Capitolo 1 - Il cibo è amore

Ciò che ho compreso sulla pace quando mio padre mi portava in spalla

Per tutta la vita ho avuto un unico pensiero. Volevo realizzare un mondo di pace, un mondo in cui non ci fossero guerre e tutta l’umanità vivesse nell’amore. Magari a qualcuno verrà da dire: «È mai possibile che tu abbia pensato alla pace fin da bambino?». Ma è davvero così sorprendente che un bambino sogni un mondo pacifico? Nel 1920, quando nacqui, la Corea era sottoposta all’occupazione del Giappone. Inoltre, dopo essere stati liberati nel 1945, abbiamo avuto la guerra di Corea, la crisi finanziaria dell’Asia e numerose altre situazioni difficili. Per tanti anni, la mia terra ha avuto poco a che vedere con il concetto di pace. Ma quei tempi di sofferenza e confusione non hanno riguardato soltanto la Corea. Le due guerre mondiali, la guerra del Vietnam ed i conflitti in Medio Oriente dimostrano che le popolazioni del mondo continuano a considerarsi nemiche, minacciandosi e bombardandosi a vicenda. Forse, per chi ha provato l’orrore dei corpi insanguinati e delle ossa spezzate, la pace è qualcosa che si può solo sognare. Ma la pace non è così difficile da ottenere. Per cominciare, possiamo trovare pace nell’aria che respiriamo, nella natura e nelle persone che ci circondano.

Quando ero bambino, i prati erano la mia vera casa. Subito dopo aver trangugiato la mia scodella di riso a colazione, correvo fuori e passavo tutto il giorno tra colline e ruscelli. Potevo trascorrere tutto il giorno vagabondando nel bosco, in compagnia degli uccelli e dei tanti animali; mangiavo erbe e frutti selvatici, così non avevo mai fame. Sin da bambino avevo scoperto che ogni volta che andavo nel bosco la mia mente e il mio corpo erano a loro agio.

Spesso, dopo aver giocato sulle colline, mi addormentavo lì. Mio padre era costretto a venirmi a cercare. Quando lo sentivo gridare in lontananza: «Yong Myung! Yong Myung!» non riuscivo a trattenere il sorriso, sebbene fossi addormentato. Il mio nome da bambino era Yong Myung. Il suono della voce di mio padre mi svegliava, ma io facevo finta di continuare a dormire. Lui mi caricava in spalla e mi portava a casa. Il sentimento che provavo mentre mi portava giù dalla montagna, la sensazione di essere completamente al sicuro e di sentire che il mio cuore era completamente libero: quella era la pace. È così che ho conosciuto la pace, quando mio padre mi portava in spalla.

C’era un’altra ragione per cui mi piaceva il bosco: lì trovavo tutta la pace del mondo. Le forme di vita che abitano il bosco non lottano tra loro. Naturalmente una mangia l’altra, ma questo avviene perché hanno fame e devono sopravvivere. Non lottano per inimicizia. Gli uccelli non odiano gli altri uccelli. Gli animali non odiano gli altri animali. Gli alberi non odiano gli altri alberi. Perché la pace possa nascere deve scomparire qualsiasi forma di inimicizia. Gli uomini sono gli unici esseri che odiano altri membri della loro stessa specie. Si odiano perché i loro Paesi sono diversi, perché le loro religioni sono diverse, o perché il loro modo di pensare è diverso.

Ho visitato circa duecento nazioni, ma non sono stati molti i Paesi in cui, una volta atterrato, ho pensato tra me: «Questo è davvero un posto pacifico e felice». In molti di quei luoghi, a causa della guerra civile, i soldati giravano per le strade con le armi spianate, sorvegliavano gli aeroporti e bloccavano le strade. Giorno e notte si sentiva il rumore degli spari. Più volte, in posti dov’ero andato a parlare di pace, sono arrivato a un passo dal perdere la vita. Nel mondo di oggi c’è una serie infinita di conflitti e di scontri, grandi e piccoli. Decine di milioni di persone soffrono la fame e ne muoiono. Eppure si spendono miliardi di dollari in armamenti. I soldi spesi in armi e bombe basterebbero da soli a sfamare tutta l’umanità.

Ho dedicato la mia vita alla costruzione di ponti di pace tra Paesi che si odiano tra loro per motivi ideologici e religiosi. Ho creato luoghi d’incontro dove l’Islam, il Cristianesimo e l’Ebraismo potessero avvicinarsi. Ho operato per conciliare le visioni degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, quando si confrontavano duramente sull’Irak. Ho contribuito a sviluppare il processo di riconciliazione tra il Nord e il Sud della Corea. Non l’ho fatto perché desideravo ricchezza o fama. Fin da quando avevo l’età per comprendere cosa stesse succedendo nel mondo, ho avuto soltanto un obiettivo nella vita: far sì che il mondo potesse vivere in pace ed in unità. Non ho mai desiderato altro. Non è stato facile vivere giorno e notte per lo scopo della pace, ma questo è il lavoro che mi rende più felice.

Durante la Guerra Fredda, abbiamo provato la sofferenza del vedere il nostro mondo diviso in due dall’ideologia. Allora ci sembrava che, se il comunismo fosse scomparso, si sarebbe realizzata la pace. Invece, ora che la Guerra Fredda è finita, vediamo ancora più conflitti. Ora siamo separati dalle barriere della razza e della religione. Molti paesi confinanti tra loro nutrono aspri contrasti. Come se tutto questo non bastasse abbiamo delle situazioni, all’interno delle nazioni stesse, in cui la gente è divisa a motivo della razza, della religione o del luogo di nascita. I rispettivi popoli, separati da queste invisibili linee di divisione, si considerano nemici e rifiutano di aprire il proprio cuore l’uno all’altro.

Osservando la storia umana, vediamo che le guerre più brutali e crudeli non sono state quelle combattute tra nazioni, ma quelle in cui si sono affrontate le razze. Fra queste ultime, le peggiori in assoluto sono state quelle guerre tra gruppi etnici in cui sono state prese a pretesto le religioni.

Nella guerra civile di Bosnia, considerata uno dei peggiori conflitti etnici del ventesimo secolo, sono state sterminate migliaia di persone, e tra esse tanti bambini.

Sono sicuro che tutti ricordate l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, in cui hanno perso la vita migliaia d’innocenti e sono andati completamente distrutti gli edifici del World Trade Center di New York, contro i quali erano stati pilotati due aerei passeggeri, sequestrati e dirottati dai terroristi.

Più di recente, il sanguinoso conflitto nella striscia di Gaza, in Palestina e nel Sud d’Israele, ha causato centinaia di morti. Tante case sono state distrutte e la gente in quelle zone si trova ogni giorno di fronte alla possibilità di morire. Tutto ciò è il lugubre risultato dei conflitti tra etnie e religioni.

Che cosa porta gli esseri umani a odiarsi e ad uccidersi a vicenda in modo così crudele? Ci sono naturalmente tanti motivi, ma tra questi troviamo quasi sempre delle divergenze religiose. Ciò è stato vero per la Guerra del Golfo. Ciò è vero per il conflitto arabo-israeliano, che ha ad oggetto il controllo di Gerusalemme. Quando il razzismo usa la religione come pretesto, il problema diventa estremamente complesso. I malefici fantasmi delle guerre di religione, che si pensava fossero finite con il Medioevo, continuano a perseguitarci nel ventunesimo secolo.

I conflitti religiosi continuano ad esplodere perché molti politici sfruttano l’inimicizia tra le religioni per soddisfare i propri disegni egocentrici. Di fronte alla forza della politica, le religioni spesso vacillano, smarriscono la via. Perdono di vista il loro scopo originale, che è quello di esistere per la pace. Tutte le religioni hanno la responsabilità di promuovere la causa della pace mondiale. Tuttavia, e ciò è deplorevole, le religioni finiscono col diventare la causa del conflitto. Dietro quest’orrore troviamo le macchinazioni della politica, con il suo potere ed il suo denaro. La responsabilità suprema di un capo politico dovrebbe consistere nel mantenimento della pace. Sembra invece che spesso i governanti facciano proprio il contrario e spingano il mondo verso lo scontro e la violenza.

I capi politici usano la lingua della religione e del nazionalismo per nascondere le loro ambizioni egoistiche. Finché il loro cuore non sarà correttamente orientato, le nazioni vagheranno nella confusione. La religione e l’amor patrio non sono malvagi in sé; sono, anzi, sentimenti preziosi, quando sono usati per contribuire alla costruzione della comunità globale. Ma quando, al contrario, si sostiene che solo una specifica religione e una specifica razza abbiano tutte le ragioni, e le altre fedi ed etnie vengono trattate con disprezzo e attaccate, allora la religione e l’amor patrio perdono il loro valore.

Quando una religione si spinge fino al punto di vessare e considerare senza alcun valore le altre fedi, cessa di essere un’espressione del bene. Lo stesso accade quando l’amor patrio è usato per affermare la superiorità della propria nazione su altre. La verità dell’universo è che dobbiamo riconoscere il valore degli altri ed aiutarci a vicenda. Anche gli animali più piccoli lo sanno. Cani e gatti non vanno d’accordo ma, se li allevate nella stessa casa, gli uni accolgono i cuccioli degli altri e si comportano in modo amichevole gli uni verso gli altri. Osserviamo la stessa cosa nelle piante.

Il rampicante che si aggrappa all’albero dipende dal tronco di quest’ultimo per il proprio sostegno. L’albero, però, non dice: «Ehi, cosa pensi di combinare, risalendo lungo il mio tronco?». Il principio dell’universo è che tutti vivano insieme, uno per il bene dell’altro. Chiunque si discosti da questo principio va incontro a sicura rovina. Se le nazionalità e le religioni continueranno ad aggredirsi a vicenda, l’umanità non avrà futuro. Ci sarà un ciclo perpetuo di terrore e guerra, che ci condurrà un giorno all’estinzione della nostra specie.

