La Resurrezione

La Storia Umana e la Rinascita dell’Uomo dalla Morte alla Vita

Premessa

Si potrebbe dire che la storia della religione è la storia della vita e della morte. La Bibbia racconta che all’origine della vita umana il Signore disse ai nostri progenitori di non mangiare il frutto proibito perché “il giorno in cui ne mangerete, voi morirete”. Se, come possiamo supporre, a causa del loro atto ribelle è sopraggiunto un certo tipo di morte, nel lavoro di salvezza di Dio la morte è superata e la vita trionfa. Nell’ambito della fede cristiana questa situazione è riportata molto chiaramente nel Vangelo di Giovanni in cui Gesù è visto come il messaggero di vita. Liberando l’umanità dalla maledizione della morte descritta nella Genesi, Gesù proclama:

“Sono venuto affinché abbiano vita e l’abbiano in abbondanza.” (Gv. 10:10)

Il passaggio dalla morte alla vita è la resurrezione. Il processo di resurrezione ha molte sfaccettature e in questo capitolo le esamineremo. Affronteremo la polemica tra l’interpretazione fisica e l’interpretazione spirituale della resurrezione, aggiornando alcuni concetti antiquati riguardo a questo soggetto. Esamineremo l’ascesa dell’umanità verso la vera vita sia come processo storico, che influenza cioè tutti gli uomini, sia come speranza reale delle persone al giorno d’oggi. Infine, considereremo alcune questioni connesse alla resurrezione come la reincarnazione e l’unificazione religiosa, e chiariremo alcuni aspetti inconsueti, relativi all’influenza che la resurrezione può avere su di noi persino dopo la morte.

Morte spirituale e vita spirituale

Secondo la tradizione cristiana, Gesù risorse tre giorni dopo la sua crocefissione e vinse la morte. Per merito della sua vittoria tutti quelli che lo seguono possono ereditare la vita eterna.

Ciò ha fatto sì che l’insegnamento tradizionale della chiesa cristiana e il credo saldamente radicato degli ambienti fondamentalisti di questi ultimi tempi, affermino che tutte le persone di fede del passato, con il ritorno del Cristo, saranno redente dalla morte. Agli inizi del suo ministero, S. Paolo risolse una scottante questione di ordine, sorta fra i più zelanti cristiani, dichiarando chi sarebbe stato il primo a incontrare Gesù. Secondo S. Paolo, con il Secondo Avvento di Gesù “... prima risorgeranno i morti in Cristo” (1 Ts. 4:16). Probabilmente, prendendo spunto da affermazioni simili il Credo di Nicea, recitato anche oggi nella messa cattolica e nei servizi protestanti, esprime una fede nella resurrezione della carne.

Tuttavia, se pensiamo al processo di resurrezione come a un effettivo processo fisico, ci troviamo subito coinvolti in alcuni problemi. Dobbiamo credere, ad esempio, che i corpi fisici seppelliti e ormai decomposti, con l’avvento di Cristo saranno ricomposti? Concetti di questo genere non accrescono molto la credibilità nella fede religiosa. Gli studiosi moderni, messi in difficoltà da una simile concezione materialistica della vita eterna, hanno cercato di sostituirla in parte con il concetto greco dell’immortalità dell’anima, e in parte con la spiegazione che la dottrina della resurrezione fisica è un modo simbolico per enfatizzare la cura che Dio ha per la personalità umana nella sua completezza.

Il punto di vista dei Principi Divini sulla resurrezione riflette una comprensione spirituale del significato di vita e di morte. Luca ci riferisce la storia di un discepolo di Gesù che gli manifesta il desiderio di ritornare a casa per intervenire al funerale di suo padre. La risposta di Gesù a questa richiesta è apparentemente paradossale:

“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti, tu va ad annunziare il Regno di Dio”. (Lc. 9:60)

In queste parole di Gesù troviamo due diversi concetti di morte: la persona che deve essere seppellita è morta fisicamente, mentre chi deve seppellirla, sono, almeno nella visione di Gesù, dei morti in senso spirituale.

