un aspro vento artico. Camminavo tanto velocemente da percorrere la distanza da Heuksok Dong, dall’altra parte del fiume Han, fino ai grandi magazzini Hwa Shin in soli quarantacinque minuti. Considerando che la maggior parte delle persone impiegava un’ora e mezza, potete immaginare quanto in fretta camminassi.

Dopo aver risparmiato il prezzo del biglietto del tram, davo il denaro a chi ne aveva più bisogno di me. Si trattava di una somma talmente piccola che era persino imbarazzante darla, ma io la offrivo con il cuore di chi volesse donare una fortuna. Accompagnavo quel denaro con la preghiera che esso potesse essere come un seme, e che quella persona ricevesse tante benedizioni.

Ogni anno, in aprile, la mia famiglia mi mandava i soldi della retta scolastica. Ma non potevo astenermi dall’intervenire, quando vedevo qualcuno intorno a me che si trovava in ristrettezze economiche, e così quel denaro non durava neppure fino a maggio.

Una volta, mentre andavo a scuola, incontrai una persona che stava così male da sembrare in punto di morte. Fui così dispiaciuto per lui che non potei lasciarlo così. Lo portai in spalla fino all’ospedale, a circa due chilometri di distanza. Con i soldi che avrei dovuto usare per il pagamento della mia retta scolastica, pagai il conto del ricovero. Una volta pagato l’ospedale, non mi rimase nulla. Nei giorni successivi, a scuola fui ripetutamente sollecitato a pagare la mia retta. I miei amici si sentirono dispiaciuti per me e organizzarono una colletta a mio favore. Non potrò mai dimenticare gli amici che mi aiutarono a venir fuori da quella situazione.

Dare e ricevere aiuto è una relazione stabilita in cielo. Potete non rendervene conto sul momento, ma ripensandoci, in seguito, potete comprenderlo: «Ecco perché Dio mi ha mandato lì in quel momento!». Perciò, se una persona che ha bisogno del tuo aiuto ti capita davanti all’improvviso, devi renderti conto che è il Cielo che ti ha mandato da quella persona per aiutarla, quindi devi fare del tuo meglio. Se il Cielo vuole che tu dia a qualcuno un aiuto pari a dieci, non serve a nulla che tu gli dia soltanto cinque. Se il Cielo ti dice di dargli dieci, gli devi dare cento. Quando aiuti il prossimo, se necessario devi essere pronto a svuotare il tuo portafogli.

A Seul vidi per la prima volta in vita mia un «baram ddok», il cui nome significa letteralmente «dolce di riso montato». Si tratta di un dolce di riso colorato, lavorato in una forma elegante. La prima volta che ne vidi uno fui colpito dalla sua forma meravigliosa. Ma quando lo assaggiai scoprii che non c’era ripieno, c’era soltanto aria. Mi si sbriciolò in bocca. Mi fece pensare a Seul come si presentava a quel tempo. Seul era proprio come uno di quei dolci ripieni solo d’aria. Capii perché gli abitanti di quella città erano spesso considerati avari dagli altri Coreani.

Vista superficialmente, Seul sembrava piena di persone ricche e importanti, ma in realtà c’era tanta povertà. Molti mendicanti, vestiti solo di stracci, vivevano sotto il ponte sul fiume Han. Andavo a trovare quei mendicanti, tagliavo loro i capelli e condividevo con loro il mio cuore. I poveri piangono facilmente: hanno accumulato tanta sofferenza. Bastava che dicessi poche parole e loro scoppiavano a piangere. A volte, qualcuno di loro mi offriva del riso che aveva avuto in elemosina. Me lo porgeva con le mani incrostate di sporco, ma non rifiutavo mai quel cibo. Lo accettavo sempre con un cuore gioioso.

Nel mio villaggio andavo in chiesa tutte le domeniche, e mantenni quest’abitudine anche a Seul. Frequentavo soprattutto la chiesa di Gesù di Myungsudae, situata a Heuksok Dong, e la chiesa pentecostale di Seobinggo, che celebrava il servizio religioso su una striscia di sabbia sulla riva opposta del fiume Han. Nei giorni freddi d’inverno, il ghiaccio scricchiolava sotto i miei piedi, mentre attraversavo il fiume gelato per andare a Seobinggo Dong. Nella chiesa ero impegnato come insegnante della scuola domenicale. Ai bambini piacevano le mie lezioni. Oggi non sono più tanto bravo a raccontare le barzellette come lo ero da giovane, ma a quei tempi inventavo storielle divertenti. Quando piangevo, loro piangevano con me e, quando ridevo, loro ridevano con me. Ero così apprezzato che mi seguivano dovunque andassi.

Alle spalle di Myungsudae c’è il monte Seodal, chiamato anche monte Darma. Spesso mi arrampicavo su un grosso masso sul monte Darma e passavo la notte in preghiera. Tanto col caldo che con il freddo, m’immergevo nella preghiera notte dopo notte. Non appena cominciavo a pregare, mi mettevo a piangere e le lacrime mi scorrevano dal naso. Pregavo per ore su certe parole che avevo ricevuto da Dio. Le Sue parole erano come messaggi in codice e sentivo il bisogno di immergermi sempre più profondamente nella preghiera.

Ripensandoci oggi, mi rendo conto che già allora Dio mi aveva messo nelle mani la chiave con cui aprire la porta di tutti i segreti. Ma io non riuscivo ad aprire la porta, perché le mie preghiere non erano sufficienti. Ero così preoccupato che, quando mangiavo, non mi sembrava nemmeno di mangiare. Quando andavo a letto chiudevo gli occhi, ma non riuscivo ad addormentarmi.

Gli altri studenti che abitavano nella casa non si accorgevano che andavo sulla montagna a pregare. Devono comunque aver sentito che ero in qualche modo diverso, perché mi trattavano con rispetto. In generale, ci trovavamo bene insieme e ridevamo raccontandoci storie buffe. Io posso stare bene con chiunque. Se un’anziana signora viene da me, posso esserle amico. Se vengono dei bambini, posso giocare con loro. Si può avere comunicazione di cuore con chiunque, se ci si accosta agli altri con amore.

La signora Gi Wan Lee si avvicinò a me perché era stata ispirata dalle mie preghiere durante il servizio della prima mattina nella chiesa. Siamo rimasti amici per più di cinquant’anni, fino a che lei ha lasciato questo mondo, all’età di ottant’anni. Aveva una sorella più giovane, Gi Bong Lee, che pur essendo sempre indaffarata nella gestione della loro pensione, mi trattava affabilmente. Diceva che non si sarebbe sentita a suo agio, finché non avesse trovato qualcosa da poter fare per me. Cercava di darmi dei contorni in più per i miei pasti. Io parlavo poco e non ero molto divertente, perciò non riesco a immaginare perché lei mi trattasse con tanto riguardo. Più tardi, mentre ero detenuto dalla polizia coloniale giapponese nella stazione di polizia di Kyounggi, lei mi portava abiti e cibo. Ancora adesso mi si scalda il cuore se penso a ciò che ha fatto.

C’era anche una certa signora Song, che aveva un negozietto vicino al mio alloggio. Lei mi aiutò tanto in quel periodo. Diceva che tutti quelli che vivono lontano da casa loro hanno sempre una gran fame, e mi portava da mangiare le cose che non era riuscita a vendere. Era un negozio modesto e a mala pena lei guadagnava abbastanza da vivere, ma si preoccupava sempre di me con un cuore premuroso.

Un giorno, avevamo tenuto il servizio religioso sulla riva sabbiosa del fiume Han. Giunta l’ora di pranzo, tutti si sedettero e cominciarono a mangiare. Io avevo l’abitudine di non mangiare a mezzogiorno ed ero imbarazzato a stare lì senza far niente mentre gli altri mangiavano. Mi allontanai pian piano dal gruppo e andai a sedermi su una pila di pietre. La signora Song mi vide e mi portò due pezzi di pane e un po’ di riso aromatizzato. Quanto le fui grato! Quel cibo costava appena un jeon al pezzo, solo quattro jeon in totale, ma non ho mai dimenticato la gratitudine che provai in quel momento.

Ricordo sempre quando qualcuno mi aiuta, non importa se l’aiuto sia stato piccolo o grande. Anche adesso che ho novant’anni, ricordo distintamente tutte le volte che le persone mi hanno aiutato e cosa ciascuna di esse ha fatto per me. Non potrò mai dimenticare chi ha messo a repentaglio se stesso, senza esitare, per il mio bene e mi ha dato con generosità la sua benedizione.

Quando ricevo un favore per me è molto importante restituirlo. Se non riesco ad incontrare la persona che mi ha aiutato, per me è importante mantenerne il ricordo nel mio cuore, e mi impegno a ricambiare ciò che ho ricevuto da quella persona aiutando qualcun altro.

Una persona dal carattere vulcanico

Dopo essermi diplomato alla Scuola di Commercio e Tecnologia di Kyeongsung nel 1942, andai in Giappone per continuare i miei studi. Sentivo che dovevo acquisire una precisa conoscenza del Giappone. Sul treno che mi portava a Busan, non riuscivo a smettere di piangere. Mi coprii con il cappotto e piansi a dirotto. Il naso colava e il viso era gonfio, per quanto piansi. Mi angosciava il pensiero che stavo lasciando il mio paese mentre questo soffriva sotto il giogo del governo coloniale.

Mentre piangevo, guardai fuori dal finestrino e mi parve che colline e fiumi piangessero ancora più amareggiati di me. Vidi coi miei occhi le lacrime che sgorgavano dall’erba e dagli alberi. Nel mezzo di questa visione dissi: «Prometto alle colline e ai ruscelli della mia patria che tornerò, portando con me la liberazione della mia terra. Perciò non piangete, ma aspettatemi».

Salii sul traghetto che portava da Busan a Shimonoseki alle due della notte del 1° aprile. C’era molto vento quella notte, ma non riuscii ad allontanarmi dal ponte della nave. Rimasi lì a guardare le luci di Busan che si facevano sempre più distanti. Rimasi sul ponte fino al mattino. All’arrivo a Tokio, m’iscrissi alla Waseda Koutou Kougakko - una scuola tecnica affiliata all’università Waseda - e più precisamente al Dipartimento di Ingegneria Elettrica. Scelsi quella materia perché pensai che non sarei stato in grado di fondare una nuova filosofia religiosa senza conoscere la tecnica moderna.

Il mondo invisibile della matematica ha qualcosa in comune con la religione. Chi vuole raggiungere grandi traguardi deve eccellere nella capacità di ragionamento. Forse a motivo della mia testa grande riuscivo bene nella matematica, che gli altri invece trovavano difficile, e mi piaceva studiarla. La mia testa era così grossa che avevo difficoltà a trovare cappelli della mia taglia. Dovetti passare due volte dalla fabbrica perché mi confezionassero un cappello su misura. La misura della mia testa potrebbe anche avere a che fare con la mia capacità di concentrarmi su qualcosa e finire relativamente in fretta quello che qualcun altro impiegherebbe un certo tempo a completare.