Ma non siamo senza speranza. Certamente la speranza esiste. Io non ho mai abbandonato, in tutta la mia vita, la speranza, ed ho sempre mantenuto vivo il sogno della pace. Voglio eliminare completamente le mura e i reticolati che in mille modi dividono il nostro mondo. Voglio creare un mondo unito. Voglio abbattere le barriere tra le religioni e le razze e colmare il divario tra ricchi e poveri. Una volta fatto questo, potremo ristabilire il mondo di pace che Dio aveva creato all’inizio. Sto parlando di un mondo in cui nessuno è schiavo della fame e nessuno versa lacrime.

Per guarire questo mondo, dove abbiamo smarrito la speranza e l’amore, dobbiamo ritrovare il cuore puro che avevamo da bambini. Per liberarci del desiderio di possedere quantità sempre crescenti di ricchezze materiali e per restaurare la nostra preziosa essenza umana, dobbiamo ritornare ai principi di pace e al respiro d’amore, che abbiamo compreso quando i nostri padri ci portavano in spalla.

La gioia di nutrire il prossimo

I miei occhi sono molto piccoli. Mi hanno raccontato che quando nacqui mia madre si domandò: «Il mio bambino ha gli occhi oppure no?» Mi alzò le palpebre con le dita, così quando sbattei le sopracciglia disse contenta: «Oh, certo, ce li ha gli occhi, dopo tutto!». I miei occhi erano così piccoli che la gente spesso mi chiamava «Piccoli occhi di Osan», giacché mia madre veniva dal villaggio di Osan.

Non ricordo però nessuno che mi abbia mai detto che gli occhi piccoli mi rendessero meno attraente. In effetti, chi conosce un po’ la fisiognomia, che è l’arte di comprendere le caratteristiche e il destino di una persona studiandone i lineamenti del viso, dice che gli occhi piccoli indicano la predisposizione a diventare un capo religioso.

Penso, per fare una similitudine, che sia un po’ quello che succede quando, con un apparecchio fotografico, si mette a fuoco un oggetto molto distante riducendo l’apertura del diaframma. Una guida religiosa deve essere in grado di vedere più lontano, nel futuro, rispetto a quanto fa la generalità delle persone, e forse gli occhi piccoli indicano questa qualità. Anche il mio naso è piuttosto insolito. Basta dargli un’occhiata e risulta ovvio che è il naso di un uomo testardo e determinato. Dev’esserci del vero nella fisiognomia perché, quando penso alla mia vita, i lineamenti del mio viso sembrano corrispondere al modo in cui l’ho vissuta.

Sono nato nel villaggio di Sangsa-ri, al numero 2221, nel distretto di Deok-eon, nel comune di Jeong-ju, nella provincia di Pyong-an. Ero il secondogenito maschio di Kyung Yu Moon del clan Nam Pyung Moon e di Kyung Gye Kim del clan Yeon An Kim. Sono nato il sesto giorno del primo mese lunare nel 1920, l’anno successivo alla nascita del movimento per l’indipendenza della Corea. Mi è stato raccontato che la nostra famiglia si era stabilita nel paese di Sangsa-ri ai tempi del mio bisnonno. Il bisnonno paterno coltivava personalmente la fattoria, e produceva migliaia di staia di riso; costruì così con le sue mani la fortuna della famiglia.

Non fumava né beveva: preferiva usare il denaro per comprare cibo da offrire ai poveri. In punto di morte, le sue ultime parole furono: «Se darete da mangiare a gente di tutte le regioni della Corea, riceverete benedizioni da tutte quelle regioni». Così, a casa nostra, la sala era sempre piena di gente. Anche gli abitanti degli altri villaggi sapevano che, se fossero venuti da noi, avrebbero sempre potuto contare su un buon pasto. Mia madre attendeva al suo compito - cucinare per tutta questa gente - senza mai lamentarsi.

Il bisnonno era molto attivo e non si riposava mai. Quando aveva un po’ di tempo libero confezionava scarpe di paglia, che poi vendeva al mercato. Diventato vecchio, per esprimere la sua misericordia usava comprare alcune oche per poi lasciarle libere, pregando che ai suoi discendenti tutto potesse andare per il meglio (1). Assunse un insegnante di calligrafia cinese perché offrisse lezioni gratuite nella sala di casa nostra, per fornire così un’istruzione di base ai giovani del villaggio. Gli abitanti del villaggio gli diedero così il titolo onorifico di «Sun Ok» (Gioiello di Bontà) e della nostra casa dissero che sarebbe stata benedetta.

All’epoca in cui nacqui, gran parte della ricchezza accumulata dal bisnonno era svanita, e la nostra famiglia aveva appena di che tirare avanti. La tradizione familiare di dar da mangiare agli ospiti, però, era ancora viva e noi li sfamavamo, anche se ciò avesse voluto dire che non ci sarebbe stato abbastanza cibo per i membri della famiglia. La prima cosa che imparai, subito dopo aver appreso a camminare, fu come servire le persone a tavola.

Durante l’occupazione giapponese, molti Coreani si videro confiscare le case e i terreni. Nel loro viaggio verso la Manciuria, dove speravano di rifarsi una vita, passavano dalla nostra casa, che era situata lungo la strada principale che conduce a Seon-cheon, nella provincia del Nord Pyong-an.

Mia madre preparava sempre da mangiare per questi viandanti, che giungevano da tutte le parti della Corea. Se un mendicante veniva a casa nostra in cerca di cibo e mia madre non era abbastanza svelta nell’occuparsi di lui, il bisnonno prendeva il proprio piatto e l’offriva all’ospite. Forse proprio perché sono nato in una famiglia del genere, anch’io ho passato buona parte della mia vita a dar da mangiare agli altri. Per me, nutrire la gente è il compito più prezioso. Se sto pranzando e vedo qualcuno che non ha niente da mangiare, il mio cuore si rattrista e non riesco a continuare il pasto.

Vi racconterò un episodio che mi è capitato quando avevo circa undici anni. Mancava poco alla fine dell’anno e nel villaggio tutti erano occupati a preparare i dolci di riso per la festa dell’Anno Nuovo. C’era però una famiglia che conoscevamo che era così povera da non aver nulla da mangiare. Nella mente continuavo a vedere i loro visi davanti a me; ero così agitato che continuavo a camminare per la casa, domandandomi cosa potessi fare. Alla fine, presi un sacco di riso da otto chili e corsi fuori. Avevo così tanta fretta di portare fuori dalla casa quel sacco di riso, che non mi soffermai nemmeno per legarlo. Me lo misi in spalla, lo tenni stretto, e corsi per un ripido sentiero di montagna, per circa otto chilometri, fino alla casa di quei conoscenti. Ero così emozionato al pensiero di quanto sarebbe stato bello dare a quella gente cibo sufficiente per mangiare a sazietà.

Il mulino del paese era vicino alla nostra casa. Le quattro pareti del mulino erano ben rifinite, in modo che il riso macinato non si infiltrasse nelle fessure. Perciò, d’inverno, era un posto eccellente per ripararsi dal vento e stare al caldo. Bastava che prendessi un po’ di brace dal forno di casa nostra e accendessi un piccolo fuoco, perché il mulino diventasse più caldo di una stanza con i radiatori a pavimento.

Alcuni dei mendicanti che giravano per le campagne, sceglievano di passare l’inverno in quel mulino. Io ero affascinato dalle storie che quelli mi raccontavano sul mondo di fuori e mi ritrovavo, ogni volta che ne avevo l’occasione, a passare tanto tempo con loro. Mia madre mi portava il cibo nel mulino, mettendone sempre abbastanza perché potessi condividerlo col mio amico mendicante. Mangiavamo dagli stessi piatti e la notte dividevamo le stesse coperte. Così passavo l’inverno. Con l’arrivo della primavera loro partivano, diretti verso posti lontani, e io ero impaziente che venisse di nuovo l’inverno, perché i mendicanti tornassero a trovarci.

Il fatto che non fossero ben vestiti non significava affatto che il loro cuore fosse miserabile; esprimevano invece un amore profondo e caldo. Io davo loro da mangiare e loro condividevano con me il loro amore. La profonda amicizia e il calore, che mi mostrarono allora, continua a darmi forza oggi. Quando viaggio nel mondo e vedo bambini che soffrono la fame, ricordo sempre come mio nonno non perdesse mai un’occasione per condividere il proprio cibo con gli altri.

Essere amico di tutti

Una volta che decido di fare una certa cosa, devo metterla in atto immediatamente. Altrimenti non riesco a dormire. Quando ero bambino, a volte, mi veniva un’idea durante la notte, ma ero costretto ad aspettare fino al mattino prima di poterci lavorare. Restavo sveglio e, per ingannare l’attesa, facevo dei graffi sul muro. Mi succedeva talmente spesso che, un po’ alla volta, scavai quasi un buco nel muro e i detriti si accumularono sul pavimento.

Non riuscivo a dormire nemmeno se durante il giorno ero stato trattato ingiustamente. In quel caso, mi alzavo dal letto nel bel mezzo della notte, andavo a casa del colpevole e lo sfidavo a venir fuori ed a battersi con me. Sicuramente per i miei genitori è stato molto difficile educarmi.