fig.1

Il concetto di morte spirituale è un concetto antico, che risale alla tradizione ebraica. Ezechiele, ad esempio, paragonò il ritorno degli esuli da Babilonia alla resurrezione dalla morte (Ez. 37:1-14). L’autore dei Salmi ricorre frequentemente a espressioni come “mi hai fatto risalire dallo Scèol e mi hai dato vita tra quelli che scendono nella fossa” (SI. 30:3) e a espressioni di speranza perché, dopo essere stato negli “abissi della terra”, il Signore lo fa rivivere ancora (SI. 71:20). Riflettendo un’idea parallela, l’autore del libro dell’Apocalisse, nel Nuovo Testamento, scrive sdegnato alla Chiesa di Sardi:

“Conosco le tue opere: hai fama di essere vivo, invece sei morto”. (Ap. 3:1)

A sostegno di questo concetto di resurrezione interiore il Vangelo di Giovanni riporta le parole di Gesù ai suoi discepoli:

“Chi crede in me, anche se è morto, vivrà”. (Gv. 11:25)

In questa espressione traspare il concetto che chiunque è connesso alla sovranità di Dio attraverso Cristo, è vivo indipendentemente dal fatto che il suo corpo fisico sia ancora funzionale o meno. Secondo la visione di Giovanni, la vita è essenzialmente una qualità spirituale, non uno stato fisico, e chiunque può conquistarla attraverso la sua relazione con Gesù.

Per tutti questi autori biblici quindi la morte è uno stato spirituale, uno stato del cuore, caratterizzato da un senso di disperazione, da mancanza di amore e dalla separazione da Dio, fonte di vita. Per contro, chi possiede la vita spirituale può, attraverso la sua relazione con Dio, sentire speranza ed esprimere amore. È una persona riconciliata con Dio e con sé stesso che può condividere la vita che ha trovato, con gli altri. Citando le parole di Paul Tillìch, egli è un Nuovo Essere:

“Resurrezione... è il potere del Nuovo Essere di creare la vita dalla morte, qui e adesso, oggi e domani... dalla disintegrazione e dalla morte è nato qualcosa di significato eterno”.

Contro l’interpretazione spirituale di resurrezione è citato il notevole fenomeno riportato nel capitolo 27 del Vangelo di Matteo. In esso leggiamo di fatti accaduti immediatamente dopo la morte sulla croce di Gesù. Si racconta che:

“I sepolcri si aprirono e molti corpi di santi che riposavano, risuscitarono e, usciti dai sepolcri dopo la sua resurrezione, entrarono nella città santa e si manifestarono a molti”. (Mt. 27:52-53)

Se un evento simile fosse realmente accaduto, avrebbe sicuramente fornito un valido sostegno alla credenza nella resurrezione fisica. Tuttavia, se tutto questo si fosse davvero verificato, ci potremmo chiedere che cosa ne è stato poi dei santi risorti. Non avremmo forse dovuto leggere qualcosa dei loro interventi miracolosi negli Atti degli Apostoli o nelle Lettere di S. Paolo? Non sarebbero stati forse capaci di dissuadere i giudei dal perseguitare il nuovo lavoro di Dio? Probabilmente proprio a causa di questi ovvi problemi storici cosi pochi, oggi, interpretano letteralmente l’espressione contenuta nel Vangelo di Matteo.

I Principi Divini accettano l’interpretazione che la resurrezione non implica il ritorno alla vita dei corpi fisici, infatti, non vi erano corpi fisici risuscitati dalla tomba al tempo della crocifissione. Quelli che si manifestarono a quel tempo invece erano gli spiriti dei santi morti, come gli spiriti di Mosè e di Elia che apparvero insieme a Gesù sul monte della Trasfigurazione. Non bisogna dimenticare che, oltre al corpo fisico, ogni persona possiede una corrispondente forma spirituale che continua a vivere in eterno. Per questo motivo Mosè ed Elia furono riconosciuti quando apparvero accanto a Gesù, centinaia di anni dopo la loro morte.