Durante gli studi in Giappone tempestavo di domande i miei insegnanti, così come avevo fatto in Corea. Quando cominciavo a fare domande non la smettevo più. Alcuni insegnanti facevano finta di non vedermi e semplicemente m’ignoravano, quando chiedevo: «Cosa ne pensa di questo?». Se avevo dei dubbi su un punto, non ero soddisfatto finché non avessi analizzato la questione fino alla radice. Non avevo intenzione di creare imbarazzo ai miei insegnanti; pensavo solo che, ogni volta che dovevo studiare una materia, avrei dovuto investigarla a fondo.

Sulla scrivania della mia stanza tenevo sempre aperte tre Bibbie, una a fianco all’altra: una in lingua coreana, una in lingua giapponese e una in lingua inglese. Leggevo più volte lo stesso passo nelle tre lingue. Quando leggevo un passo, sottolineavo le frasi e prendevo appunti a margine. Alla fine, le pagine delle tre Bibbie erano tutte macchiate d’inchiostro nero e risultavano difficili da leggere.

Poco dopo l’inizio della scuola, partecipai a un evento, che era stato organizzato dall’associazione degli studenti Coreani per dare il benvenuto alle nuove matricole, venute dal nostro paese. In quell’occasione cantai con grande trasporto una canzone della nostra patria, mostrando a tutti il mio amore per la mia nazione. La polizia giapponese era presente. A quel tempo, ci si aspettava che i Coreani si integrassero nella cultura giapponese. Ciononostante, cantai con orgoglio la mia canzone coreana. Duk Moon Eom, che si era iscritto quello stesso anno al Dipartimento di Ingegneria edile, si commosse profondamente nel sentirmi cantare. Da allora diventammo amici e lo siamo rimasti per tutta la vita.

A quel tempo, gli studenti Coreani che frequentavano le varie scuole nell’area di Tokyo avevano formato un movimento d’indipendenza clandestino. Questo era semplicemente naturale, giacché la nostra patria stava soffrendo sotto il dominio giapponese.

Il movimento crebbe in risposta a quella che i Giapponesi chiamarono «la grande guerra dell’Asia Orientale» (1937–1945). Quando la guerra divenne più cruenta, Tokyo cominciò a reclutare gli studenti Coreani e a mandarli al fronte, come «soldati studenti». L’attività del movimento d’indipendenza clandestino fu stimolata ancora di più da questo atto. Tenemmo approfonditi dibattiti su come dovessimo considerare la figura di Hirohito, l’imperatore del Giappone.

Io presi un ruolo di rilievo nel movimento. Questo comportò strette relazioni con il governo provvisorio della Repubblica di Corea, che era stato stabilito a Shanghai, sotto la guida di Kim Gu. Le mie responsabilità in quel contesto potevano comportare il rischio della vita. Ma non esitai perché ero sicuro che, se fossi morto, sarebbe stato per una causa giusta.

C’era un commissariato di polizia accanto all’università di Waseda. Alla polizia giapponese giunse voce della mia attività, così mi tennero sotto attento controllo. La polizia sapeva sempre quando sarei tornato in Corea per le vacanze scolastiche, e mi seguiva fino al molo per assicurarsi che io partissi. Non riesco nemmeno a ricordare il numero di volte che fui arrestato dalla polizia, picchiato, torturato, sbattuto in cella. Ma neanche sotto le peggiori torture diedi loro le informazioni che volevano. Più mi colpivano, più acquistavo coraggio. Una volta, sul ponte di Yotsugawa, ebbi uno scontro con la polizia che mi stava dando la caccia. Staccai un pezzo del parapetto del ponte e lo usai a mo’ di arma. In quel periodo ero una persona dal carattere vulcanico.

L’amicizia con gli operai e la condivisione della loro sofferenza

Proprio come avevo fatto a Seul, mi posi l’obiettivo di visitare ogni angolo di Tokyo. Quando i miei amici andavano in posti come Nikko (3) ad ammirare il paesaggio, io preferivo restare in città e camminare per i quartieri di Tokyo. Scoprii che era una città molto bella in apparenza, ma in realtà piena di gente povera. Anche lì donai ai poveri tutti i soldi che avevo ricevuto da casa.

A quel tempo, anche in Giappone erano tutti affamati. Tra gli studenti Coreani ce n’erano molti in difficoltà economiche. Ogni mese, quando ricevevo i miei buoni pasto, li distribuivo agli studenti che non potevano permettersi di comprarne e dicevo loro: «Mangia. Mangia tutto quello che vuoi». Non mi preoccupavo di come guadagnare i soldi: potevo andare dovunque, lavorare a giornata e sfamarmi. Mi piaceva guadagnare e poi usare il denaro per aiutare gli studenti che non ne avevano per pagare la loro retta. Aiutare gli altri e dar loro da mangiare mi riempiva di energia.

Dopo aver regalato tutto il denaro che avevo, lavoravo come fattorino, usando un carretto tirato da una bicicletta. Con quel mezzo andai in ogni zona di Tokyo. Una volta a Ginza, il quartiere dalle luci sfavillanti, stavo trasportando sul mio carretto un palo del telefono, che si rovesciò nel mezzo di un incrocio. Tutti quelli che erano intorno corsero a mettersi in salvo. Grazie a questo tipo di esperienze ancora oggi conosco molto bene Tokyo.

Ero un operaio tra gli operai ed ero amico degli operai. Andavo a lavorare nei cantieri e puzzavo di sudore proprio come loro. Erano i miei fratelli e io non mi preoccupavo del loro odore terribile. Condividevo con loro coperte così sporche che file di pidocchi neri le percorrevano in formazione. Non esitavo a stringere mani incrostate di sporco. Il sudore mischiato alla sporcizia era controbilanciato però da un irresistibile calore umano. Mi colpiva e mi coinvolgeva il loro caldo cuore.

All’inizio lavorai come operaio alle fonderie ed ai cantieri navali Kawasaki. C’erano delle chiatte che venivano usate per trasportare il carbone. Formavamo squadre di tre operai e, lavorando fino all’una di notte, le caricavamo di carbone. Noi Coreani riuscivamo a completare in una notte il lavoro che i Giapponesi avrebbero finito in tre giorni.

In certi luoghi di lavoro c’erano persone che sfruttavano il lavoro degli operai, e spesso si trattava dei loro stessi capisquadra. Tenevano per sé il trenta percento del salario guadagnato dai lavoratori sotto il loro comando. Di fronte a loro gli operai erano impotenti. I capisquadra sfruttavano i più deboli e favorivano i più forti. Mi arrabbiai così tanto con un caposquadra che andai a trovarlo insieme a due amici e pretesi che pagasse agli operai tutto il loro salario: «Se fai lavorare qualcuno - gli dissi - gli devi dare esattamente quanto gli è dovuto».

Egli rifiutò, così noi andammo a parlargli un secondo giorno e poi un terzo. Eravamo decisi a tenerlo sotto pressione finché non si fosse arreso. Alla fine gli diedi un calcio e lo feci cadere a terra. Normalmente sono una persona quieta e paziente ma, quando mi arrabbio, riemerge il carattere testardo della mia gioventù.

La fonderia Kawasaki aveva delle vasche utilizzate per conservare l’acido solforico. Gli operai le pulivano facendone defluire il contenuto e calandosi all’interno. Poiché i vapori dell’acido solforico sono estremamente tossici, una persona non poteva trattenersi lì dentro per più di un quarto d’ora. In quelle deplorevoli condizioni di lavoro, gli operai rischiavano la vita per guadagnarsi da mangiare. Il cibo era davvero prezioso.

Avevo sempre fame, ma facevo attenzione a non mangiare mai, neanche un solo pasto, esclusivamente per me stesso. Sentivo che doveva esserci un motivo specifico per mangiare quel determinato pasto. Così, ogni volta che mi sedevo a mangiare, mi domandavo quali fossero le ragioni della mia fame: «Ho lavorato abbastanza? Ho lavorato per me stesso o per uno scopo pubblico?». Mi mettevo davanti alla scodella di riso e dicevo: «Ora ti mangerò in modo da poter assolvere compiti più importanti e più utili per il bene pubblico rispetto a quelli di ieri». Allora, il riso mi sorrideva in segno di approvazione e il tempo che trascorrevo a consumare il pasto diventava mistico e gioioso. Se non mi sentivo qualificato a parlare in questo modo, saltavo il pasto, non importa quanto fossi affamato. Di conseguenza non erano molti i giorni in cui mangiavo due volte.

Non mi limitavo a due pasti al giorno per mancanza di appetito. In realtà, quando cominciavo a mangiare, non c’era limite alla quantità di cibo che potevo ingerire. Una volta, mangiai undici grandi tazze di spaghetti di soia tutte insieme. Un’altra volta, mangiai sette piatti di una pietanza fatta di riso, pollo e uova fritte. Malgrado il mio appetito, mantenni l’abitudine di non mangiare a pranzo e mi limitai a un massimo di due pasti al giorno, fino a dopo i trent’anni.

La sensazione della fame è una sorta di nostalgia. Conoscevo molto bene la nostalgia data dalla fame, ma reputavo che il sacrificio di un pasto al giorno fosse il minimo che potessi fare per il bene del mondo. Oltre a questo, evitavo di indossare abiti nuovi e, per quanto facesse freddo, non riscaldavo mai la mia stanza. Quando la temperatura era estremamente rigida, usavo un giornale per coprirmi: mi teneva caldo come una coperta di seta. Ho ben presente il valore che può avere un foglio di giornale.

A volte andavo a vivere per un po’ di tempo in una zona di Shinagawa dove vivevano dei poveri. Dormivo con loro, usando degli stracci come coperte. Nei giorni caldi e soleggiati, toglievo loro i pidocchi dai capelli e mangiavamo insieme. C’erano tante prostitute nelle strade del quartiere. Le ascoltavo mentre mi raccontavano le loro storie. Divenni il loro migliore amico, ma non bevvi mai neanche una goccia di liquore: alcuni dicono che, per parlare sinceramente, bisogna essere un po’ ubriachi, ma si tratta solo di un pretesto. Quando quelle donne si rendevano conto che la mia simpatia per loro era sincera, anche se non avevo affatto bevuto, mi aprivano il loro cuore e mi parlavano dei loro affanni.

Ho fatto tanti diversi lavori durante il periodo dei miei studi in Giappone. Ho fatto le pulizie in un palazzo di uffici. Ho scritto lettere per gli analfabeti. Ho lavorato in tanti posti diversi e sono stato un caposquadra. Ho predetto il destino. Quando dovevo fare soldi alla svelta, scrivevo calligrafie e le vendevo. Tuttavia, non sono mai rimasto indietro con gli studi. Pensavo che tutte queste cose dovessero essere parte del mio addestramento. Feci ogni tipo di lavoro e incontrai ogni tipo di persona. Nel frattempo, imparavo tante cose sulla gente. Poiché ho avuto queste esperienze, ora mi basta dare un’occhiata a qualcuno per farmi un’idea di cosa faccia per vivere e se sia o meno una brava persona. Non ho bisogno di valutare nella mia testa tanti pensieri, perché il mio corpo mi dà immediatamente la risposta.