Non potevo sopportare nemmeno il vedere che qualcuno venisse trattato ingiustamente. Ogni volta che c’era una zuffa tra i bambini del villaggio io me ne dovevo occupare, come se fosse mia responsabilità ristabilire la giustizia in ogni situazione. Decidevo quale tra i bambini coinvolti nella lite avesse torto e lo rimproveravo ad alta voce. Una volta andai a trovare il nonno di un ragazzo che faceva il bullo nel vicinato e gli dissi: «Tuo nipote ha fatto questa cosa che non va. Per favore intervieni».

Potevo magari essere turbolento nel mio comportamento, ma ero comunque un bambino con un grande cuore. A volte andavo a trovare mia sorella maggiore, che abitava con la famiglia di suo marito, e chiedevo che mi offrissero pollo e dolci di riso: gli adulti non se ne avevano mai a male, perché potevano vedere che il mio cuore era pieno di calore e amore.

Ero particolarmente bravo a curare gli animali. Quando gli uccelli facevano il nido su un albero davanti casa nostra, scavavo una buca per dar loro dell’acqua da bere. Poi spargevo in terra un po’ di miglio sgusciato, preso dal nostro magazzino, perché gli uccelli ne mangiassero. Gli uccelli sono abituati, sulle prime, a volare via non appena qualcuno gli si accosta troppo. Con me, però, si rendevano subito conto che davo loro da mangiare perché li amavo, e non fuggivano quando mi avvicinavo.

Una volta decisi che avrei allevato dei pesci. Ne presi alcuni e li misi in una buca con dell’acqua. Presi anche una manciata di cibo per pesci e la sparsi sull’acqua. Ma quando mi svegliai, la mattina seguente, scoprii che tutti i pesci erano morti. Avevo tanto desiderio di fare un allevamento con quei pesci. Rimasi lì sbalordito, guardandoli galleggiare sulla superficie. Ricordo che piansi tutto il giorno.

Mio padre allevava diverse colonie di api. Usava prendere un grosso alveare che poneva su una base; sul fondo dell’alveare le api depositavano la cera e poi creavano le cellette in cui ponevano il miele.

Ero un bambino curioso e volevo vedere come le api costruivano l’alveare, così una volta ho messo il viso contro l’apertura dell’arnia. Venni punto da tante api e il viso mi si gonfiò in modo terribile. Una volta tolsi le basi degli alveari e ricevetti una severa sgridata da mio padre.

Quando le api avevano finito di costruire l’alveare, mio padre staccava le basi e le impilava da una parte. Le basi erano coperte di cera, che usavamo come combustibile per le lampade, al posto dell’olio. Una volta presi quelle preziose basi, le spezzai e le suddivisi tra le famiglie che non potevano permettersi di comprare olio per le loro lampade. Era stato un gesto gentile, ma lo avevo fatto senza il permesso di mio padre e per questo fui rimproverato ancora una volta duramente.

Quando avevo dodici anni, non c’erano in giro tanti giochi. La scelta era tra un tipo di pachisi (2), chiamato yute, una sorta di gioco degli scacchi, che chiamavamo jang-gi, o i giochi di carte. Mi piaceva quando tante persone giocavano insieme. Durante il giorno preferivo giocare a yute o far volare il mio aquilone, ma la sera facevo il giro del villaggio nei vari luoghi dove si giocava a carte. In certe partite, la posta era fino a 120 won per ciascuna mano, e di solito vincevo almeno una mano ogni tre.

La sera di Capodanno e la prima luna piena del nuovo anno erano le occasioni in cui si giocava di più. In quei giorni, la polizia chiudeva un occhio e non arrestava i giocatori d’azzardo. Una volta andai dove stavano giocando gli adulti e sonnecchiai per buona parte della notte. Al mattino, appena prima che finissero di giocare, li convinsi a fare solo tre mani con me. Con i soldi che vinsi comprai cibo, giocattoli, dolci e regali per i miei amici e per i bambini poveri dei villaggi vicini. Non usai quei soldi per me stesso o per fare cose cattive.

Quando i mariti delle mie sorelle maggiori ci venivano a trovare, chiedevo il permesso di prendere qualche soldo dal loro portamonete. Avrei poi usato quel denaro per comprare dolci per i bambini poveri.

È naturale trovare nei paesi sia gente benestante che povera. Se vedevo un bambino che aveva portato a scuola per colazione del miglio bollito, non riuscivo a mangiare la mia buona merenda di riso e scambiavo il mio riso con il suo miglio. Mi sentivo più vicino ai figli delle famiglie povere che a quelli delle famiglie ricche, e volevo in qualche modo fare qualcosa perché non avessero fame. Era una specie di gioco che mi piaceva tantissimo. Ero ancora un bambino, ma desideravo essere amico di tutti. In realtà volevo essere più che un amico; volevo coltivare relazioni in cui potessimo condividere profondamente il nostro cuore.

Uno dei miei zii era avaro. La sua famiglia possedeva un campo di meloni vicino al centro del paese e tutte le estati, quando i meloni maturi emanavano un profumo dolcissimo, i bambini del paese lo supplicavano di fargliene assaggiare qualcuno. Mio zio arrivò al punto di montare una tenda sulla strada, vicino al campo dei meloni, per rimanere lì a fare la guardia, e si rifiutò di regalare ai bambini anche un solo melone.

Un giorno gli chiesi: «Zio, mi daresti il permesso di venire una volta nel tuo campo e mangiare tutti i meloni che voglio?». Lo zio rispose di buon grado: «Certo, va bene».

Passai parola a tutti i bambini del paese, che chiunque volesse mangiare meloni doveva portare una borsa di tela e presentarsi davanti a casa mia a mezzanotte. A quell’ora li accompagnai al campo di meloni di mio zio e dissi loro: «Ognuno di voi raccolga una fila di meloni, e non si preoccupi di nulla». I bambini fecero salti di gioia e corsero nel campo. Bastarono pochi minuti perché sparissero diverse file di meloni. Quella notte i bambini affamati del paese, seduti per terra in un campo di trifoglio, mangiarono meloni finché il loro stomaco non fu sul punto di scoppiare.

Il giorno successivo successe un grosso guaio. Andai a casa dello zio e trovai un pandemonio, come in un’arnia scoperchiata. «Mascalzone» urlò mio zio, «è stata opera tua? Sei tu quello che ha rovinato tutto il lavoro di un anno, tutto il tempo che ho passato a coltivare i meloni?».

Nonostante la sua furia non mi intimorii: «Zio - gli dissi - non ti ricordi? Mi hai detto che potevo mangiare tutti i meloni che volevo. I bambini del paese volevano mangiare dei meloni e il loro desiderio era anche il mio. Ho fatto bene a dare loro un melone ciascuno, o non dovevo assolutamente darne loro neanche uno?». A queste parole mio zio si calmò e rispose: «Va bene, hai ragione», e la sua rabbia svanì.

Una bussola sicura per la mia vita

Il clan dei Moon proviene da Nampyung, presso Naju, nella provincia di Cholla, una città a circa trecentoventi chilometri a sud di Seul, nella parte sud-occidentale della nazione. Il mio trisavolo, Sung Hak Moon, ebbe tre figli maschi. Il minore dei tre, il mio bisnonno Jung Heul Moon, a sua volta ebbe tre figli maschi: Chi Guk, Shin Guk, e Yun Guk. Mio nonno, Chi Guk Moon, era il maggiore. Mio nonno era analfabeta, non avendo mai frequentato né una scuola elementare moderna né una scuola di paese tradizionale. Tuttavia, la sua capacità di concentrazione era tale che poteva ripetere tutto il testo della versione coreana di San Guo Zhi (3) dopo che l’aveva sentita leggere da qualcun altro. E non soltanto San Guo Zhi. Quando ascoltava una storia interessante, la poteva imparare a memoria e ripeterla con le stesse esatte parole. Riusciva a memorizzare qualsiasi cosa la prima volta che la sentiva. Mio padre prese da lui; poteva cantare a memoria il libro degli inni cristiani, che consisteva di oltre quattrocento pagine.

Mio nonno mantenne fede all’ultima volontà di suo padre, che gli aveva detto di vivere mantenendo sempre uno spirito altruista. Non riuscì, però, a conservare la fortuna della famiglia, poiché suo fratello minore, il mio prozio Yun Guk Moon, chiese un prestito dando in pegno il patrimonio della famiglia, e perse tutto. Dopo questo episodio, dovemmo affrontare enormi difficoltà, ma mio nonno e mio padre non parlarono mai male del prozio, perché sapevano che non aveva perso quel denaro al gioco o in altri modi disdicevoli: Yun Guk aveva mandato quei soldi al Governo provvisorio della Repubblica di Corea, che era stato costituito in Cina, a Shanghai, durante l’occupazione giapponese della mia patria. A quel tempo, 70.000 won, la somma che mio prozio aveva offerto al movimento per l’indipendenza, erano un patrimonio notevole.

Yun Guk era un ministro religioso che si era diplomato al Seminario di Pyongyang; era un intellettuale che parlava correntemente l’inglese, oltre che un eccellente studioso della lingua e della letteratura cinese. Era il pastore responsabile di tre chiese, compresa quella di Deok Heung a Deok Eon Myeon.

Nel 1919 aveva partecipato alla stesura della dichiarazione d’indipendenza, assieme a Nam Seon Choe (4). Ma quando si scoprì che tre dei sedici leader cristiani, che avevano sottoscritto la dichiarazione, erano collegati alla chiesa di Deok Heung, il nome del prozio fu cancellato dalla lista.

Seung Heung Lee, uno degli altri firmatari della dichiarazione, che aveva lavorato con il mio prozio alla fondazione della scuola di Osan, aveva chiesto a Yun Guk di occuparsi delle sue cose, nel caso che il movimento per l’indipendenza non avesse avuto successo e lui fosse stato ucciso dalle autorità coloniali giapponesi.