Un’altra affermazione fatta da molte persone di fede è che se i nostri progenitori non si fossero separati da Dio, nessuno di noi avrebbe mai conosciuto la morte fisica. A sostegno di un tale principio questi credenti citano la Genesi 2:17, in cui l’autore ci presenta Dio che proibisce ad Adamo ed Eva di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza perché, come dice il Signore: “Il giorno in cui ne mangerete, voi morirete”. Logica conclusione è che se fossero stati obbedienti, sia loro sia i loro discendenti sarebbero vissuti eternamente.

I Principi Divini insegnano che un’interpretazione di questo genere non è corretta. L’intenzione di Dio non era di far vivere eternamente sulla terra l’uomo, perché i nostri corpi fisici sono destinati inevitabilmente a invecchiare, a morire e ritornare alla terra. I Principi Divini fanno notare che se Dio avesse avuto l’intenzione di farci vivere eternamente nel nostro corpo fisico, non avrebbe avuto alcun motivo di creare il mondo spirituale destinato ad accogliere il nostro spirito. Il mondo spirituale non è stato il prodotto di qualche ripensamento da parte di Dio, ma è stato creato sin dall’inizio per ricevere il nostro io spirituale. La morte che Adamo ed Eva ereditarono come conseguenza della loro caduta, non fu tanto di natura fisica, ma piuttosto di natura spirituale.

Per di più possiamo vedere, attraverso II racconto biblico della Genesi che, nonostante la promessa della morte, Adamo ed Eva continuarono a essere vivi e attivi anche dopo che ebbero mangiato il frutto proibito; essi procurarono di che sostenersi e diedero vita a dei figli. E la Genesi riferisce anche che essi vissero per oltre 900 anni (Gn. 5:5). È evidente quindi che la loro morte “in [quel] giorno” fu qualcosa di diverso da una morte fisica.

Negli scritti di Giovanni, nel Nuovo Testamento, leggiamo che “chi non ama rimane nella morte” (I Gv. 3:14). Questo fu il destino di Adamo ed Eva. Separati dall’amore di Dio, essi non conobbero più il vero amore, perciò incontrarono la morte.

Il processo spirituale

Il famoso studioso ebreo Martin Buber descrisse una volta lo scopo della vita riferendosi a una leggenda asidica:

Quando Dio creò l’uomo, impresse il segno della Sua immagine sulla sua fronte e lo incise nella sua natura e, per quanto questo segno di Dio si affievolisca, non potrà mai essere completamente cancellato.

Secondo la leggenda asidica, quando il Baalshem (fondatore del Giudaismo asidico) evocò il demone Sammael, gli mostrò questo segno sulla fronte dei suoi discepoli, e quando il maestro ordinò al demone di andarsene, questi pregò: “Figlio del Dio vivente, permettimi di rimanere un po’ a guardare il segno dell’immagine di Dio sui vostri visi”. Il vero comandamento di Dio all’uomo è di realizzare questa immagine.

Se la morte provocata dalla caduta è spirituale, dev’essere spirituale anche la rinascita da quella morte. Perciò la resurrezione non si riferisce alla rinascita di corpi decomposti, ma a quella di spiriti inerti. È il processo di restaurazione interiore dell’immagine di Dio.

Ci si potrebbe chiedere come può aver luogo questo processo. Per riportare l’uomo a nuova vita, Dio ci dà la Sua Parola. La Legge, i libri della Sapienza, e le storie dell’Antico Testamento ci furono date per offrirci una guida e un insegnamento. Allo stesso modo gli insegnamenti morali e l’incomparabile vita di Gesù, nel Nuovo Testamento, ci furono dati per condurci a una nuova vita. Inoltre, in varie scritture (Gv. 16:13 ad esempio), c’è già la promessa di un’ulteriore rivelazione della Verità di Dio con il ritorno del Cristo.

Dio dà la Sua Parola perché l’uomo possa essere resuscitato.