Credo tuttora che per sviluppare un buon carattere sia necessario sperimentare tante difficoltà prima di compiere i trent’anni. La gente deve scendere nell’agonia della disperazione, toccare il fondo dell’esistenza umana e constatare cosa si provi in quelle condizioni. Le persone devono scoprire le nuove possibilità che possono emergere nel mezzo dell’inferno. Solo risalendo dagli abissi della disperazione, e rideterminandoci con motivazioni più grandi, possiamo rinascere come pionieri di un nuovo futuro.

Non dobbiamo guardare in una sola direzione. Dobbiamo osservare sia quelli che sono in una posizione più elevata della nostra, sia quelli che sono sotto di noi. Dobbiamo saper guardare a est, ovest, sud e nord. La possibilità di condurre una vita di successo dipende da quanto sono acuti i nostri occhi della mente. Per vedere bene con gli occhi della mente, dobbiamo vivere tante diverse esperienze e conservarne dentro di noi il ricordo. Anche nelle situazioni più difficili dobbiamo mantenerci calmi, manifestare agli altri il nostro calore, fare conto su noi stessi e adattarci in fretta a qualsiasi circostanza.

Una persona di buon carattere deve essere abituata a salire fino a una posizione prestigiosa e poi, rapidamente, precipitare in una posizione infima. Molti temono di cadere dalla loro posizione elevata e fanno qualsiasi cosa per mantenerla. Tuttavia, l’acqua che non scorre diventa putrida. Chi giunge fino ad occupare una posizione elevata deve essere in grado di ridiscendere e attendere che il suo momento ritorni. Quando si presenterà l’occasione giusta, potrà elevarsi ad uno stato ancora più elevato del precedente. Questo è il tipo di persona che può diventare davvero grande ed essere ammirato da tante persone, e diventare così un grande leader. Queste sono le esperienze che una persona deve maturare prima dei trent’anni.

Oggi dico ai giovani di provare davvero tutto quello che è possibile al mondo. I giovani devono sperimentare, direttamente o indirettamente, tutte le opportunità che il mondo offre loro, come se divorassero un’enciclopedia. Solo così possono formarsi una loro identità. La consapevolezza di sé è la chiara natura soggettiva di ciascun uomo. Chi ha il coraggio di dire: «Posso viaggiare per tutto il Paese, e non incontrerò mai nessuno capace di sconfiggermi», sarà pronto ad affrontare qualsiasi impegno, con la fiducia che potrà assolverlo con successo. Chi vive in questo modo sarà vittorioso. Il successo sarà assicurato. Questa è la conclusione cui sono giunto quando vivevo come un mendicante a Tokyo.

A Tokyo ho mangiato e dormito insieme con i manovali, ho condiviso il supplizio della fame con i mendicanti, ho conosciuto la durezza della vita e mi sono laureato nella filosofia della sofferenza. Solo così sono stato in grado di comprendere la volontà di Dio, nel Suo lavoro per portare la salvezza all’umanità. È importante diventare un «re della sofferenza» prima dei trent’anni d’età. La strada per arrivare alla gloria del Regno dei Cieli è diventare un tale «re», una persona capace di sopportare qualsiasi sofferenza.

Il mare calmo del cuore

Nel corso della guerra, la situazione del Giappone si fece sempre più disperata. Spinti dalla necessità di reintegrare i ranghi assottigliati delle forze armate, i Giapponesi cominciarono a diplomare gli studenti anticipatamente e ad inviarli subito dopo sul fronte di guerra. Per questo motivo anch’io conseguii il mio diploma con sei mesi di anticipo.

Dopo aver appreso che la data del mio diploma era stata fissata al 30 settembre del 1943, mandai un telegramma alla mia famiglia con cui li informai che sarei giunto a Busan con la nave Konron Maru in partenza da Shimonoseki. Tuttavia, il giorno in cui dovevo lasciare Tokyo per intraprendere il viaggio di ritorno in Corea, ebbi una strana esperienza: sentii come se avessi i piedi incollati al terreno e non riuscivo a muovermi. Per quanto provassi, non riuscivo a sollevare le scarpe da terra e andare a prendere il treno alla stazione di Tokyo. Mi dissi: «Dev’essere il Cielo che non vuole farmi imbarcare su quella nave». Così decisi di restare un po’ più a lungo in Giappone e andai a fare una camminata con gli amici sul monte Fuji. Quando tornai a Tokyo, qualche giorno dopo, trovai la città in trambusto per la notizia che la Konron Maru (4), la nave che avrei dovuto prendere, era stata affondata durante la traversata verso Busan. Mi dissero che più di cinquecento persone, tra cui molti studenti universitari, erano rimaste uccise. Era un grande piroscafo, di cui il Giappone andava molto fiero, ed era stato affondato da un siluro americano.

Mia madre, non appena sentita la notizia che la nave sulla quale suo figlio aveva programmato di viaggiare era stata affondata, era corsa immediatamente fuori di casa, senza neppure pensare a mettere le scarpe. Aveva corso a piedi nudi per otto chilometri, fino alla stazione ferroviaria, ed era andata direttamente a Busan. Quando arrivò alla Polizia Marittima di Busan, scoprì che il mio nome non era sulla lista dei passeggeri. Al mio alloggio di Tokyo, d’altra parte, le dissero che avevo fatto i bagagli ed ero partito. Questo la mise in uno stato di confusione e ansietà totali. Continuò a chiamare il mio nome, senza neanche accorgersi che aveva grosse schegge conficcate nei piedi nudi.

Potevo facilmente immaginare come dovesse essere fuori di sé, per la preoccupazione di quello che poteva essere accaduto a suo figlio. Potevo capire il cuore di mia madre ma, dal giorno che avevo scelto di seguire la strada di Dio, ero diventato un figlio terribile. Non potevo lasciarmi bloccare dai sentimenti personali. Così non mi feci sentire e non feci cenno del fatto che non avevo preso quella nave, anche se sapevo che lei sarebbe stata terribilmente preoccupata per la mia incolumità.

Quando finalmente ritornai in Corea, trovai che nulla era cambiato. Il governo dittatoriale del Giappone era peggiorato col tempo, e tutta la nazione soffriva terribilmente. Tornai a Heuksok Dong, a Seul, e frequentai la chiesa di Myungsudae. Tenevo un diario particolareggiato di quello che andavo scoprendo giorno per giorno. A volte, quando avevo tante rivelazioni, riempivo un intero diario in un sol giorno. Ricevevo risposta a tanti degli interrogativi sui quali mi ero arrovellato nel corso degli anni. Era come se tutti i miei anni di preghiera e di ricerca ricevessero una risposta proprio in quel periodo. Quelle rivelazioni avvenivano subitaneamente, era come se fossi attraversato da una sfera di fuoco.

Durante quel periodo ebbi un’intuizione: «La relazione tra Dio e l’umanità è quella di padre e figlio, e Dio soffre profondamente nel vedere la sofferenza degli uomini». In quel momento tutti i segreti dell’universo mi apparvero risolti nella mente. Fu come se qualcuno all’improvviso avesse acceso un proiettore cinematografico. Tutto ciò che era accaduto dal momento in cui l’umanità aveva infranto il comandamento di Dio in avanti, mi apparve chiaramente davanti agli occhi.

Lacrime cocenti sgorgavano senza interruzione dai miei occhi. Caddi in ginocchio e chinai la testa sul pavimento. Per un tempo lunghissimo non potei rialzarmi. Proprio com’era accaduto quando mio padre mi portava a casa sulle spalle, da bambino, abbandonai il mio corpo nelle braccia di Dio e mi lasciai andare al pianto. Nove anni dopo il mio incontro con Gesù, i miei occhi si erano infine aperti al vero amore di Dio.

Dio aveva creato Adamo ed Eva in questo mondo perché diventassero fecondi, si moltiplicassero e realizzassero un mondo nel quale vivere in pace. Purtroppo i nostri progenitori non avevano saputo aspettare il tempo pianificato da Dio. Avevano commesso fornicazione e avevano generato due figli, Caino e Abele. Questi due figli nati dalla caduta però non si fidavano uno dell’altro; ciò generò una situazione confusa, e Caino uccise Abele. La pace di questo mondo fu sconvolta, il peccato ricoprì la terra ed ebbe inizio la sofferenza di Dio. Poi, l’umanità commise un altro terribile peccato uccidendo Gesù, il Messia. Perciò, la sofferenza che l’umanità prova ancor oggi è un processo di espiazione che essa deve percorrere, finché continua il dolore di Dio.

Gesù mi era apparso, quando ero un ragazzo sedicenne, perché voleva che conoscessi la radice del peccato originale commesso dall’umanità e costruissi un mondo di pace, nel quale non esistessero più il peccato e la caduta. Avevo ricevuto le chiare e gravi istruzioni di Dio, la traccia del corso per l’espiazione dei peccati dell’umanità e per la realizzazione del mondo di pace, che Dio intendeva creare in origine.

Il mondo di pace che Dio desidera non è un luogo nel quale andiamo dopo la morte. Dio vuole che questo mondo, in cui noi viviamo adesso, sia il mondo completamente pacifico e felice che Egli aveva creato all’inizio. Dio certamente non aveva messo al mondo Adamo ed Eva perché soffrissero. Io dovevo far conoscere al mondo questa incredibile verità.

Avendo scoperto i segreti della creazione dell’universo, sentii che il mio cuore diventava come un mare calmo. Il mio cuore era pieno della parola di Dio. Era come se potesse esplodere da un momento all’altro, e il mio volto era sempre splendente di gioia.

«Ti prego, non morire»

Continuai a dedicarmi alla preghiera, e ad un certo punto ebbi l’intuizione che era venuto il tempo di sposarmi. Poiché avevo deciso di seguire la strada di Dio, ogni aspetto della mia vita doveva compiersi secondo la volontà di Dio. Ogni volta che giungevo a comprendere qualcosa attraverso la preghiera, non avevo altra scelta se non quella di metterla fedelmente in pratica. Così, andai da una delle mie zie, che aveva molta esperienza nel combinare i matrimoni (5), e le chiesi di presentarmi una possibile moglie. È così che incontrai Seon Gil Choi, appartenente ad una famiglia cristiana piuttosto in vista di Jung-ju.

Era una ragazza beneducata che veniva da una famiglia di grande rettitudine. Aveva fatto solo le scuole elementari, ma il suo carattere era così forte e la sua fede cristiana così profonda, che a sedici anni era stata imprigionata: si era rifiutata di sottostare alle pretese delle autorità giapponesi, le quali imponevano a tutti i Coreani di partecipare al culto nei templi scintoisti. Mi dissero che ero il ventiquattresimo uomo che le veniva proposto come sposo, così compresi che doveva essere molto selettiva su chi sposare. Ma, una volta tornato a Seul, dimenticai persino di aver incontrato quella ragazza.

Avevo in programma, dopo aver completato i miei studi in Giappone, di andare a Hailar, una città cinese al confine tra Cina, Russia e Mongolia. La mia scuola di Tokyo mi aveva trovato un lavoro con la Società Elettrica della Manciuria, ed avevo pianificato di lavorare ad Hailar per circa tre anni. Nel frattempo, avrei imparato il russo, il cinese e il mongolo. Proprio come in precedenza avevo cercato una scuola dove m’insegnassero la lingua giapponese, così da poter combattere i Giapponesi, allo stesso modo volevo andare in questa città di confine e imparare diverse lingue straniere, in modo da prepararmi per il futuro.