Sulla strada del ritorno alla nostra terra d’origine, il prozio Yun Guk fece stampare decine di migliaia di bandiere coreane e le distribuì alla gente, che si era riversata nelle strade per manifestare il proprio sostegno al movimento per l’indipendenza della Corea. Fu arrestato l’8 marzo mentre guidava una dimostrazione, sulla collina dietro gli uffici amministrativi di Aipo Myeon. A quella dimostrazione a sostegno dell’indipendenza parteciparono il direttore, i professori e circa duemila studenti della scuola di Osan, circa tremila cristiani e circa quattromila altri abitanti della zona.

Fu condannato a due anni di detenzione, che iniziò a scontare nella prigione di Eui-ju. L’anno successivo fu rilasciato, in occasione di una speciale amnistia. Anche dopo il rilascio, tuttavia, fu perseguitato dalla polizia giapponese, così che non poté mai fermarsi a lungo in uno stesso posto e dovette vivere sempre come un fuggitivo.

Aveva sul corpo profonde cicatrici, ricordo delle torture inflittegli dai Giapponesi, che lo avevano anche trafitto con una punta di bambù, strappandogli via parte della carne. Era stato ferito alle gambe e al costato, ma non si era dato per vinto. I Giapponesi, quando si resero conto che non sarebbero riusciti a sottometterlo, gli offrirono la posizione di responsabile della Contea, a condizione che s’impegnasse a rinunciare alle sue attività nel movimento per l’indipendenza. Per tutta risposta urlò infuriato ai Giapponesi: «Come pensate che potrei mai accettare un vostro incarico e lavorare per voi, ladri?».

Quando avevo sette o otto anni, il prozio Yun Guk abitò per qualche tempo a casa nostra e alcuni membri dell’esercito di liberazione della Corea vennero a trovarlo. Erano a corto di fondi e, per arrivare da noi, avevano viaggiato a piedi, di notte, nel mezzo di una bufera di neve. Mio padre coprì la testa di tutti noi bambini con una pesante coperta perché la loro conversazione non ci svegliasse. Ma io ero completamente desto e me ne stetti sotto la coperta, sforzandomi di sentire il più possibile quanto gli adulti si dicevano.

Sebbene fosse tardi, mia madre uccise un pollo e cucinò degli spaghetti di soia per far mangiare i partigiani. Ancora oggi non posso dimenticare le parole che sentii pronunciare dal prozio Yun Guk, mentre ero lì, sotto la coperta, e trattenevo il respiro per l’emozione: «Anche se doveste morire» disse, «morireste per la nostra nazione e sarete benedetti. In questo momento vediamo solo buio davanti a noi, ma certamente presto sorgerà un giorno luminoso». A cagione delle torture non aveva più la pienezza delle forze, ma la sua voce era decisa e autorevole. Ricordo che pensai allora: «Perché un uomo meraviglioso come il prozio è dovuto andare in prigione? Se soltanto noi fossimo stati più forti del Giappone, una cosa del genere non sarebbe mai accaduta».

Yun Guk continuò a vagabondare in tutta la nazione per sfuggire alla persecuzione della polizia giapponese, e fu soltanto nel 1966, mentre mi trovavo a Seul, che ebbi di nuovo notizie di lui. Il prozio era apparso in sogno a uno dei miei cugini più giovani e gli aveva detto: «Sono sepolto a Jeong-seon, nella provincia di Kang-won». Andammo all’indirizzo che ci aveva dato nel sogno e scoprimmo che era morto nove anni prima. Trovammo solamente un cumulo di terra coperto di erbacce. Riesumai i suoi resti e gli diedi sepoltura a Paju, nella provincia di Kyeonggi, non lontano da Seul.

Negli anni successivi alla liberazione della Corea dal Giappone, avvenuta nel 1945, i comunisti nordcoreani uccisero senza pietà i ministri religiosi cristiani e i partigiani. Il prozio, temendo che la sua presenza potesse essere fonte di pericolo per la famiglia, era fuggito lontano dai comunisti, aveva attraversato il 38° parallelo e si era stabilito a sud, a Jeong-seon. Non aveva informato della sua fuga nessuno dei famigliari.

Si guadagnò da vivere in quella lontana regione montana vendendo pennelli per calligrafia (5). Più tardi, ci dissero che aveva fondato una scuola di paese di tipo tradizionale, dove aveva insegnato lettere classiche cinesi. Secondo alcuni dei suoi ex-allievi, si era dilettato spesso nella composizione di poesie in caratteri cinesi. I suoi studenti ne avevano copiato e conservato circa 130, tra cui il seguente:

Pace tra Sud e Nord

Sono passati dieci anni da quando ho lasciato casa mia per venire al Sud. Il corso del tempo accelera l’imbiancare dei miei capelli. Tornerei al Nord, ma come posso farlo? Quello che avrebbe dovuto essere un breve esilio si è prolungato.

Indossando l’abito estivo ko-hemp (6) dalle lunghe maniche, mi faccio aria con un ventaglio di seta e penso a cosa porterà l’autunno. La pace tra Sud e Nord si avvicina. Bambini che aspettate sotto i cornicioni, non dovete preoccuparvi così tanto.

Sebbene il prozio Yun Guk vivesse a Jeong-seon lontano dalla sua famiglia, in un luogo che gli era estraneo sotto tutti gli aspetti, il suo cuore traboccava d’amore per il suo Paese. Lasciò anche questi versi:

Quando all’inizio ti poni la meta, giura a te stesso di raggiungere il livello più alto; non permetterti neppure il minimo briciolo di desiderio privato.

Il contributo dato dal prozio al movimento per l’indipendenza fu riconosciuto dal governo della Repubblica di Corea. Fu insignito di due onorificenze postume: un Riconoscimento Presidenziale nel 1977 e l’Ordine al Merito della Fondazione Nazionale nel 1990. Ancora oggi a volte recito i suoi versi. Sono intrisi dell’inesauribile amore che ha sempre serbato per la sua nazione, anche di fronte alle avversità estreme.

Recentemente, da quando sono diventato più anziano, penso sempre più spesso al mio prozio. Tutti i suoi versi che esprimono il suo sentimento di amore per la nazione coreana mi trapassano il cuore. Ho insegnato ai nostri membri la canzone Daehan Jiri Ga (Canzone della geografia coreana), le cui parole sono state scritte da lui. Mi piace cantare questa canzone insieme ai nostri membri. Quando la canto mi sento sollevato delle mie pene.

Canzone della geografia coreana

La penisola di Corea in Oriente è posta fra tre Paesi. A Nord, le grandi pianure della Manciuria, a Est, l’azzurro e profondo Mare dell’Est, a Sud, un mare con tante isole, a Ovest, il profondo Mar Giallo. Cibo nei mari su tre lati, È nostro tesoro ogni specie di pesce.

Il possente monte Baekdu sta a Nord, e dà acqua ai fiumi Amrok e Tumen. Riversandosi nei mari a oriente e occidente, marcano chiaro il confine con i Sovietici. il monte Kumgang splende luminoso al centro, una riserva per il mondo, orgoglio della Corea. Il monte Halla s’innalza sull’azzurro Mare del Sud, riferimento per i pescatori in mare.

Le quattro pianure di Daedong, Hangang, Geumgang e Jeonju danno alla nostra gente cibo e abiti. Le quattro miniere di Woonsan, Soonan, Gaecheon e Jaeryung ci danno i tesori della Terra. Le quattro città di Kyungsung, Pyongyang, Daegu e Kaesung risplendono sulla terra. I quattro porti di Busan, Wonsan, Mokpo e Incheon danno il benvenuto alle navi straniere. Le linee ferroviarie si dipartono da Kyungsung, collegando le due linee principali, Kyung-Eui e Kyung-Bu, le linee secondarie Kyung-Won e Honam corrono a Nord e a Sud, coprendo tutta la penisola.

Le nostre città ci raccontano la nostra storia. Pyongyang, la città di Dangun (7), vecchia di 2000 anni, Kaesung, capitale di Koryo (8), Kyungsung, per 500 anni capitale di Chosun (9), Kyungju, dove la cultura bimillenaria di Silla (10) risplende, origine di Pak Hyuk-ko-sai (11), Chungchong ha Buyo, la capitale storica di Paekche (12).

Figli di Corea, avanguardia del futuro, le onde della civiltà bagnano le nostre coste. Scendete dalle colline, e incamminatevi decisi verso il mondo del futuro!

Un bambino testardo che non s’arrende mai

Mio padre non era solito fare debiti ma, se mai avesse ricevuto dei soldi in prestito, avrebbe onorato l’impegno di restituirli, anche a costo di vendere al mercato la mucca della famiglia o un pilastro tolto dalla nostra casa. Lui diceva sempre: «Non puoi cambiare la verità con l’astuzia. Una cosa vera non sarà mai sopraffatta da un misero inganno. Qualsiasi risultato si possa ottenere con l’astuzia, non passerà mai più di qualche anno prima che tutto sia scoperto».

Mio padre aveva una statura imponente. Era così forte da non avere alcun problema a salire una rampa di scale con un sacco di riso sulle spalle. Il fatto che a novant’anni io possa ancora viaggiare per il mondo e continuare il mio lavoro è il risultato della forza fisica che ho ereditato da mio padre.

Anche mia madre, il cui inno cristiano preferito era «Higher ground», era una donna piuttosto forte. Ho preso da lei non soltanto la fronte spaziosa e il viso rotondo, ma anche la sua personalità diretta ed esuberante. Sono piuttosto tenace e non c’è dubbio che, in questo, io sia figlio di mia madre.