Com’è già stato esposto in questo 5° capitolo di questo Corso di Studio, la purificazione e la crescita si realizzano attraverso la Parola di Dio. La Parola è una spada a doppio taglio: non porta solo il giudizio, ma anche una nuova vita. Riflettendo questo potere Gesù ci dice, nel Vangelo di Giovanni

“Chi ascolta la mia parola e crede a chi mi mandò, ha la vita eterna e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita”. (Gv. 5:24)

La resurrezione quindi inizia dal momento in cui ascoltiamo la Parola. Non è qualcosa che riguarda il futuro bensì riguarda il presente. Come Paul Tillich ha osservato, “la resurrezione avviene adesso o non avviene affatto”.

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Il passaggio spirituale dalla morte alla vita indica il cambiamento interiore di un individuo dall'inferno al cielo.

II processo della resurrezione

La resurrezione può anche essere concepita in altri termini. Poiché implica la restaurazione della natura caduta dell’uomo allo standard creato in origine da Dio, il processo di resurrezione potrebbe essere concepito come processo di restaurazione. Da un altro punto di vista, la resurrezione è ricreazione, poiché Dio ricrea ciò che è stato infranto e perduto.

Comunque si concepisca questo processo, i Principi Divini affermano che esistono delle leggi ben definite attraverso le quali questo processo si realizza. Il detto “aiutati che Dio ti aiuta” è qualcosa di più di una vecchia massima morale. La volontà di Dio non si compie unilateralmente; lo scopo della creazione è realizzato solo quando i Suoi sforzi sono completati dai nostri. Noi dobbiamo fare la nostra parte di responsabilità comprendendo e seguendo la Parola.

Secondariamente, anche se la resurrezione è un processo spirituale, non può avvenire separatamente dal corpo fisico. Come abbiamo detto nei Principi di Creazione, lo spirito di ogni persona è creato perché cresca e raggiunga la maturità attraverso la sua relazione con il corpo fisico. In coerenza con questo principio anche la resurrezione è connessa al fisico di un individuo, quindi alla sua esistenza fisica su questa terra. Il corpo è come il suolo in cui lo spirito può crescere.

Infine, i Principi Divini osservano che la resurrezione è un processo storico cumulativo che progredisce in conformità alle realizzazioni di ogni epoca. Possiamo trovarne un’analogia nel campo scientifico. Oggi la scienza ha raggiunto livelli molto specializzati sulla base della ricerca continua e delle scoperte fatte dagli uomini durante tutta la storia. Comunemente parlando, la presente generazione ha beneficiato di tutto quel progresso scientifico, anche se non ha avuto molto a che fare con esso. Noi ne beneficiamo semplicemente perché viviamo in un’era scientifica.

Questo è valido in campo spirituale. Sin dai tempi più antichi della storia umana i Servi di Dio hanno posto le basi per un progressivo avanzamento spirituale dell’umanità. Oggi noi ci troviamo sulla fondazione posta dai profeti e dai santi delle generazioni che ci hanno preceduto. Non è nostro compito, ad esempio, scoprire, come fece Isaia, che il Signore non cercava dai Suoi figli sacrifici od olocausti, ma piuttosto giustizia, amore e pietà (Is. 1:11-17). Ma per merito di questo sviluppo anteriore, noi iniziamo su un livello più avanzato. Perciò non solo noi veniamo sulla base delle conquiste spirituali precedenti, ma noi stessi contribuiremo a porre le condizioni spirituali che saranno ereditate dalle generazioni posteriori alla nostra.

La Resurrezione e la Storia

Auguste Compte, il fondatore della sociologia, teorizzò che il progresso dell’umanità è avvenuto attraverso tre stadi: quello teologico, quello metafisico e quello positivista. Questa teoria del progresso, adottata sin dal tempo della Rivoluzione Francese, descrive l’ascesa culturale dell’umanità simile all’evoluzione fisica identificata da Darwin. Per alcuni studiosi, questa visione razionale della storia può essere applicata anche all’evoluzione religiosa, alla rivelazione e alla resurrezione.

La resurrezione è andata avanti sin dall’alba della storia e, come la rivelazione, ha una natura progressiva. L’ascesa religiosa dell’umanità incomincia da una primitiva superstizione e barbarie e procede verso una maggiore sensibilizzazione e consapevolezza. Gli studiosi della storia della religione affermano che l’umanità è passata lentamente dall’animismo al politeismo e dal politeismo al monoteismo. Dio poteva illuminare l’uomo tanto quanto l’uomo era capace di comprendere e investire costruttivamente.