Diventava sempre più chiaro, comunque, che il Giappone si avviava verso la sconfitta; decisi perciò che sarebbe stato meglio non andare in Manciuria. Così, feci tappa presso una succursale della Società Elettrica della Manciuria ad Andung (l’odierna Dandong) e presentai una dichiarazione di rinuncia all’assunzione in quel lavoro. Mi diressi poi verso il mio paese natale.

Quando arrivai scoprii che la zia, alla quale avevo chiesto di combinare il mio matrimonio, era terribilmente angosciata. Sembrava proprio che la ragazza che avevo incontrato si rifiutasse di prendere in considerazione come suo compagno qualunque altro uomo al di fuori di me, e stava creando tanti problemi alla sua famiglia. La zia mi prese sottobraccio e mi condusse a casa della famiglia Choi.

Spiegai chiaramente a Seon Gil Choi che tipo di vita intendevo condurre: «Anche se ci sposassimo adesso, tu dovresti essere pronta a vivere senza di me per almeno sette anni» le dissi.

«Perché dovrei farlo?» mi rispose.

Ed io: «Perché in questo momento ho un compito più importante che semplicemente formare una famiglia. In effetti, il motivo per cui desidero sposarmi ha a che fare con la mia capacità di sviluppare il lavoro di salvezza di Dio. Il nostro matrimonio deve svilupparsi oltre la famiglia, fino al punto in cui possiamo amare la nazione e tutta l’umanità. Ora che conosci le mie intenzioni, vuoi davvero sposarmi?».

Mi rispose con voce ferma: «Questo non ha importanza per me. Dopo che ti ho incontrato, ho sognato un prato fiorito sotto la luce della luna. Sono sicura che tu sei il marito che mi manda il Cielo. Posso affrontare qualsiasi difficoltà».

Ero ancora preoccupato e insistetti varie volte. Ogni volta lei cercò di tranquillizzarmi dicendo: «Sono pronta a fare qualsiasi cosa pur di poterti sposare. Non preoccuparti di nulla». Il mio futuro suocero mancò una settimana prima della data che avevamo scelto per le nozze, così il nostro matrimonio fu rimandato. Alla fine, la nostra cerimonia di nozze si poté tenere il 4 maggio 1944.

Solitamente, maggio è un periodo caratterizzato da belle giornate primaverili, ma il giorno del nostro matrimonio piovve a dirotto. La cerimonia fu officiata dal reverendo Ho Bin Lee della Chiesa di Gesù. Più tardi, dopo la liberazione della Corea dal Giappone, il reverendo Lee andò in Corea del Sud e fondò un seminario ecumenico chiamato Jungang. Mia moglie e io cominciammo la nostra vita coniugale nella pensione di Heuksok Dong, dove alloggiavo. Io l’amavo tanto e ne avevo così tanta cura che la padrona della casa mi diceva: «Devi amarla davvero: la tratti con la delicatezza con cui si maneggerebbe un uovo».

Per mantenere la famiglia, presi un lavoro a Yongsan, nella sede di Kyongsong della società di costruzioni Kashima Gumi, mentre allo stesso tempo sviluppavo l’attività della chiesa. Poi, un giorno di ottobre, la polizia giapponese improvvisamente fece irruzione nella nostra casa: «Conosci Tizio e Caio dell’università di Waseda?» mi domandarono. Senza neppure darmi la possibilità di rispondere, mi trascinarono fuori di casa e mi portarono al commissariato provinciale di Kyeounggi. Ero stato prelevato perché uno dei miei amici, arrestato con l’accusa di essere un comunista, aveva fatto il mio nome nel corso degli interrogatori.

Non appena arrivato al posto di polizia cominciai ad essere torturato: «Sei un membro del partito comunista, non è così? Collaboravi con quel mascalzone quando studiavi in Giappone? Non provare nemmeno a negarlo. Tutto ciò che dobbiamo fare è chiamare al telefono gli uffici della polizia di Tokyo e loro ci diranno tutto. Puoi darci l’elenco dei membri del partito o morire come un cane».

Mi percossero con un tavolo e ne spezzarono tutte e quattro le gambe contro il mio corpo, ma rifiutai di dire loro i nomi di coloro che avevano lavorato con me in Giappone.

Poi la polizia giapponese andò dove abitavo con mia moglie, mise sottosopra tutta la casa e scoprì i miei diari. Mi portarono i diari e li sfogliarono pagina per pagina, esigendo che spiegassi loro chi fossero le persone di cui avevo riportato i nomi. Io continuai a negare ogni addebito, sebbene sapessi che avrebbero potuto uccidermi per il mio silenzio. I poliziotti saltarono senza pietà sul mio corpo, con i loro scarponi chiodati, finché divenni floscio come un cadavere. Mi agganciarono al soffitto e mi dondolarono avanti e indietro. Come un quarto di carne appeso in una macelleria, oscillavo di qua e di là mentre mi spingevano con un bastone. Ben presto la mia bocca si riempì di sangue, che cominciò a gocciolare sul pavimento di cemento sotto di me.

Ogni volta che perdevo conoscenza, mi gettavano addosso un secchio d’acqua. Quando mi risvegliavo, la tortura riprendeva. Mi tapparono il naso e m’infilarono in bocca il beccuccio di un bollitore, costringendomi a bere. Quando il mio stomaco fu gonfio d’acqua, mi distesero supino sul pavimento e presero a saltare sulla mia pancia con i loro stivaletti anfibi. Vomitai quell’acqua, spinta su per l’esofago, finché il mio sguardo si oscurò e tutto divenne nero. Nei giorni successivi a quella tortura mi sembrò di avere la gola in fiamme. Il dolore era così forte che non riuscii a deglutire neppure un solo cucchiaio di zuppa. Privo di energie, giacqui a faccia in giù sull’impiantito, incapace di compiere qualsiasi movimento.

La guerra stava per finire e i poliziotti giapponesi erano disperati. M’inflissero torture che non si possono descrivere a parole. Non feci mai però il nome di nessuno dei miei amici. Anche mentre passavo dalla coscienza all’incoscienza, feci attenzione a non dare loro quello che volevano. Alla fine, stanchi di torturarmi, mandarono a cercare mia madre. Quando lei arrivò, le mie gambe erano talmente gonfie che non riuscivo a mantenermi in piedi. Con le braccia attorno alle spalle di due poliziotti riuscii ad arrivare fino alla stanza delle visite.

Mia madre aveva gli occhi pieni di lacrime, prima ancora di posare lo sguardo su di me. «Resisti ancora un po’» disse, «tua madre ti troverà un avvocato. Per favore, resisti e non morire». Mia madre mi vide con il viso coperto di sangue e mi supplicò: «Non ha importanza quanto bene tu stia cercando di fare, è più importante che tu rimanga vivo. Non importa cosa accada, non morire». Fui addolorato per lei. Avrei desiderato chiamarla «Mamma», abbracciarla e piangere a dirotto con lei. Ma non potevo farlo, perché comprendevo perfettamente bene il motivo per cui la polizia giapponese l’aveva portata lì. Mia madre continuò a supplicarmi di non morire, ma tutto quello che potevo fare era chiudere ed aprire gli occhi terribilmente gonfi ed insanguinati.

Durante la mia detenzione nel commissariato provinciale di Kyeonggi, fu la signora Gi Bong Lee, la padrona del mio alloggio, che mi rifornì di cibo e vestiti. Ogni volta che veniva a trovarmi piangeva. Io la confortavo dicendo: «Pazienti ancora un po’. Questo tempo sta per finire. Presto il Giappone sarà sconfitto. Non deve piangere». Le mie non erano parole vuote. Dio mi aveva dato questa fiducia. Non appena la polizia mi liberò, nel febbraio dell’anno successivo, portai tutti i diari, che erano stati ammucchiati nel mio alloggio, sulla riva del fiume Han e li bruciai, in modo che non potessero causare altri guai ai miei amici. Sapevo che, se non lo avessi fatto, quei diari sarebbero stati utilizzati dalla polizia per colpire altre persone.

La mia convalescenza dalla tortura non fu facile. Per un lungo periodo le mie feci furono intrise di sangue. La signora Lee e sua sorella mi aiutarono a rimettermi in salute con grande e sincera dedizione.

Infine il 15 agosto del 1945 la Corea fu liberata dal Giappone. Fu il giorno che tutti i Coreani avevano tanto atteso, un giorno d’incredibile emozione. Tutta la penisola si riempì di urla di «Mansei! (6)» e di folle che sventolavano bandiere coreane. Io però non riuscii ad unirmi ai festeggiamenti. Il mio cuore era mortalmente preoccupato, perché presentivo la terribile calamità che stava per abbattersi sulla penisola coreana. Mi ritirai da solo in una stanzetta e m’immersi nella preghiera. Poco più tardi, le mie paure presero corpo. Benché fossimo stati liberati dal dominio giapponese, la nostra patria fu divisa in due lungo il 38° parallelo. Al Nord salì al potere un regime comunista che negava l’esistenza di Dio.

Un ordine che deve essere eseguito

Immediatamente dopo la liberazione, il nostro paese si trovò in un caos indescrivibile. Era difficile far fronte alle necessità quotidiane, anche per le persone ricche. A casa nostra rimanemmo senza riso, così partii per Paekchon, una cittadina nella provincia di Hwanghae, a Nord di Seul, appena a sud del 38° parallelo. Andavo a prendere del riso che avevamo già acquistato. Durante il viaggio, però, ricevetti una rivelazione che diceva: «Attraversa il 38° parallelo! Trova le persone di Dio che stanno al Nord».

Passai immediatamente il 38° parallelo e mi diressi verso Pyongyang. Il nostro primo figlio era nato da appena un mese. Ero preoccupato per mia moglie. Sapevo che mi avrebbe atteso ansiosamente, ma non avevo il tempo di ritornare a casa prima di andare al Nord. Gli ordini di Dio sono molto seri, e vanno eseguiti senza riserve né esitazioni. Non presi con me nulla se non la Bibbia, che avevo letto dozzine di volte e avevo riempito di annotazioni, scritte in lettere minuscole come semi di sesamo.

I profughi stavano già riversandosi verso Sud per sfuggire al dominio comunista. In particolare, il rifiuto della religione da parte del Partito Comunista spingeva molti Cristiani a dirigersi verso il Sud, in cerca della libertà di praticare la loro fede. I comunisti avevano etichettato la religione come l’oppio dei popoli e sostenevano che nessuno dovesse avere una religione. Quello era il luogo in cui andai, seguendo la chiamata del Cielo. Nessun ministro religioso sarebbe voluto andare in un posto simile, ma io mi diressi lì di mia spontanea volontà.

Poiché il numero dei profughi diretti al Sud aumentava, il Nord iniziò a rafforzare le misure di sicurezza ai propri confini. Non mi fu facile superare il 38° parallelo. Per tutto il tempo che impiegai per percorrere i quaranta chilometri che mi separavano dal confine, e poi per arrivare a Pyongyang, non mi posi alcuna domanda sul perché dovessi prendere un corso tanto difficile.