Da bambino, avevo un soprannome che significa: «colui che piange tutto il giorno». Mi ero guadagnato questo nomignolo perché, una volta che avessi cominciato a piangere, non avrei smesso più per tutto il giorno. Quando piangevo, urlavo così forte che la gente immaginava che dovesse essere accaduto qualcosa di terribile. Anche chi stava dormendo si alzava ed usciva di casa per vedere cosa stesse succedendo. Per giunta, quando piangevo non stavo un attimo fermo. Saltavo per la stanza, mi ferivo e creavo un putiferio. A volte sanguinavo. Avevo questo tipo di forte personalità anche quando ero giovanissimo. Una volta che mi ero messo qualcosa in testa non vi rinunciavo mai, anche a costo di rompermi le ossa.

Naturalmente, tutto ciò accadeva prima che diventassi più maturo. Quando mia madre mi rimproverava perché avevo fatto qualcosa di sbagliato, io le rispondevo: «Non è vero! Assolutamente no!». Sarebbe bastato ammettere che avevo torto, ma avrei preferito morire, piuttosto che scusarmi.

Anche mia madre comunque aveva una personalità piuttosto forte. Lei mi picchiava e diceva: «Pensi di poter continuare a non rispondere a tua madre?». Una volta mi colpì così forte da farmi perdere i sensi; ma nemmeno quando tornai in me volli darle ragione. Lei stava davanti a me e piangeva disperata. Neanche quella volta volli ammettere che avevo sbagliato. Il mio spirito combattivo era pari alla mia testardaggine. Non potevo sopportare di perdere, in nessuna situazione. Gli adulti in paese dicevano: «Una volta che ‘Piccoli occhi di Osan’ decide di fare una cosa, la fa».

Non ricordo quanti anni avessi quando successe questo fatto: un bambino mi aveva dato un pugno sul naso ed era scappato. Per un mese da allora tutti i giorni andavo di fronte a casa sua ed aspettavo che uscisse. Gli adulti erano meravigliati della mia determinazione. Alla fine, i suoi genitori mi chiesero scusa e mi diedero anche un vassoio pieno di dolci di riso. Questo non significa però che io cercassi sempre di prevalere con la persistenza e la testardaggine.

Ero fisicamente molto più grande e più forte degli altri ragazzi della mia età. Nessuno di loro poteva battermi nella lotta. Una volta persi contro un ragazzo più grande di me di tre anni, e ne rimasi talmente irritato che non riuscivo a darmi pace. Andai su una montagna nelle vicinanze, strappai un po’ di corteccia da una pianta di acacia e per sei mesi, tutte le sere, mi allenai su quell’albero per diventare abbastanza forte da sconfiggere quel ragazzo. Alla fine dei sei mesi gli chiesi la rivincita e riuscii a batterlo.

Tutte le precedenti generazioni della nostra famiglia avevano avuto tanti figli. Io avevo un fratello più grande, tre sorelle maggiori e tre sorelle minori. In effetti, ci sarebbero stati anche altri quattro fratelli minori, nati dopo Hyo Seon, la sorella minore, ma morirono tutti in tenera età. Mia madre aveva partorito in tutto tredici figli, ma cinque di essi non erano sopravvissuti (13). Il suo cuore dev’essere stato profondamente provato. Mia madre ha sofferto molto per allevare tanti figli, e per di più in una situazione non di abbondanza. Se ci fossimo alleati tra noi, i fratelli e le sorelle che avevo quando ero bambino e tutti i nostri primi e secondi cugini, avremmo potuto fare qualsiasi cosa. Ma è passato tanto tempo e ora ho la sensazione di essere rimasto solo al mondo.

Una volta, nel 1991, mi sono recato per una breve visita in Corea del Nord. Sono tornato nel mio paese natale, per la prima volta dopo quarantotto anni, e ho scoperto che mia madre e gran parte dei miei fratelli non c’erano più. Rimanevano solamente una sorella maggiore ed una minore. La sorella maggiore, che quand’ero piccolo mi aveva fatto quasi da mamma, era diventata una bisnonna di oltre settant’anni. La sorella più piccola aveva passato i sessanta e aveva il viso coperto di rughe.

Quando eravamo giovani scherzavo spesso con lei. Le gridavo: «Ehi, Hyo Seon, tu sposerai un tipo con un occhio solo». Lei mi rispondeva, «Cosa hai detto? Cosa ti fa pensare questo, fratello?». Poi mi rincorreva e mi picchiava sulla schiena con i suoi minuscoli pugni.

Poco prima di compiere diciotto anni, Hyo Seon incontrò un uomo, che una delle nostre zie aveva invitato per vedere se fosse possibile combinarle il matrimonio. Quella mattina mia sorella si era svegliata presto, si era pettinata con cura i capelli e si era passata la cipria sul viso. Aveva pulito meticolosamente la casa, dentro e fuori, e aveva atteso che arrivasse il suo pretendente. La presi in giro: «Hyo Seon, si vede proprio che vuoi sposarti!». Il suo volto avvampò, e ricordo ancora quanto fosse bella, col rossore delle guance che traspariva attraverso la cipria chiara.

Sono passati più di venti anni da quella visita in Corea del Nord. Mia sorella maggiore, che aveva pianto tanto nel rivedermi, se n’è andata, ed è rimasta soltanto mia sorella minore. Questo pensiero mi riempie di angoscia e mi scioglie il cuore.

Avevo buone capacità manuali e usavo confezionarmi i vestiti. Quando arrivava la stagione fredda, mi cucivo rapidamente un cappello. Lavoravo a maglia meglio delle donne e davo suggerimenti in proposito alle sorelle più grandi. Una volta feci uno scialle a Hyo Seon. Le mie mani erano grosse e tozze come zampe d’orso, ma mi piaceva cucire e confezionavo anche la mia biancheria. Ritagliavo il tessuto da un rotolo, lo piegavo a metà, lo tagliavo nella giusta foggia, facevo l’orlo, lo cucivo e lo indossavo. Una volta feci in questo modo un paio di calze tradizionali coreane per mia madre, e lei espresse il suo apprezzamento dicendomi: «Bene, bene, io pensavo che il mio secondo figlio fosse un perditempo, ma queste calze mi stanno alla perfezione».

A quei tempi, quando si preparava il matrimonio di un figlio o una figlia, si tessevano per loro dei tessuti di cotone. Mia madre prendeva i batuffoli di cotone e li metteva sull’arcolaio per filarli. Questo lavoro si chiamava «to-ggaeng-i», nel dialetto della provincia di Pyong-an. Poi regolava il telaio a venti fili e iniziava la tessitura… dodici pezze di tessuto, tredici pezze di tessuto, e così via. Ogni volta che uno dei figli doveva sposarsi, le mani ruvide di mia madre creavano tessuti morbidi e belli, che sembravano raffinati satin. Le sue mani si muovevano in modo incredibilmente rapido. Altre donne avrebbero tessuto tre o quattro pezze di to-ggaeng-i al giorno, ma mia madre poteva arrivare a farne venti. Una volta che aveva particolarmente fretta, perché doveva completare i preparativi per il matrimonio di una delle mie sorelle maggiori, confezionò un intero rotolo di tessuto in un solo giorno. Mia madre aveva un temperamento impaziente. Ogni volta che si metteva in testa di fare una cosa si sbrigava a finirla presto. Io le somiglio da questo punto di vista.

Fin da bambino, mi è sempre piaciuto mangiare una grande varietà di cibi. Da piccolo mi piacevano il granturco, i cetrioli, le patate e i fagioli. Durante una visita ai parenti di mia madre, che abitavano a circa cinque miglia di distanza da casa nostra, notai qualcosa di tondeggiante che cresceva nel campo. Chiesi cosa fosse e mi fu detto che era «ji-gwa», ovvero una patata dolce. Qualcuno ne prese una, la cucinò col vapore e me la diede da mangiare. Il gusto era talmente delizioso che ne raccolsi un’intera cesta e la mangiai tutta da solo. Dall’anno successivo, in quel periodo, non passarono mai più di tre giorni senza che andassi a trovare i parenti di mia madre. Dicevo: «Mamma, esco un momento». Facevo di corsa tutta la strada fino a casa loro e mangiavo le patate dolci.

Nella zona dove abitavamo, a maggio c’era il cosiddetto «passo della patata». D’inverno ci nutrivamo di patate fino all’arrivo della primavera, quando cominciavamo a raccogliere l’orzo. Maggio poteva essere un periodo critico perché, se avessimo esaurito la riserva di patate prima d’iniziare il raccolto dell’orzo, avremmo patito la fame. Oltrepassare la stagione in cui le patate cominciavano a scarseggiare - e l’orzo non era ancora maturo - era come arrampicarsi per un ripido passo di montagna, così noi lo chiamavamo il «passo della patata».

L’orzo che mangiavamo allora non era quello gustoso, fatto di semi piatti, che conosciamo oggi. I semi avevano una forma cilindrica ed erano duri, ma per noi andava bene lo stesso. Lo mettevamo a bagno per due giorni prima di cucinarlo. Quando ci sedevamo a tavola schiacciavo l’orzo con il cucchiaio, cercando di far aderire tra loro i chicchi. Ma era fatica inutile perché, quando lo tiravo su col cucchiaio, l’orzo cadeva via come sabbia. Lo mischiavo allora con del «gochujang» (un impasto a base di peperoncino) e ne prendevo un boccone. Mentre masticavo, i semi d’orzo mi scappavano tra i denti, perciò dovevo tenere la bocca perfettamente chiusa.

Usavamo anche catturare e mangiare le rane. A quei tempi nelle campagne, quando i bambini, dopo aver preso il morbillo, avevano il viso tirato per il calo di peso, i genitori davano loro da mangiare delle rane. Ne catturavamo tre o quattro di quelle grosse, con le gambe grasse e tanta carne intorno.