I Principi Divini mostrano che l’evoluzione religiosa dell’umanità può essere concepita come un progresso attraverso una successione di stadi, paragonabile alla vita di un uomo. Se Adamo ed Eva fossero rimasti fedeli ai consigli che il Signore aveva dato loro, sarebbero giunti, passando attraverso uno stadio di formazione, di crescita e di completezza, ad una vera maturità personale e ad una profonda relazione con Dio. Ugualmente, possiamo considerare l’evoluzione della coscienza spirituale dell’umanità come uno sviluppo interiore attraverso 3 stadi.

fig.3

La rivelazione graduale della Parola di Dio ha condotto al progressivo sviluppo spirituale dell'umanità.

Mentre non c’è alcun dubbio che Dio abbia iniziato a lottare, per far risorgere l’umanità, subito dopo la caduta di Adamo ed Eva, c’è ben poco, negli eventi riportati dai primi capitoli della Genesi, che possa mostrarci che l’uomo ha offerto un valido punto d’appoggio a Dio. Situazioni come l’uccisione di Abele da parte di Caino, la maledizione di Noè a suo figlio Cam e la costruzione della Torre di Babele, ci offrono una ben magra speranza.

Tuttavia, con Abramo sembra che si sia cominciata a stabilire qualche fondazione. Abramo è l’uomo con il quale Dio ha iniziato a stabilire la Sua alleanza con l’umanità. È la persona che la Bibbia descrive mentre offre con fede suo figlio Isacco sull’altare. Inoltre, i suoi nipoti, Esau e Giacobbe, restaurano il rancore di Caino e Abele superando le ostilità fra loro e accettandosi come fratelli. Per i Principi Divini quindi, Abramo e la sua famiglia rappresentano il punto iniziale per una resurrezione universale, e i 2000 anni, da Abramo a Gesù, costituiscono lo stadio di formazione per il ritorno dell’umanità a Dio.

Sebbene Abramo fosse un consacrato del Signore, nella particolare epoca storica in cui lui ha vissuto, anche le persone prescelte erano molto distanti da Dio, tanto da potersi accostare a Lui solo attraverso il sacrificio di animali e di offerte naturali. Dopo un certo periodo di avanzamento spirituale Dio diede all’uomo i 10 Comandamenti, attraverso Mosè. Ancora più tardi i profeti ebrei elevarono lo standard spirituale di vita degli israeliti svelando ulteriori aspetti della natura di Dio e della vita religiosa.

Le persone che vissero a quel tempo realizzarono la loro parte di responsabilità per ritornare a Dio obbedendo con fede alla Legge di Mosè che potremmo considerare come lo stadio iniziale della rivelazione della Parola di Dio. E potremmo considerare questa era storica come il periodo in cui il rapporto tra l’uomo e Dio era governato dalla Legge.

In seguito, in conformità a questo stadio formativo di resurrezione, Dio mandò Gesù con la missione di elevare lo stato spirituale dell’umanità a un livello di effettiva completezza. Tuttavia, a causa del fallimento del popolo ebreo nell’accettare Gesù, non poté essere raggiunta questa nobile meta. Perciò il periodo che va dalla sua morte a oggi rappresenta semplicemente un ulteriore stadio dell’evoluzione religiosa dell’umanità. Mentre la Parola dell’Antico Testamento fu l’iniziale guida che consentì il primo approccio degli ebrei a Jahvè, il Nuovo Testamento realizzò lo stesso ruolo di guida spirituale durante gli anni successivi alla morte di Gesù. Quindi quest’ultimo potrebbe essere considerato come lo stadio di crescita della rivelazione della Parola di Dio mentre l’epoca del Nuovo Testamento potrebbe essere considerata come l’Era della giustificazione tramite la fede nella Parola del Nuovo Testamento.