Arrivai a Pyongyang il 6 giugno. Il cristianesimo si era radicato tanto profondamente in quella città che era conosciuta ormai come la «Gerusalemme dell’Est». Durante la loro occupazione, i Giapponesi avevano cercato in tanti modi di soffocare il cristianesimo; costringevano i coreani a partecipare ai riti nei templi scintoisti, e li facevano inchinare nella direzione del palazzo imperiale di Tokyo. Dopo essere arrivato a Pyongyang, iniziai la mia attività di evangelizzazione nella casa di Choi Seob Rah, che viveva nel quartiere di Kyongchang Ri, nelle vicinanze della Porta Ovest di Pyongyang.

Cominciai con l’occuparmi dei bambini del quartiere. Raccontavo loro storie che illustravano i passi biblici. Sebbene fossero bambini, mi rivolgevo a loro con il linguaggio rispettoso normalmente riservato agli adulti (7) e profondevo il mio miglior impegno per curarmi di loro. Allo stesso tempo, serbavo la speranza che qualcuno sarebbe venuto ad ascoltare il nuovo messaggio che portavo. C’erano giorni in cui tenevo d’occhio il cancello per tutto il tempo, sperando che qualcuno venisse. Ben presto, cominciarono a venirmi a trovare persone di fede sincera. Parlavo loro per tutta la notte, insegnando il nuovo messaggio. Non importava chi venisse. Avrebbe potuto essere un bambino di tre anni o una vecchia cieca con la schiena piegata: li trattavo tutti con amore e rispetto. Mi inchinavo davanti a loro e li servivo come se fossero stati mandati dal cielo. Anche quando i miei ospiti erano molto anziani, parlavo con loro fino a tarda notte. Non mi sono mai detto: «Oh, non sopporto quando vengono queste persone anziane». Tutti sono preziosi. Che sia uomo o donna, giovane o vecchio, ognuno ha lo stesso prezioso valore.

La gente ascoltava quel giovane ventiseienne che parlava loro dell’Epistola ai Romani e del Libro dell’Apocalisse. Ciò che ascoltavano era differente da quanto avessero mai sentito altrove, così gradualmente cominciarono a radunarsi persone assetate di verità. Un giovane veniva ogni giorno ad ascoltarmi, ma poi andava via senza dire una parola. Era Won Pil Kim. Questi divenne il primo membro della mia famiglia spirituale.

Si era diplomato alla scuola normale di Pyongyang e lavorava come insegnante. Facevamo a turno per cucinare il riso e in questo modo costruimmo la relazione spirituale di maestro e discepolo.

Quando cominciavo a spiegare la Bibbia, mi fermavo solo quando i presenti mi salutavano scusandosi perché dovevano andare da qualche parte. Predicavo con tanta passione che il mio corpo era tutto sudato. A volte facevo una pausa e andavo in un’altra stanza, dove rimanevo solo, mi toglievo la camicia e strizzavo il sudore. Era così non soltanto in estate, ma anche nel freddo dell’inverno. Questa era l’energia che mettevo nel mio insegnamento.

Per il servizio della domenica, tutti mettevano abiti bianchi puliti. Ripetevamo dozzine di volte gli stessi canti, e diventava una celebrazione molto appassionata. Tra i membri della congregazione c’era così tanta commozione e ispirazione che tutti cominciavano a piangere. La gente ci chiamava «la chiesa del pianto». Quando finiva il servizio religioso, i presenti rendevano testimonianza della grazia che avevano ricevuto durante la celebrazione. Attraverso queste testimonianze ci sentivamo inebriati dalla grazia. Era come se i nostri corpi fluttuassero nel cielo.

Molti avevano esperienze spirituali nella nostra chiesa. Alcuni cadevano in trance, altri profetizzavano, alcuni parlavano lingue sconosciute, altri interpretavano. A volte si univa alla congregazione qualcuno che non apparteneva alla nostra chiesa. Uno dei fedeli andava da lui con gli occhi chiusi e lo toccava sulla spalla. All’improvviso, quella persona iniziava una commossa preghiera di pentimento. In tutti questi modi, il fuoco dello Spirito Santo pervadeva i nostri incontri. Quando lo Spirito Santo compiva le sue opere, le persone guarivano dalle malattie croniche, in modo così completo che era come se non le avessero mai patite. Si sparse la diceria che qualcuno avesse mangiato gli avanzi del mio riso e fosse guarito da una malattia digestiva. La gente cominciò a dire: «Il cibo in quella chiesa ha proprietà medicinali» e molti aspettavano che io finissi di mangiare, sperando che lasciassi del riso nella scodella per poterlo prendere.

Man mano che la conoscenza di quei fenomeni spirituali si diffondeva, la nostra congregazione cresceva; ben presto venne talmente tanta gente che non si riusciva a chiudere le porte. Le nonne Sung Do Ji e Se Hyun Ok arrivarono alla nostra chiesa perché ciascuna di loro aveva avuto un sogno, nel quale era stato loro detto: «Un giovane maestro spirituale è venuto dal Sud e adesso è nella zona di Mansudae (8). Va’ a incontrarlo». Nessuno aveva testimoniato loro. Si erano semplicemente presentate all’indirizzo che avevano avuto in sogno. Quando arrivarono, furono felici di constatare che io ero la persona di cui avevano sentito dire in sogno. Mi bastò vedere i loro visi per capire perché fossero venute. Quando risposi alle loro domande, prima ancora di chiedere loro cosa volessero sapere, furono fuori di sé per la gioia e la sorpresa.

Insegnavo la parola di Dio utilizzando storie tratte dalla mia esperienza. Forse era per questa ragione che molti riuscivano a trovare risposte chiare alle questioni che non avevano potuto risolvere fino ad allora. Alcuni dei fedeli delle maggiori Chiese della città, dopo aver ascoltato la mia predicazione, si unirono alla nostra chiesa. Ad esempio, quindici membri della chiesa Jangsujae, la più seguita di Pyongyang, si unirono alla nostra chiesa tutti insieme. Il fatto provocò dure proteste nei nostri confronti da parte del consiglio degli anziani di quella chiesa.

Il suocero della signora In Ju Kim era ben conosciuto a Pyongyang. La casa della sua famiglia era adiacente alla chiesa che lui frequentava. Tuttavia, invece di andare in quella chiesa, lei veniva segretamente alla nostra. Per uscire di casa senza farlo sapere ai suoceri, andava sul retro della casa, si arrampicava su una grossa giara di terracotta e poi scavalcava la recinzione. Fece queste cose mentre era incinta, sebbene la recinzione che doveva oltrepassare fosse due o tre volte l’altezza di una persona normale. Dovette avere molto coraggio. Alla fine, fu duramente perseguitata dal suocero.

Io sapevo quando accadevano queste cose. Certi giorni sentivo un forte dolore al cuore; allora mandavo qualcuno a casa della signora Kim. Dall’esterno della casa sentivano che il suocero la stava picchiando duramente; ci disse che arrivava a piangere lacrime di sangue. Più tardi, comunque, la signora Kim ci disse che il sapere che dei membri della nostra chiesa erano fuori dal cancello e pregavano per lei la sollevava dalla sua sofferenza.

«Maestro, come facevi a sapere che mi stava picchiando?» mi chiese in seguito, e aggiunse: «Quando i membri erano nei pressi della casa, il dolore scompariva e mio suocero aveva bisogno di molta più energia per picchiarmi. Perché?». I suoi parenti la malmenarono e giunsero al punto di legarla a un palo, ma non riuscirono a impedirle di frequentare la nostra chiesa. Alla fine, i suoi familiari vennero alla chiesa e cominciarono ad aggredire me. Mi strapparono i vestiti e mi picchiarono tanto da gonfiarmi il viso, ma non reagii. Sapevo che se l’avessi fatto avrei soltanto reso la situazione della signora Kim ancora più difficile.

Dal momento che un numero crescente di fedeli delle grandi chiese di Pyongyang cominciava a venire ai nostri servizi religiosi, i ministri religiosi di quelle chiese s’ingelosirono e ci denunciarono alla polizia. Le autorità comuniste consideravano la religione una spina nel fianco ed erano alla ricerca di qualsiasi motivazione per metterla al bando. Colsero al volo l’occasione data loro da quei ministri religiosi e mi arrestarono. Il giorno 11 agosto 1946 fui condotto negli uffici della polizia di Dae-dong, con l’accusa di essere giunto dal Sud come una spia. Mi accusarono falsamente di essere stato mandato al Nord dal Presidente sudcoreano Syngman Rhee, per operare nel quadro di un tentativo di colpo di stato.

Mi fecero anche interrogare da un esperto sovietico, ma non furono in grado di provare che avessi commesso un qualsiasi reato. Alla fine, dopo tre mesi, fui dichiarato non colpevole e rilasciato, ma nel frattempo ero stato ridotto in condizioni fisiche terribili. Durante le torture avevo perso talmente tanto sangue che la mia vita era in grave pericolo. I membri della mia chiesa mi portarono a casa e mi curarono. Rischiarono la vita per me, senza aspettarsi nulla in cambio. Una volta guarito, ripresi il mio lavoro evangelico. Nel giro di un anno la nostra congregazione era diventata piuttosto grande. Le chiese ufficiali, però, non ci lasciavano tranquilli. Sempre più membri delle loro congregazioni venivano a seguire le nostre celebrazioni. Alla fine, circa ottanta ministri religiosi decisero di fermarmi, e scrissero alla polizia delle lettere di accusa contro di me.

Il 22 febbraio 1948 fui nuovamente posto in arresto dalle autorità comuniste. Fui accusato di essere una spia di Syngman Rhee e un disturbatore dell’ordine sociale. Fui portato via in manette. Tre giorni dopo mi rasarono la testa e mi rinchiusero in cella. Ricordo ancora la sensazione che provai osservando i capelli, che avevo lasciato crescere durante il periodo in cui avevo guidato la chiesa, cadere sul pavimento. Ricordo anche il viso della persona, un tale signor Lee, che mi tagliò i capelli.

In prigione, i miei carcerieri mi picchiavano incessantemente e pretendevano che confessassi i miei crimini. Anche se vomitavo sangue ed ero a un passo dalla morte, riuscii a non svenire. A volte, il dolore era così intenso da piegarmi in due. Senza pensarci mi trovavo a pregare: «Dio, salvami!». Il momento dopo però, riprendevo il controllo e pregavo con fede: «Dio, non ti preoccupare di me. Sun Myung Moon non è ancora morto. Non mi lascerò morire in un modo così miserabile». Avevo ragione. Il tempo della mia morte non era ancora giunto. C’era davanti a me una montagna di compiti che dovevo portare a termine. Avevo una missione. Non ero un uomo così debole da essere forzato alla sottomissione da qualcosa di così banale come la tortura.

Ogni volta che crollavo sotto i colpi, resistevo dicendo a me stesso: «Sto ricevendo queste percosse per il bene del popolo coreano. Sto versando lacrime per confortare il dolore del nostro popolo». Quando le torture erano così dure che arrivavo al punto di svenire, immancabilmente sentivo la voce di Dio. Nei momenti in cui sembrava che la vita stesse per lasciarmi, Dio mi appariva. Il mio corpo porta ancora molte cicatrici delle ferite che mi furono inferte allora. La carne che mi fu strappata dal corpo e il sangue che persi sono stati reintegrati, ma le sofferenze di quell’esperienza sono rimaste con me in quelle ferite. Spesso ho guardato quei segni e mi sono detto: «Poiché porti queste cicatrici, dovrai avere successo».