Le arrostivamo avvolte in foglie di zucca finché diventavano tenere e gustose, come se fossero state cucinate in una marmitta per il riso. Dal punto di vista del gusto, non posso dimenticare nemmeno la carne dei passeri o dei fagiani. Cucinavamo anche le uova dal guscio riccamente colorato deposte dagli uccelli di montagna e di lago, che volavano sopra i campi lanciando sonori richiami gutturali. Vagabondando per le colline e le campagne compresi che c’era tanta abbondanza di cibo, nell’ambiente della natura, che Dio aveva messo lì per noi.

Amare la natura per imparare da lei

La mia personalità mi spingeva a conoscere ogni cosa che rientrasse nel mio raggio visivo. Non riuscivo proprio ad essere superficiale sulle cose. Cominciavo col pensare: «Chissà come si chiama quella montagna. Chissà cosa ci sarà in cima…», e poi dovevo raggiungerla.

Ero ancora un bambino ed già ero salito sulle cime di tutte le montagne che si trovavano nel raggio di sei o sette chilometri da casa nostra. Andai dappertutto, anche al di là delle montagne.

Così, quando vedevo una montagna illuminata dal sole del mattino, potevo osservarla con serenità perché avevo nella mente l’immagine di cosa ci fosse sulla vetta. Non mi piaceva guardare luoghi sconosciuti. Dovevo conoscere ogni cosa che ero in grado di vedere e anche ciò che stava oltre; altrimenti mi sarei sentito insopportabilmente inquieto.

Quando andavo sulle montagne, toccavo ogni fiore e ogni albero. Non mi contentavo di guardare le cose con gli occhi; dovevo toccare i fiori, annusarli e perfino metterli in bocca e masticarli. Mi piacevano tanto il profumo, il tocco e il gusto, che non mi sarei preoccupato se qualcuno mi avesse detto di ficcare il naso negli sterpi e tenercelo per tutto il giorno. Amavo così tanto la natura che, ogni volta che uscivo, passavo la giornata a vagare per le cime dei monti e per i prati e dimenticavo di dover tornare a casa. Quando mia sorella maggiore andava per le colline in cerca di erbe selvatiche, io la precedevo nella salita e sceglievo le piante.

Grazie a questo tipo di esperienze conosco una grande varietà di erbe selvatiche, che hanno un gusto gradevole e un elevato valore nutritivo. Amo particolarmente una specie della famiglia dei girasoli chiamata sseum-ba-gwi (14). Mischiata con pasta di fagioli rossi e aggiunta a un piatto di gochujang bibimbap (15), ha un sapore fantastico. Quando si mangia lo sseum-ba-gwi, si deve tenerlo in bocca, trattenendo il respiro, per qualche secondo, così che scompaia il gusto amaro e affiori un gusto diverso e dolce. È importante mantenere il ritmo giusto per gustarne il sapore meraviglioso.

Mi piaceva anche arrampicarmi sugli alberi. Salivo e scendevo soprattutto da un grande castagno, vecchio di duecento anni, che cresceva nel nostro giardino. Mi piaceva la vista che potevo godere dai rami più alti di quell’albero, spingendo lo sguardo fin oltre le prime case del villaggio. Una volta lassù non volevo più scendere. A volte rimanevo sull’albero fino a notte fonda. L’ultima delle mie sorelle maggiori faceva un sacco di storie su quanto fosse pericoloso stare lì e cercava di farmi scendere: «Yong Myung, per piacere vieni giù» implorava, «è tardi, devi rientrare e andare a letto»

«Se mi viene sonno, posso dormire qui», rispondevo. Non m’importava quello che diceva; non mi muovevo dal mio ramo sul castagno. Alla fine perdeva la pazienza e urlava: «Ehi, scimmiotto! Scendi giù subito!». Amavo così tanto arrampicarmi sugli alberi forse perché ero nato nell’anno della Scimmia. Quando i ricci delle castagne pendevano a grappoli dai rami, prendevo un bastone e saltavo su e giù per farli cadere. Ricordo che mi divertivo tantissimo. Mi dispiace per i ragazzi di oggi, che non crescono in campagna e non sperimentano questo tipo di divertimento.

Anche gli uccelli che volavano liberi nel cielo erano oggetto della mia curiosità. Ogni tanto passavano uccelli particolarmente graziosi e studiavo tutto quel che potevo su di loro, osservando quale aspetto avesse il maschio e quale la femmina. A quei tempi non c’erano libri che descrivessero i vari tipi di alberi, arbusti o uccelli, così dovevo esaminarli tutti personalmente. Spesso saltavo il pranzo perché rimanevo a vagare per le montagne, in cerca di luoghi dove assistere al passaggio degli uccelli migratori.

Ci fu un tempo in cui, per molti giorni di seguito, mi arrampicai su e giù per un albero, tutte le mattine e tutte le sere, per controllare un nido di gazza. Volevo osservare come deponesse le uova. Alla fine riuscii ad osservare la posa delle uova e divenni anche «amico» di quell’uccello. Le prime volte che mi vedeva, mentre mi avvicinavo la gazza emetteva un forte stridio e faceva una gran confusione. Più avanti, invece, riuscii a starle accanto senza che essa si muovesse.

Anche gli insetti di quell’area erano miei amici. Ogni anno, sul finire dell’estate, c’era una cicala che cantava melodiosamente, dai rami più alti di una pianta di cachi che stava appena fuori della mia stanza. Tutte le estati, ero così felice quando, finiti i versi rumorosi e irritanti degli altri tipi di cicale, che avevano fatto baccano tutta l’estate, sentivo la voce di una cicala canterina. La sua canzone mi avvertiva che presto l’umida estate sarebbe finita, per lasciare il posto al fresco autunno.

Il canto della cicala era pressappoco così: «Sulu Sulululululu!». Ogni volta che la sentivo cantare in quel modo, guardavo in alto, verso l’albero dei cachi e pensavo: «Naturalmente, fin quando canterà, dovrà stare in un posto alto, in modo che tutti nel paese possano sentirla e rallegrarsi. Chi la sentirebbe se andasse a cantare in un pozzo?».

Mi resi conto ben presto che tanto le cicale d’estate, quanto le cicale canterine, mandavano un richiamo d’amore. Sia che cantassero: «Mem mem mem» oppure «Sulu sulu», il loro suono serviva ad attirare il compagno. Una volta che ebbi compreso ciò, non potei più fare a meno di ridere ogni volta che sentivo un insetto che si metteva a cantare. «Tu vuoi l’amore, non è vero? Continua a cantare, e trovati un buon compagno». Gradualmente, imparai a fare amicizia con tutti gli esseri presenti nella natura, in modo da poter condividere con essi il mio cuore.

La costa del Mar Giallo distava soltanto quattro chilometri dalla nostra casa. Era abbastanza vicina perché potessi vederla da qualsiasi rilievo nei dintorni di casa. Lungo il percorso da lì al mare c’era una serie di specchi d’acqua, collegati da un ruscello. Spesso scavavo sul ciglio di una di queste gore, odorose di acqua stagna, per catturare anguille o granchi d’acqua dolce. Mi ficcavo nei posti più improbabili, per catturare diversi tipi di fauna acquatica, e così potei scoprire l’ambiente in cui ciascuna specie viveva.

Le anguille, per natura, non amano farsi vedere, e per questo nascondono il loro lungo corpo in tane di granchi o altri posti simili. A volte, tuttavia, non riescono a infilarsi nel buco con tutto il corpo, e l’estremità della coda rimane fuori. Così potevo catturarle con facilità, semplicemente afferrandole per la coda ed estraendole dalla tana. Quando a casa nostra c’era compagnia e volevamo mangiare anguilla al vapore, facevo volentieri una corsa per quei cinque chilometri, tra andata e ritorno fino ai piccoli laghi, e riportavo a casa quattro o cinque anguille. Durante le vacanze estive, mi capitava spesso di pescare quaranta anguille in un solo giorno.

C’era un solo compito che non mi piaceva svolgere: portare al pascolo la mucca. Il più delle volte, quando mio padre mi chiedeva di pascere la mucca, la portavo nel prato di un paese vicino, la legavo e scappavo via. Dopo un po’ però cominciavo a preoccuparmi per la mucca. Allora tornavo indietro e vedevo che era ancora lì dove l’avevo legata. Era rimasta lì, per mezza giornata e anche più, muggendo e aspettando che qualcuno venisse a darle da mangiare. Sentendo la mucca che muggiva in lontananza, ero dispiaciuto per lei e pensavo «Questa mucca! Cosa devo fare con lei?». Potete immaginare come mi sentissi, quando mi sforzavo di ignorare il muggito della mucca.

Comunque, quando tornavo da lei a sera tarda, la mucca non era arrabbiata, né cercava di incornarmi. Al contrario, sembrava felice di vedermi. Compresi che la prospettiva che dovremmo avere sugli obiettivi più importanti della nostra vita, dovrebbe essere simile a quella della mucca. Aspetta con pazienza il momento opportuno, e qualcosa di buono arriverà.

A casa avevamo un cane che amavo tanto. Era così intelligente che mi correva sempre incontro, all’ora del mio ritorno da scuola, sebbene fossi ancora molto distante da casa. Si mostrava felice ogni volta che mi vedeva. Lo accarezzavo sempre con la destra, e se per caso si veniva a trovare alla mia sinistra, si spostava sulla destra e strofinava il muso su di me, implorando un po’ di coccole. Allora alzavo la mano destra e lo accarezzavo sulla testa e sulla schiena. Se non l’avessi fatto, avrebbe guaito e corso in cerchio attorno a me per tutta la strada. «Mascalzone che non sei altro - gli dicevo - tu sai cos’è l’amore, vero? Ti piace l’amore?».

Gli animali sanno cos’è l’amore. Avete mai visto una chioccia seduta sulle proprie uova, in attesa che si schiudano? La chioccia tiene gli occhi ben aperti, e intanto picchia la zampa sul terreno, in modo che nessuno possa avvicinarsi. Io entravo e uscivo dal pollaio, sapendo che avrei fatto arrabbiare la chioccia. Quando entravo, la chioccia drizzava il collo e cercava di spaventarmi. Invece d’indietreggiare, anch’io prendevo una posa minacciosa. Dopo che ero andato nel pollaio un po’ di volte, la chioccia faceva finta di non vedermi, ma manteneva le piume arruffate e mostrava gli artigli lunghi e affilati. Sembrava che volesse slanciarsi in avanti e attaccarmi, ma non poteva muoversi a causa delle uova. Così rimaneva immobile ed in tensione. Io le andavo vicino e le toccavo le penne, ma lei non si spostava. Sembrava decisa a non muoversi da quella posizione fino a che le uova non si fossero schiuse, anche se ciò avesse significato dover sopportare che qualcuno le strappasse tutte le penne dal petto. Grazie al suo irremovibile attaccamento alle uova, motivato dall’amore, la chioccia ha un’autorità che tiene alla larga anche il gallo. Esercita un’autorità suprema su tutto ciò che la circonda, come se dicesse: «Non m’importa chi sei. Farai meglio a non disturbare queste uova!».

Anche la scrofa dà dimostrazione del suo amore quando partorisce i suoi piccoli. Una volta seguii una scrofa per poter osservare la nascita della sua cucciolata. Al momento del parto, la scrofa dà una spinta, con un forte grugnito, e un porcellino scivola fuori sul terreno. Quando la scrofa lancia un altro sonoro grugnito, un secondo cucciolo nasce. Accade lo stesso con i gatti e i cani. Ero felicissimo di vedere come venivano al mondo questi cuccioli che dovevano ancora aprire gli occhi. Non potevo fare a meno di ridere di gioia.

Al contrario, mi addolorava tantissimo osservare la morte di un animale. C’era un macello poco distante dal paese. Una volta che una mucca vi veniva introdotta, il macellaio appariva dal nulla e la colpiva con una mazza di ferro grande quanto il braccio di un uomo. La mucca cadeva e veniva subito scuoiata. Poi le venivano tagliate le zampe ma, anche priva degli arti, la carcassa continuava a tremare, perché la vita le restava aggrappata disperatamente. Una volta vidi tutto questo procedimento, e piansi e urlai a gran voce.

Fin da bambino ho sempre avuto una particolarità. Sapevo cose che gli altri non potevano sapere, come se possedessi qualche capacità paranormale. Se dicevo che sarebbe piovuto, poi pioveva veramente. Oppure stavo seduto in casa e dicevo: «Quell’anziano signor Tal dei Tali nel villaggio vicino non sta bene oggi». Ed avevo sempre ragione.

Fin dall’età di otto anni, ero conosciuto come il campione degli «agenti matrimoniali». Mi bastava vedere le fotografie di una futura coppia per poter capire tutto di loro. Se dicevo: «Questo matrimonio non funzionerà», ma loro comunque fossero andati avanti e si fossero sposati, nel prosieguo inevitabilmente si sarebbero lasciati. Ho fatto questo fino a novant’anni e ora posso dire tante cose sul conto di una persona, semplicemente osservando il modo in cui si siede o il modo in cui sorride.

Se mi concentravo, potevo dire cosa stessero facendo le mie sorelle maggiori in un particolare momento. Le mie sorelle mi volevano bene, ma per quel motivo allo stesso tempo mi temevano anche. Sentivano che conoscevo tutti i loro segreti. Potrebbe sembrare che io abbia qualche incredibile potere paranormale, ma in realtà non c’è nulla di cui sorprendersi. Persino le formiche, che spesso consideriamo creature insignificanti, possono prevedere quando verrà la stagione delle piogge e andare dove potranno rimanere all’asciutto. Gli esseri umani, se sono in sintonia con la natura, devono essere capaci di predire cosa accadrà loro. Non è una cosa così difficile.

Potete dire in che direzione soffierà il vento esaminando attentamente il nido della gazza. Questa costruisce l’entrata del nido sul lato opposto rispetto a quello dal quale viene il vento. Prende i ramoscelli col becco e li intreccia in un disegno complesso, poi raccoglie il fango con il becco per stuccare la cima e il fondo del nido, in modo che non entri la pioggia. Dispone le estremità dei rametti in modo che siano rivolti tutti nello stesso verso; in questo modo agiscono come una gronda sul tetto, che canalizza la pioggia in un’unica direzione. Le gazze hanno questo tipo di capacità che le aiuta a sopravvivere. Non è naturale che anche gli uomini abbiano certe capacità?

Quando andavo con mio padre al mercato del bestiame, gli dicevo: «Papà, non comprare questa mucca. Una buona mucca deve avere nuca e zoccoli di bell’aspetto, natiche e schiena solide. Questa mucca non è così». Sicuramente, quella mucca non sarebbe stata venduta. Mio padre rispondeva: «Che ne sai tu di queste cose?» ed io di rimando: «Lo sapevo già quando ero ancora nella pancia della mamma!». Scherzavo, naturalmente. Se amate le mucche, potete dire tante cose su di loro.

La forza più potente del mondo è l’amore, e non c’è niente di più temibile di una mente e un corpo uniti. Se vi mettete quieti e vi concentrate, troverete un posto nel profondo, dove la vostra mente può trovare pace e riposo. Dovete lasciare che la vostra mente raggiunga quel posto. Dopo aver sistemato la mente ed essere andati a dormire, vi sveglierete con un’estrema sensibilità. Quello è il momento in cui dovete allontanare tutti i pensieri estranei e mettere a fuoco la vostra coscienza. A quel punto, sarete in grado di comunicare con tutte le cose.

Se non mi credete, provateci subito. Ogni forma di vita al mondo cerca di collegarsi con quella che le dà l’amore più grande. Perciò, se possedete qualcosa che non amate veramente, la vostra proprietà e il vostro dominio su quella cosa sono falsi, e sarete costretti a lasciarla andare.

Parlare dell’universo agli insetti

Trascorrere del tempo nel bosco purifica la mente. Il suono delle foglie che frusciano nel vento, il suono della brezza che soffia tra le canne, il suono delle rane che gracidano nello stagno: non sentite altro che i suoni della natura, nessun pensiero estraneo disturba la mente. Se fate il vuoto nella vostra mente e ricevete la natura in tutto il vostro essere, non c’è separazione tra voi e la natura. La natura entra in voi e voi diventate una cosa sola con la natura. Nel momento in cui scompare la barriera tra voi e la natura, sentite una profonda gioia. La natura diventa voi, e voi diventate la natura.

Ho sempre apprezzato tanto queste esperienze nella mia vita. Anche oggi quando chiudo gli occhi entro in uno stato in cui sono tutt’uno con la natura. Alcuni descrivono questa condizione come «anatman», o «non-sé», ma per me si tratta di più di questo, perché la natura entra e si stabilisce nel luogo che è stato liberato. Quando sono in quello stato, ascolto le sinfonie che la natura mi presenta - i suoni dei pini, i suoni degli insetti - e divento suo amico. Potrei andare in un villaggio e comprendere, senza incontrare nessuno, la disposizione mentale della gente che vi abita. Potrei fermarmi a passare la notte in un campo per ascoltare cos’hanno da dirmi le messi che vi crescono. Sentirei se le messi sono tristi o felici e ciò mi farebbe capire che tipo di gente abita in quel villaggio.

La ragione per cui, mentre ero prigioniero in Corea del Sud, negli Stati Uniti e in Corea del Nord non mi sentivo solo e depresso, è che anche in cella potevo sentire il suono del vento che soffiava e parlare agli insetti ch’erano lì con me.

Potreste chiedermi: «Di cosa parlavi con gli insetti?». Anche il più minuto granello di sabbia contiene i principi del mondo. Persino una particella di polvere che galleggia nell’aria sintetizza l’armonia dell’universo. Tutte le cose che abbiamo intorno a noi sono nate da una combinazione di forze, la cui complessità non possiamo neppure immaginare. Queste forze sono strettamente collegate le une alle altre. Non c’è nulla nell’universo che sia stato concepito al di fuori del Cuore di Dio. Il movimento di una foglia racchiude in sé il respiro dell’universo.

Fin dall’infanzia ho avuto il dono di entrare in risonanza con i suoni della natura, mentre esploravo le colline e i prati. La natura crea un’unica armonia e produce un suono magnifico e affascinante. Nessuno cerca di mettersi in evidenza e nessuno è ignorato; c’è semplicemente una suprema armonia. Ogni volta che mi sono trovato in difficoltà, la natura mi ha confortato; ogni volta che sono crollato nella disperazione, la natura mi ha risollevato.

I bambini di oggi crescono nelle città e non hanno occasioni per familiarizzarsi con la natura. In effetti, sviluppare la sensibilità verso la natura è ancor più importante che approfondire le nostre conoscenze tecniche. A cosa può servire un’istruzione universitaria a un ragazzo che non riesce a sentire la natura dentro il proprio corpo perché ha smarrito la propria sensibilità? Una persona separata dalla natura può soltanto acquisire conoscenze astratte su qualche libro, per poi diventare facilmente un individualista, che avrà come propri idoli soltanto i beni materiali.