Il mio processo era programmato per il 3 aprile, il quarantesimo giorno successivo al mio arresto. Ci fu però un rinvio di quattro giorni e l’udienza si tenne il 7 aprile. Molti dei più noti ministri religiosi della Corea del Nord vennero in Tribunale e mi accusarono di ogni tipo di reato. Anche il Partito comunista si unì al coro, ripetendo la tesi secondo la quale la religione è l’oppio dei popoli. I membri della nostra congregazione stavano da una parte e piangevano mestamente, come se avessero perso un congiunto. Io però non piangevo. La partecipazione dei membri della mia chiesa alle prove che stavo affrontando mi aiutava a non sentirmi solo mentre percorrevo la strada del Cielo. Non stavo subendo una disgrazia, così sentii che non dovevo piangere.

Quando lasciai il Tribunale, dopo che era stata emessa la sentenza, alzai le mani incatenate e le agitai per salutare i nostri membri. Le manette emisero un suono metallico che mi sembrò fosse di campane. Quel giorno fui portato alla prigione di Pyongyang.

La vita in prigione non mi spaventava. Non era la prima volta che la affrontavo. Esisteva una gerarchia tra i prigionieri in ogni cella, ed io era abbastanza bravo a fare amicizia con il prigioniero che era al vertice di quella gerarchia. Mi sarebbe stato sufficiente scambiare poche parole, e sarei diventato presto amico del «capo» dei prigionieri. Quando si ha un cuore d’amore, si può aprire il cuore di qualunque persona.

Dopo alcuni giorni di permanenza in cella, seduto nell’angolo più lontano dalla porta, il capo dei prigionieri mi spostò in una posizione migliore. Io volevo rimanere nell’angolo vicino alla latrina, ma lui continuò a insistere che dovevo spostarmi in un posto migliore. Per quanto rifiutassi lui continuò ad insistere.

Dopo aver fatto amicizia con il capo, osservai attentamente il volto di tutti quelli che erano nella cella. I tratti del volto dicono tutto sulla persona, rivelano il suo carattere. I prigionieri furono molto sorpresi nello scoprire quanto potevo dire di loro leggendo i lineamenti del viso. Intimamente non erano contenti che una persona che vedevano per la prima volta fosse in grado di dire tante cose su di loro, ma dovevano riconoscere che li descrivevo in modo appropriato. Sapevo come aprire il mio cuore e parlare profondamente con chiunque, così anche in prigione ebbi tanti amici: divenni amico anche di un assassino. La mia prigionia era ingiusta, ma da quel periodo trassi degli insegnamenti significativi. Ogni periodo di difficoltà che attraversiamo in questo mondo ha un significato importante.

In prigione anche i pidocchi diventano amici. La prigione era estremamente fredda; i pidocchi marciavano in fila lungo le cuciture dei nostri abiti da carcerati. Quando li prendevamo e li mettevamo vicini, si attaccavano gli uni agli altri per formare minuscole palline. Noi le facevamo rotolare, allo stesso modo in cui gli scarafaggi fanno rotolare le pallottole di sterco di cavallo, e i pidocchi facevano di tutto per rimanere insieme: hanno l’istinto di nascondersi, perciò infilavano nel gruppo le loro teste, così che rimanesse fuori soltanto il fondo della loro schiena nera. In cella ci divertivamo anche osservando queste cose.

A nessuno piacciono i pidocchi e le pulci. Ma in prigione anche cimici e pulci diventano importanti compagni di conversazione. Nell’attimo in cui fissate lo sguardo su una cimice, la mente può avere un’ispirazione improvvisa, ed è importante che non lasciate passare quel momento inconsapevolmente. Non si può mai sapere quando, o in quale maniera, Dio ci parlerà. Perciò dobbiamo prestare attenzione ed esaminare con cura anche cose come le cimici e le pulci.

Un chicco di riso è più grande della terra

Il 20 maggio, dopo tre mesi di detenzione nel carcere di Pyongyang, fui trasferito nel campo di prigionia di Heungnam. Provai indignazione, ma anche vergogna davanti al Cielo. Fui legato a un ladro in modo che non potessi fuggire. Fummo trasportati da un veicolo che impiegò diciassette ore per arrivare a destinazione. Mentre guardavo fuori dal finestrino, cresceva dentro di me un potente sentimento di dolore. Mi sembrava incredibile che dovessi percorrere da prigioniero quella strada tortuosa, costeggiando fiumi e attraversando vallate.

La prigione di Heungnam era un campo di lavoro forzato per prigionieri sottoposti a regime speciale; il lavoro si svolgeva nella vicina fabbrica di concime chimico azotato. Fui sottoposto a quel regime per due anni e cinque mesi.

Il lavoro forzato era una pratica che la Corea del Nord aveva appreso dall’Unione Sovietica. Il governo sovietico non poteva semplicemente uccidere i «borghesi» e gli altri cittadini non comunisti, perché il mondo lo stava osservando e occorreva tenere conto dell’opinione pubblica mondiale; ideò così la pena dei lavori forzati. Le persone che venivano sfruttate in questo modo erano costrette a lavorare a ritmi sostenuti finché morivano per il progressivo deperimento. I comunisti nordcoreani avevano copiato il sistema sovietico e condannavano tutti i prigionieri a tre anni di lavori forzati. In realtà, i prigionieri normalmente morivano nel campo di prigionia ben prima che avessero finito di scontare la loro pena.

La nostra giornata cominciava alle 4,30 del mattino. Ci facevano mettere in fila, inquadrati nel piazzale, e ci ispezionavano il corpo e gli abiti, per verificare se avessimo indosso materiali non autorizzati. Dovevamo togliere tutti gli indumenti e ciascun capo di vestiario veniva esaminato accuratamente. Tutti gli abiti venivano sbattuti tanto a lungo che non sarebbe potuto restarci attaccato neanche il più minuscolo granello di polvere. Tutta l’operazione prendeva almeno due ore. Heungnam si trova sulla costa e in inverno il vento colpiva i nostri corpi nudi come un coltello affilato.

Dopo la conclusione dell’ispezione ci davano da mangiare un pasto disgustoso. Poi marciavamo per circa quattro chilometri fino alla fabbrica di fertilizzante. Marciavano fianco a fianco in gruppi di quattro, dovevamo tenere per mano la persona accanto a noi e non potevamo alzare la testa. Eravamo circondati da guardie armate di fucili e pistole. Se qualcuno ritardava il cammino del proprio gruppetto o lasciava la mano di chi gli stava vicino, veniva percosso duramente per aver tentato di fuggire.

D’inverno la neve era più alta delle persone. Nelle gelide mattine d’inverno, quando marciavamo in mezzo alla neve più alta di noi, la testa cominciava a girarmi. La strada gelata era estremamente scivolosa e il vento freddo soffiava ferocemente. Eravamo senza energia, anche se avevamo appena consumato la colazione, e le ginocchia cedevano. In ogni caso dovevamo arrivare fino al luogo di lavoro, anche se questo significava trascinare le gambe esauste per tutto il percorso.

Mentre percorrevo quella strada ad ogni passo mi sembrava di perdere conoscenza, e continuavo a ricordare a me stesso che appartenevo al Cielo. Nella fabbrica c’era una collinetta, formata con l’accumulo di una sostanza che chiamavamo per brevità «ammoniaca». In realtà si trattava probabilmente di solfato d’ammonio, un tipo di fertilizzante alquanto comune. Arrivava con un nastro trasportatore e somigliava a una cascata bianca, quando cadeva sulla collinetta di fertilizzante sottostante. Il prodotto che veniva scaricato dal nastro era ancora bollente e i fumi salivano alti, anche nel pieno dell’inverno. Rapidamente si raffreddava e diventava duro come ghiaccio. Il nostro lavoro consisteva nello scavare il fertilizzante dalla collinetta e riempire con le pale dei sacchi di paglia. Chiamavamo quella collinetta, alta più di venti metri, «la montagna del fertilizzante». C’erano tra le ottocento e le novecento persone che spalavano il fertilizzante in un ampio spazio, e sembrava che stessimo tagliando la montagna a metà.

Eravamo organizzati in squadre di dieci uomini, e ogni squadra aveva la responsabilità di riempire e caricare milletrecento sacchi al giorno. Così, ognuno doveva riempirne centotrenta. La squadra che non avesse realizzato la sua quota avrebbe avuto la sua razione di cibo dimezzata. Tutti lavoravano con la consapevolezza che la loro vita sarebbe dipesa dal completamento della quota.

Per aiutarci a trasportare nel modo più efficiente possibile i sacchi di fertilizzante, facevamo degli aghi con del filo d’acciaio e li usavamo per legare i sacchi dopo che erano stati riempiti. Mettevamo un pezzo di cavo sulla rotaia che correva sul pavimento della fabbrica. Appiattivamo il cavo facendoci passare sopra uno dei vagoncini adibiti al trasporto dei materiali, così potevamo usarlo come ago. Per fare buchi nei sacchi usavamo schegge di vetro che ricavavamo infrangendo le finestre della fabbrica. Le guardie dovevano essere dispiaciute nel vedere i loro prigionieri lavorare in quelle condizioni estreme, perché non ci dicevano mai nulla quando rompevamo le finestre della fabbrica. Una volta mi spezzai un incisivo mentre cercavo di staccare un pezzo di cavo. Ancora oggi quel dente è spezzato, e mi resta come un ricordo indelebile della prigione di Heungnam.

Tutti dimagrivano sotto la pressione dei lavori forzati. Io facevo eccezione. Riuscii a mantenere il mio peso di circa 72 chili, cosa che suscitò l’invidia degli altri prigionieri. Ho sempre avuto un’eccellente forza fisica; in un’occasione, però, mi ammalai gravemente, con sintomi simili a quelli della tubercolosi. Stetti male per circa un mese, tuttavia, non saltai neppure un giorno di lavoro nella fabbrica. Sapevo che, se fossi stato assente, gli altri prigionieri avrebbero avuto la responsabilità della mia parte del lavoro. Per la mia forza, le persone mi chiamavano con un’espressione che significa «l’uomo che è come una verga d’acciaio». Potevo sopportare anche il lavoro più duro. La prigione e i lavori forzati non erano un problema insormontabile per me. Un uomo può resistere, non importa quanto ferocemente sia percosso o quanto terribile sia il suo ambiente, se porta nel cuore uno scopo ben preciso.

I prigionieri erano anche esposti all’acido solforico, che veniva usato nella produzione del solfato di ammonio. Quando lavoravo nelle fonderie Kawasaki, in Giappone, ero stato testimone, in diversi casi, della morte per avvelenamento delle persone che stavano pulendo le cisterne, usate per conservare l’acido solforico. La situazione a Heungnam era di gran lunga peggiore. L’esposizione all’acido solforico era talmente dannosa da provocare la caduta dei capelli e da produrre sulla pelle grandi vesciche, dalle quali colava un liquido purulento. La maggior parte dei lavoratori della fabbrica cominciava a vomitare sangue e moriva nell’arco di circa sei mesi. Ci coprivamo le dita con pezzi di gomma, ma l’acido corrodeva in fretta queste protezioni. Anche i vapori acidi consumavano gli abiti, rendendoli inutili, e la pelle si spaccava e sanguinava. In certi casi la carne si consumava ed apparivano le ossa. Dovevamo continuare a lavorare senza neanche un giorno di riposo, anche quando le ferite sanguinavano e rilasciavano pus.