Abbiamo bisogno di sentire la differenza tra il suono della pioggia primaverile, che cade come un sussurro sottile, da quello della pioggia d’autunno, col suo contrappunto di schiocchi e crepiti. Si può dire che solo la persona che vive in risonanza con la natura ha un carattere vero. Un dente di leone che fiorisce sul lato della strada è più prezioso di tutto l’oro del mondo. Dobbiamo avere un cuore che sappia amare la natura e amare la gente. Chi non riesce ad amare la natura e le persone non è capace di amare Dio. Ogni cosa nella natura raffigura Dio a livello di simbolo, e gli uomini e le donne sono gli esseri sostanziali creati a immagine di Dio. Solo chi può amare la natura può amare Dio.

Non tutto il mio tempo era dedicato alle passeggiate in collina o in campagna e al gioco. Lavoravo molto, aiutando mio fratello più grande nella fattoria. Nella fattoria ci sono tanti lavori diversi per ciascuna particolare stagione. Bisogna arare le risaie e i campi, trapiantare i germogli di riso ed estirpare le erbacce. Quando si tratta di estirpare le erbacce, il lavoro più impegnativo è quello che si fa nei campi di miglio. Tra la semina e il raccolto, bisogna rimuovere la vegetazione infestante almeno tre volte, ed è un lavoro che spacca la schiena. Noi, dopo aver finito, restavamo per diverso tempo piegati, incapaci di rimetterci in posizione eretta.

Le patate dolci cresciute nel terreno argilloso non sono gustose. Per ottenere il sapore migliore, le dovevamo piantare in una mistura di un terzo d’argilla e due terzi di sabbia. Gli escrementi umani sono il miglior fertilizzante per il mais, così io spezzettavo con le mie mani le feci indurite. Aiutando nella fattoria, ho appreso quale terreno fosse più adatto per la soia e quale per i fagioli rossi, e cosa servisse per far crescere bene i legumi. Sono un contadino esperto!

Per trapiantare i germogli di riso, prendevamo un palo con dodici segni uniformemente distanziati, per misurare dove avremmo posizionato le file, e lo posavamo nel senso della lunghezza in mezzo alla risaia. Due persone si spostavano lungo il palo, piantando ciascuna sei file di germogli. Più tardi, quando visitai il meridione della Corea, vidi che lì tiravano un filo attraverso la risaia e dozzine di persone si davano da fare intorno a quello. Mi sembrò una modalità assai poco efficiente. Io allargavo le gambe il doppio della larghezza delle spalle, in modo da piantare i germogli più velocemente. Durante la stagione della messa a dimora delle piante di riso, riuscivo a guadagnare abbastanza da poter pagare almeno la mia retta scolastica.

Uno studente ardimentoso

Quando compii dieci anni, mio padre m’iscrisse a una scuola di tipo tradizionale del nostro villaggio, dove un anziano maestro insegnava i classici cinesi. In quella scuola, il nostro unico compito consisteva nell’imparare a memoria un libricino ogni giorno. Io mi concentravo e completavo il mio compito in mezz’ora. Se riuscivo a ripetere la lezione del giorno al maestro, per quella giornata avevo finito con la scuola. Se nel primo pomeriggio il maestro si assopiva, uscivo dalla scuola e andavo a camminare per le colline e i prati. Più tempo passavo in collina, più scoprivo dove trovare piante commestibili. Dopo qualche tempo riuscii a trovarne abbastanza da mangiarne a sazietà, e smisi di pranzare a casa.

A scuola leggevamo i Dialoghi di Confucio e le opere di Mencio, ed apprendevamo i caratteri cinesi. Eccellevo nella scrittura e, quando ancora non avevo compiuto dodici anni, il maestro mi scelse per scrivere gli esemplari dei caratteri, sui quali gli altri scolari avrebbero studiato. In realtà, avrei desiderato frequentare una scuola ufficiale, e non quella tradizionale del villaggio. Sentivo che non mi soddisfaceva imparare a memoria Confucio e Mencio, mentre altre persone costruivano aeroplani.

Questo avveniva in aprile, e mio padre aveva pagato la retta anticipata per tutto l’anno. Pur essendo consapevole di questo, decisi che avrei lasciato la scuola del villaggio e mi diedi da fare per convincere mio padre, affinché mi mandasse a una scuola ufficiale. Cercai di convincere anche il nonno e lo zio. Per essere ammesso alla scuola elementare dovevo sostenere un esame. Come preparazione per quell’esame, avrei dovuto frequentare una scuola propedeutica. Convinsi uno dei miei cugini più giovani a venire con me, e insieme andammo alla scuola propedeutica di Wonbong, dove iniziammo il nostro corso per l’esame di ammissione alla scuola elementare.

L’anno successivo, quattordicenne, superai l’esame ed entrai nella terza classe della scuola di Osan. Avevo cominciato tardi, ma studiai molto e riuscii a saltare la quinta classe. La scuola di Osan distava otto chilometri da casa nostra, ma non mi assentai un solo giorno né arrivai mai in ritardo alle lezioni. Tutti i giorni, dopo aver superato una collina, incontravo lungo la strada un gruppo di studenti che mi aspettavano, ma camminavo così svelto che facevano fatica a stare al mio passo. Così passavo per quella strada di montagna, sulla quale si diceva che facessero la loro comparsa, a volte, le tigri.

La scuola di Osan era una scuola nazionalista fondata da Yi Sung Hun, un personaggio attivo nel movimento per l’indipendenza. Non soltanto non s’insegnava la lingua giapponese, ma agli studenti veniva del tutto vietato di parlare in giapponese. Su questo punto io avevo un’opinione diversa. Ritenevo che dovessimo conoscere il nostro nemico per sconfiggerlo.

Sostenni un altro esame di ammissione e m’iscrissi alla quarta classe della scuola normale pubblica di Jung-ju. Nelle scuole pubbliche, tutte le lezioni erano tenute in giapponese, così io imparai a memoria sia il «katakana» che lo «hiragana» (16) la notte precedente il mio primo giorno di scuola. Non sapevo nulla di giapponese, perciò presi tutti i libri, dalla prima alla quarta classe, e li studiai in due settimane. Così facendo, potei cominciare a comprendere la lingua. Prima ancora di finire la scuola primaria ero già in grado di parlare correntemente la lingua giapponese.

Il giorno del mio diploma, mi offrii volontario per presentare un discorso davanti a tutte le personalità più importanti di Jung-ju, riunite per l’occasione. Normalmente, in una situazione del genere, lo studente dovrebbe esprimere la propria gratitudine e parlare dell’aiuto che gli era stato offerto dagli insegnanti e dalla scuola. Invece di far ciò, citai per nome ciascuno dei miei insegnanti e li criticai, evidenziando i problemi causati dal modo in cui la scuola era gestita.

Parlai anche del tempo storico nel quale vivevamo e del tipo di determinazione che avrebbero dovuto mostrare le persone in posizione di responsabilità. Pronunciai quel discorso piuttosto critico interamente in giapponese: «I Giapponesi devono fare le valigie al più presto e tornarsene in Giappone» dissi, «questa terra ci è stata tramandata dai nostri antenati e tutte le future generazioni della nostra gente dovranno vivere qui».

Dissi queste cose davanti al capo della polizia, al presidente della provincia e al sindaco. Stavo emulando lo spirito del prozio Yun Guk Moon, e stavo dicendo cose di cui nessun altro avrebbe osato parlare. Gli astanti rimasero sbalorditi. Quando scesi dal palco, vidi quanto fossero pallidi in volto.

Quel giorno non mi successe nulla, ma ci furono problemi in seguito. Da quel momento, la polizia giapponese mi segnalò come una persona da sorvegliare e cominciò a tenermi sotto controllo. Più tardi, quando cercai di andare in Giappone per continuare i miei studi, il capo della polizia rifiutò di timbrare il modulo di cui avevo bisogno, e ciò mi creò dei problemi. Mi considerava un soggetto pericoloso al quale non doveva essere consentito di andare in Giappone, e si rifiutò di accettare la mia domanda. Avemmo un’aspra discussione e, alla fine, lo convinsi ad apporre il suo timbro sul modulo. Solo allora potei partire.

Note

(1) Secondo il modo di pensare coreano tradizionale, questi atti di generosità attiravano la buona fortuna verso la propria famiglia.

(2) Gioco simile al «tris», ma molto più complesso.

(3) Una novella molto popolare in Corea che narra di avvenimenti storici della Cina.

(4) Il patriota che redasse, nel 1919, la bozza della Dichiarazione di indipendenza della Corea nel corso dell’occupazione giapponese durata dal 1905 al 1945. Poco dopo però, per timore delle possibili rappresaglie giapponesi, ritirò la sua firma.

(5) La composizione di frasi con pennelli più o meno spessi è in Oriente una vera e propria forma d’arte.

(6) Abito tradizionale coreano.

(7) Dangun è il leggendario fondatore del primo regno della Corea. La leggenda narra che la fondazione sia avvenuta nel 2333 a.C.

(8) Il regno che unì gran parte della Corea, e che durò dal 918 al 1392. Dal suo nome deriva quello della Corea attuale.

(9) Il regno che successe al Regno di Koryo, e che durò dal 1392 al 1897.

(10) Uno (57 a. C. – 935 d. C.) dei tre regni che confluirono nel regno di Koryo.

(11) Antenato del «clan» Pak, conosciuto perché secondo la tradizione è stato originato da un uovo divino.

(12) Il terzo (18 a. C. – 660 d. C.) dei tre regni che confluirono nel regno di Koryo.

(13) Oltre ai quattro morti in tenera età dei quali parla alcune righe prima, un quinto fratello era morto alla nascita.

(14) Il nome scientifico è Ixeris dentata.

(15) Insalata piccante di riso con verdure.

(16) Due dei tre diversi tipi di scrittura usati in Giappone.

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