Il nostro pasto consisteva dell’equivalente di due piccole ciotole di riso. Non c’erano contorni, ma ci veniva data una zuppa di foglie di rafano in brodo. La zuppa era tanto salata da bruciare la gola, ma il riso era così duro che non lo si poteva mangiare senza intingerlo nel brodo. Nessuno ha mai lasciato una sola goccia di zuppa. Quando ricevevano la loro porzione di riso, i prigionieri la ingoiavano in un solo boccone. Dopo aver mangiato il proprio riso, si guardavano intorno, a volte allungando il collo per osservare come gli altri mangiavano. Di tanto in tanto, qualcuno metteva il cucchiaio nella scodella di un altro e scoppiava una lite. Un ministro religioso che era con me a Heungnam mi disse una volta: «Dammi soltanto un fagiolo e io ti darò due mucche quando saremo fuori di qua». I prigionieri erano tanto disperati che, quando qualcuno moriva all’ora di pranzo, gli altri prendevano e mangiavano il riso che fosse rimasto nella bocca del morto.

Solo chi l’ha provata può comprendere la sofferenza della fame. Quando una persona è affamata, un singolo granello di riso diventa preziosissimo. Ancora adesso mi sento in tensione al solo pensare a Heungnam. È difficile credere che un solo chicco di riso possa stimolare certe reazioni, ma quando avete fame il desiderio del cibo diventa così forte che urlereste. A chi ha lo stomaco pieno il mondo appare grande, ma per un uomo affamato un chicco di grano è più grande della terra. Un chicco di grano assume un valore enorme per chi ha fame.

A cominciare dal mio primo giorno in prigione, mi abituai a tenere per me soltanto metà della mia razione di riso e a dare l’altra metà ai miei compagni di prigionia. Mi allenai in questo modo per tre settimane e poi mangiai l’intera porzione. Questo mi mise in condizione di pensare che stessi mangiando riso sufficiente per due persone, e mi rese più facile sopportare la fame.

La vita in quella prigione era così terribile che chi non l’abbia sperimentata non può neppure immaginarla. Metà dei prigionieri morivano entro il primo anno, così ogni giorno passavano sotto i nostri occhi i cadaveri che venivano portati fuori dal cancello posteriore in contenitori di legno. Lavoravamo molto duramente e la nostra unica speranza di andar via di là era da morti, in una di quelle bare. Anche per un regime spietato e crudele, il modo in cui ci trattavano andava chiaramente oltre i confini dell’umanità. Tutti quei sacchi di fertilizzante, riempiti con le lacrime e la sofferenza dei prigionieri, venivano stivati nelle navi e portati in Russia (9).

La prigione di Heungnam nella neve

Dopo il cibo, il bene più prezioso nella prigione erano l’ago e il filo.

I nostri abiti logori si strappavano durante le fatiche del lavoro, ed era difficile trovare un ago e del filo per rammendarli. Dopo un po’ i prigionieri cominciavano a sembrare dei mendicanti stracciati.

Era estremamente importante richiudere i buchi negli abiti per proteggersi, almeno in parte, dal vento freddo dell’inverno. Un frammento di tessuto trovato abbandonato lungo la strada era molto prezioso. Poteva anche essere coperto di sterco di vacca, i prigionieri lottavano tra loro per impossessarsi di quel pezzo di stoffa. Una volta, mentre trasportavo dei sacchi di fertilizzante, scoprii un ago conficcato in uno di quei sacchi. Qualcuno doveva avercelo lasciato accidentalmente, quando aveva confezionato il sacco. D’allora in poi, divenni il sarto della prigione di Heungnam. Fu una tale gioia trovare quell’ago. Tutti i giorni rammendavo pantaloni lunghi o calzoncini per gli altri prigionieri.

All’interno della fabbrica di fertilizzante faceva tanto caldo che sudavamo anche nel bel mezzo dell’inverno; si può perciò immaginare quanto la temperatura fosse insopportabile durante l’estate. Nonostante ciò, mai una volta rimboccai i pantaloni esponendo le mie gambe. Anche nella stagione più calda tenevo i miei pantaloni legati al fondo, secondo la tradizione coreana. Altri prigionieri toglievano i pantaloni e lavoravano in mutande, ma io rimanevo sempre vestito correttamente. Quando finivamo di lavorare, i nostri corpi erano coperti di sudore e polvere di fertilizzante. Molti prigionieri si svestivano e si lavavano nell’acqua sporca che defluiva dagli scarichi della fabbrica. Io, invece, non mi lavavo mai dove gli altri potevano vedere il mio corpo. Conservavo la metà dell’unica ciotola d’acqua che ricevevamo come razione giornaliera e mi alzavo presto la mattina. Mentre gli altri ancora dormivano, mi pulivo con una piccola pezza imbevuta in quella mezza ciotola d’acqua. Avevo rispetto del valore del mio corpo e non volevo mostrarlo disinvoltamente agli altri. Quei primi momenti della mattina mi erano utili anche per concentrarmi spiritualmente e pregare.

Ciascuna cella della prigione alloggiava trentasei persone. Io mi sistemai in un angolo vicino alla latrina, perché in quel luogo nessuno mi avrebbe calpestato. Nessuno voleva quel posto. Quella che chiamavamo latrina era in realtà soltanto una piccola giara di terracotta, senza neppure un coperchio. Il liquame traboccava dalla latrina in estate e gelava in inverno. Non si può descrivere il puzzo nauseabondo che ne usciva.

I prigionieri spesso soffrivano di diarrea, a causa della zuppa salata e del riso duro che mangiavano tutti i giorni. Mentre me ne stavo accanto alla latrina, a un certo punto sentivo qualcuno che diceva: «Oh, il mio stomaco», si avvicinava alla latrina a piccoli passi veloci e si scopriva le parti basse, facendo esplodere la diarrea. Io, che ero vicino alla latrina, ne venivo spesso spruzzato. Anche di notte, a volte, mentre tutti dormivano, c’era qualcuno che soffriva di dolori addominali. Le proteste dei prigionieri che si lamentavano di essere stati calpestati nel sonno, mi preavvisavano che qualcuno si stava facendo strada verso la latrina. Mi alzavo di scatto e mi raggomitolavo nell’angolo. Se fossi rimasto addormentato e non l’avessi sentito arrivare, ne avrei subito le conseguenze.

Per riuscire a sopportare quella situazione impossibile, cercai addirittura di pensare a quella vista e a quei suoni come ad una qualche forma d’arte. Comunque per tutto quel tempo continuai a restare accanto alla latrina. Gli altri prigionieri mi chiedevano: «Perché hai scelto questo posto?». Ed io rispondevo: «Qui mi trovo più comodo». Non era solo un modo di dire. Quello era davvero il posto dove il mio cuore mi faceva sentire più a mio agio.

Il mio numero di matricola era il 596. Le persone mi chiamavano «Numero cinque nove sei». Certe notti in cui non riuscivo a dormire, fissavo il soffitto e ripetevo tra me e me questo numero all’infinito. Se lo pronunciavo velocemente, aveva un suono simile a «eo-gul», la parola coreana usata per descrivere la sensazione dell’ingiustizia. Ed io davvero ero stato imprigionato ingiustamente.

Il partito comunista ordinò di fare i dok-bo-hoi, riunioni in cui si leggevano ad alta voce giornali e altro materiale di propaganda e si studiava il comunismo. Dovevamo anche scrivere lettere di gratitudine a Kim Il Sung. Il dipartimento della sicurezza osservava attentamente ogni nostra mossa. Tutti i giorni ci dicevano che dovevamo scrivere lettere di ringraziamento, descrivendo cosa avessimo imparato. Io però non ne scrissi mai neppure una pagina.

Si aspettavano che scrivessimo cose del tipo: «Nostro padre Kim Il Sung, per amore nostro, ci dà cibo da mangiare tutti i giorni, ci dà pranzi ricchi di carne e ci fa condurre questa vita meravigliosa. Sono così riconoscente». Non avrei potuto mai scrivere niente del genere. Anche se fossi stato costretto a guardare la morte negli occhi, mai avrei presentato questo tipo di lettere a quegli atei comunisti. Per sopravvivere nella prigione, invece di scrivere lettere, lavoravo dieci volte più duramente degli altri. In effetti, l’unico modo per evitare di scrivere quelle falsità era farmi riconoscere come il miglior prigioniero. Con questa determinazione diventai effettivamente il miglior prigioniero e ricevetti persino un premio da un funzionario del partito comunista (10).

Mia madre venne a visitarmi molte volte mentre ero in prigione. Non c’era un mezzo di trasporto diretto da Jungju a Heungnam. Doveva prendere un treno per Seul, e lì salire su un altro diretto a Wonsan. Era un viaggio estenuante, che richiedeva più di venti ore. Prima di partire, preparava sempre del «mi-sut-karu», e cioè della farina di riso, perché suo figlio, che stava trascorrendo in carcere i suoi anni migliori, avesse qualcosa da mangiare. Per confezionare quella farina si faceva dare del riso da tutti i familiari, inclusi quelli più distanti, i parenti dei mariti delle mie sorelle maggiori. Bastava che entrasse nella sala delle visite della prigione e mi vedesse in piedi dall’altro lato del vetro, che cominciava subito a piangere. Era una donna forte, ma la vista di suo figlio sottoposto a tanta sofferenza la distruggeva.

Mia madre mi portò i pantaloni di seta che avevo indossato il giorno del mio matrimonio. L’uniforme della prigione, con cui ero vestito, era completamente lisa e attraverso il tessuto s’intravedeva la pelle. Tuttavia, invece di indossare quei pantaloni di seta, li diedi a un altro prigioniero. Quanto al mi-sut-karu, che mi preparava indebitandosi, lo distribuivo tutto ai miei compagni di prigionia in quello stesso momento, sotto i suoi occhi. Nel preparare i vestiti e il cibo per suo figlio, mia madre aveva investito tutto il suo cuore e la sua dedizione. Le si spezzò il cuore nel vedermi dar via queste cose, senza tenere nulla per me.

«Mamma - le dissi - io non sono semplicemente il figlio di un tale di nome Moon. Prima ancora di essere un figlio della casata dei Moon, sono un figlio della Repubblica di Corea. E, ancora prima di tutto questo, sono un figlio del mondo e un figlio del cielo e della terra. Ritengo giusto amare queste cose per prime e, soltanto dopo, seguire le tue parole e amare te. Io non sono il figlio di qualche persona di vedute ristrette. Per favore, tieni un comportamento consono al carattere di questo tuo figlio».

Le parole che le rivolsi furono fredde come il ghiaccio, e vederla piangere mi addolorò tanto, da avere la sensazione che il cuore mi andasse in pezzi. Lei mi mancava tanto; a volte mi svegliavo nel mezzo della notte pensando a lei, ma questa era una ragione in più per non finire preda delle mie emozioni. Ero una persona che stava lavorando all’opera di Dio. Per me era più importante vestire anche una sola persona con abiti un po’ più caldi, oppure riempire con un po’ più di cibo lo stomaco di qualcun altro, piuttosto che preoccuparmi della mia relazione personale con mia madre.

Anche in prigione mi piaceva dedicare quanto più tempo possibile a parlare con gli altri. C’erano sempre attorno a me persone desiderose di ascoltare quel che avevo da dire.

Nonostante la fame e il freddo della vita da recluso, sentivo tanto calore nella conversazione con quelle persone, con le quali avevo un’affinità di cuore. Di quelle relazioni, allacciate a Heungnam, rimasero dodici uomini, che sentivo vicini come compatrioti, ma allo stesso tempo sentivo che mi erano vicini come se fossero stati la mia famiglia. Con loro avrei potuto passare il resto della mia vita. Tra loro c’era un famoso ministro religioso, che era stato presidente dell’associazione delle chiese cristiane delle cinque province settentrionali della Corea. Con quelle persone condivisi emozioni intense, in situazioni nelle quali erano in gioco le nostre vite. Per questo le sentii più vicine della mia stessa carne e del mio stesso sangue. La loro presenza diede significato alla mia prigionia.

Pregavo tre volte al giorno per coloro che mi avevano aiutato e per i membri della mia congregazione a Pyongyang, chiamando ciascuno di loro per nome. Ogni volta che pregavo per loro, sentivo che avrei dovuto ripagare mille volte di più chi mi aveva offerto anche una sola manciata di sut-karu, conservata per me nascosta nella giacca.

Le forze dell’ONU portano la libertà

Mentre ero recluso a Heungnam, era scoppiata la guerra di Corea. Dopo i primi tre giorni, l’esercito della Corea del Sud abbandonò la capitale Seul e si ritirò più a sud. A quel punto sedici nazioni, con in prima fila gli Stati Uniti, costituirono una forza internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite e intervennero nella guerra. I militari statunitensi sbarcarono a Incheon e puntarono verso Wonsan, un’importante città industriale della Corea del Nord.

Era naturale che la fabbrica e la prigione di Heungnam costituissero, per le forze aeree statunitensi, uno degli obiettivi da bombardare. Quando cominciarono gli attacchi, le guardie della prigione abbandonarono i prigionieri e corsero nei rifugi antiaerei. A loro non importava se fossimo sopravvissuti o meno. Un giorno Gesù apparve proprio davanti a me con il volto piangente; questo fatto costituì per me una chiara premonizione, così gridai: «State tutti entro il raggio di dodici metri da me!». Poco dopo, una bomba esplose a dodici metri da dove mi trovavo. I prigionieri che mi erano rimasti vicini sopravvissero.

Quando i bombardamenti si fecero più intensi, le guardie cominciarono le esecuzioni dei prigionieri. Chiamavano i numeri dei prigionieri e dicevano loro di prepararsi a partire, prendendo con sé razioni di cibo per tre giorni e una vanga. I prigionieri immaginavano che sarebbero stati trasferiti in un’altra prigione, ma in realtà venivano condotti sulle montagne, dove erano costretti a scavare le buche in cui sarebbero stati sepolti subito dopo la loro esecuzione. La chiamata dei prigionieri seguiva l’ordine della durata delle rispettive condanne, e quelli che avevano le pene più lunghe da scontare erano chiamati per primi. Mi resi conto che il giorno successivo sarebbe venuto il mio turno.

La notte precedente, le bombe caddero come la pioggia nella stagione dei monsoni. Era il 13 ottobre 1950 e le forze statunitensi, dopo lo sbarco vittorioso ad Incheon, avevano risalito la penisola, avevano liberato Pyongyang e stavano spingendosi verso Heungnam. Quella notte, i soldati americani attaccarono Heungnam con tutte le forze, precedute dai bombardieri B-29. Il bombardamento fu così intenso da far sembrare che tutta la città fosse diventata un mare di fuoco. Le alte mura che circondavano la prigione cominciarono a crollare e le guardie corsero a mettersi in salvo. Alla fine, il cancello della prigione dove eravamo rinchiusi si aprì. Verso le due della mattina, camminando dignitosamente, uscii tranquillo dalla prigione di Heungnam.

Ero rimasto prigioniero per due anni e otto mesi, e avevo un aspetto terribile. Sia la mia biancheria che i miei abiti erano ridotti a brandelli. Vestito con quegli stracci, invece di andare verso il mio paese mi diressi a Pyongyang, insieme a un gruppo di persone che erano diventate miei seguaci nella prigione. Alcuni scelsero di venire con me piuttosto che mettersi in cerca delle mogli e dei figli. Potevo facilmente immaginare come mia madre stesse piangendo tutti i giorni, preoccupata per la mia salute, ma era più importante che io m’interessassi dei membri della mia congregazione a Pyongyang.

Lungo la strada verso Pyongyang potemmo vedere chiaramente come la Corea del Nord si fosse preparata per quella guerra. Tutte le città principali erano collegate da strade a due corsie, da usare per scopi militari in caso di emergenza. Molti dei ponti erano stati costruiti in modo da permettere il transito di carri armati da trenta tonnellate. Il fertilizzante che i prigionieri di Heungnam avevano confezionato nei sacchi, a rischio della loro vita, era stato spedito in Russia e barattato con armamenti, obsoleti ma pur sempre efficienti, che furono poi impiegati nel dispiegamento lungo il 38° parallelo.

Non appena arrivato a Pyongyang, andai in cerca dei membri che erano stati con me prima che fossi incarcerato. Dovevo scoprire dove si trovassero e verificare quale fosse la loro situazione. A causa della guerra si erano dispersi, ma sentivo la responsabilità di riunirli e aiutarli in quella drammatica situazione. Non avevo idea di dove abitassero, perciò non avevo altra scelta che perlustrare la città di Pyongyang da un estremo all’altro.

Dopo una settimana di ricerche avevo trovato soltanto tre o quattro persone. Avevo conservato della farina di riso, che avevo ricevuto quando ero ancora in prigione, e la mischiai con acqua per farne dei dolci di riso da condividere con loro. Durante il viaggio da Heungnam a Pyongyang avevo combattuto la fame con una o due patate completamente gelate e non avevo neanche toccato la polvere di riso. Al solo osservarli, mentre mangiavano avidamente quei dolci di riso, mi sentii completamente sazio.

Rimasi a Pyongyang per quaranta giorni cercando tutti quelli che mi tornavano in mente, giovani e anziani. Per la maggior parte di loro, non fui in grado neppure di appurare che cosa fosse accaduto, ma non li ho mai cancellati dal mio cuore. Infine, la notte del 2 dicembre mi misi in viaggio verso Sud. Insieme ai membri della chiesa, tra i quali c’era Won Pil Kim, ci unimmo a una lunga fila di profughi che si estendeva per una dozzina di chilometri.

Portammo con noi anche un membro che non riusciva a camminare. Era stato uno dei miei seguaci nella prigione di Heungnam. Il suo cognome era Pak. Era stato liberato prima di me; quando lo andai a visitare, a casa sua, scoprii che tutti i suoi familiari erano partiti per il Sud. Era solo in casa e aveva una gamba rotta. Lo feci montare su una bicicletta e lo portai con me. L’esercito nordcoreano aveva requisito le strade di pianura per il transito dei militari, perciò viaggiammo attraverso le risaie ghiacciate, dirigendoci verso Sud più in fretta che potevamo. L’esercito cinese non era molto indietro rispetto a noi, ma era difficile procedere speditamente, dal momento che uno di noi non poteva camminare.

Almeno per metà del percorso la strada era pessima; dovetti quindi portare Pak sulle spalle, mentre Kim spingeva la bicicletta vuota. Pak continuava a dire che non voleva esserci di peso e cercò diverse volte di togliersi la vita. Lo convinsi a proseguire, rimproverandolo più volte, e restammo insieme fino alla fine.

Eravamo profughi e con noi non avevamo nulla da mangiare. Entravamo nelle case i cui abitanti erano partiti per il Sud prima di noi, in cerca di riso o di qualunque altro cibo che potesse essere rimasto. Bollivamo tutto ciò che trovavamo, che si trattasse di riso, orzo o patate. In questo modo riuscimmo a malapena a sopravvivere. Non c’erano scodelle per il riso e dovevamo usare legnetti al posto dei bastoncini, ma il cibo aveva un buon sapore.

La Bibbia dice: «Beati i poveri», non è vero? Mangiavamo qualsiasi cosa il nostro stomaco potesse accettare. Anche un semplice pezzo di torta d’orzo era così saporito, che non avremmo invidiato nemmeno il pasto di un re. Per quanto fossi affamato smettevo sempre di mangiare prima degli altri. In questo modo loro avrebbero potuto mangiare un po’ di più.

Dopo un lungo cammino ci eravamo avvicinati alla sponda settentrionale del fiume Imjin. Per qualche motivo che non conoscevo, sentii che era importante attraversare il fiume rapidamente, non c’era un solo momento da perdere. Percepii fortemente che dovevamo oltrepassare quell’ostacolo, perché era in gioco la nostra sopravvivenza. Spinsi Won Pil Kim senza pietà. Lui era giovane e si addormentava anche mentre camminavamo, ma io continuavo a spronarlo, e nel frattempo spingevo la bicicletta con Pak.

Quella notte, percorremmo più di trenta chilometri e arrivammo sulla riva del fiume Imjin. Per fortuna il fiume era completamente ghiacciato. Seguimmo alcuni fuggitivi, che procedevano davanti a noi e attraversammo il fiume. Una lunga fila di profughi si snodava dietro di noi ma, non appena fummo passati, i soldati delle Nazioni Unite chiusero il transito. Se fossimo arrivati al fiume solo qualche minuto più tardi, non avremmo potuto oltrepassarlo. Quando fummo sull’altra riva, Won Pil Kim si voltò a guardare la strada da dove eravamo venuti e mi domandò: «Come sapevi che stavano per chiudere il passaggio attraverso il fiume?».

«Per forza che lo sapevo» risposi, «cose di questo tipo succedono di frequente a chi prende la strada del Cielo. La gente spesso non sa che la salvezza è appena oltre il prossimo ostacolo. Non avevamo un solo momento da perdere e, se ce ne fosse stato bisogno, ti avrei preso per il collo e ti avrei trascinato fin qua!». Kim sembrò colpito dalle mie parole, ma il mio cuore era molto turbato. Quando arrivammo al punto dove il 38° parallelo divideva la penisola in due, misi un piede in Corea del Sud e uno in Corea del Nord e cominciai a pregare: «Per ora veniamo cacciati verso sud in questo modo, ma tornerò presto al Nord». Continuai a pregare così per tutto il resto del nostro viaggio insieme ai profughi.

Note

(1) Nei pasti coreani la portata principale è il riso in bianco, assieme al quale vengono servite varie portate di verdure, di carne, di pesce, che vengono definite «contorni».

(2) Centesimi di won, la valuta coreana.

(3) Una delle più importanti e belle città storiche del Giappone.

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