Seguendo questo schema si può facilmente anticipare il passaggio successivo. Il Secondo Avvento deve realizzarsi sulla fondazione dei due stadi precedenti. Ai nostri giorni la missione del Messia è di portare il Completo Testamento che deve adempiere le promesse dell’Antico e del Nuovo Testamento e completare la realizzazione del Regno dei Cieli sulla Terra. L’umanità di questa epoca storica può essere resuscitata allo stadio di completezza accettando e incarnando la nuova espressione della Parola e riconoscendo e sostenendo il Messia mandato da Dio. Perciò mentre l’epoca precedente rappresentava l’Era della giustificazione tramite la fede, l’Era del Completo Testamento sarà un periodo di giustificazione tramite il servizio verso il Messia che viene.

I Principi Divini insegnano che un uomo raggiunge il livello di completezza quando, attraverso il Messia, si libera dalla schiavitù del peccato originale e stabilisce una totale relazione di amore con Dio. Il raggiungimento dello stadio di completezza non vuol dire che la nostra crescita spirituale è arrivata a un punto d’arresto. Al contrario, continua eternamente. Mentre l’apostolo Paolo diceva di sé stesso e dei primi cristiani: “Gemiamo interiormente, aspettando l’adozione a figli...” (Rm. 8:23), nello stadio finale della resurrezione l’umanità dovrà evolversi dalla posizione di figli adottivi a quella di veri figli di Dio. Possiamo perciò sperare che la grande promessa dell’autore del libro dell’Apocalisse, alla fine si realizzerà:

“Ecco la dimora di Dio con gli uomini. Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno il Suo popolo ed Egli sarà il «Dio-con-loro»”. (Ap. 21:3)

La Vita oltre la Vita

L’idea che l’uomo sopravviva alla morte fisica è stata espressa in così tante occasioni che deve essere presa in considerazione. In certi dialoghi di Platone, fra cui “La Repubblica” e “Fedone” s’incontra questo concetto della sopravvivenza dell’anima, dopo la morte, in un altro regno. Dante dedicò un’intera opera “La Divina Commedia” alla descrizione dei suoi viaggi attraverso i regni spirituali dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso. Shakespeare fa conversare Amleto con lo spirito vendicativo di suo padre assassinato. Ed anche negli scritti di Emmanuel Swedenborg, spiritualista svedese del XVIII secolo, c’è la descrizione delle sue profonde esperienze con il mondo dello spirito e i suoi abitanti.

E non bisogna trascurare la Bibbia. Sia Isaia (26:19) che Daniele (12:2) descrivono la loro aspettativa della vita dopo la morte, mentre si riporta che sia Gesù (Lc. 9:30-31) che S. Paolo (At. 26:13-26) incontrarono delle persone in spirito. In effetti, nella prima lettera ai Corinzi S. Paolo si dilunga nel descrivere le caratteristiche del “corpo spirituale” nel quale, afferma, i credenti saranno risuscitati (1 Cor. 15:35­50).

I Principi Divini (come già esposto nei Principi di Creazione) affermano inequivocabilmente la continuazione della vita dopo la morte fisica. Poiché Dio è eterno, deve aver creato i Suoi figli a Sua immagine, perché anch’essi vivessero eternamente.

Il problema è quale sarà la nostra esperienza “dall’altra parte”. Sebbene nella tradizione cattolica la dicotomia tra cielo e inferno sia attenuata dal concetto del purgatorio, la posizione storica della fede cristiana è che le alternative a cui ogni individuo sarà posto di fronte dopo la sua morte, sono solo queste due: il cielo o l’inferno. Se uno avrà seguito Dio e accolto Suo Figlio, avrà assicurata l’eterna salvezza nel Regno dei Cieli. A chi avrà invece deviato, dalla retta via saranno riservati i tormenti dell’inferno.

Per i Principi Divini il mondo spirituale non è limitato semplicemente al cielo e all’inferno, ma si differenzia secondo parecchi livelli. La posizione di un individuo dopo la morte è determinata da quanto ha conquistato spiritualmente durante la sua vita. Contrariamente al tradizionale concetto di cielo e inferno, intesi come premio o castigo, i Principi Divini affermano che la nostra posizione nell’aldilà sarà il naturale risultato della qualità della vita che abbiamo condotto durante la nostra esistenza fisica. I Principi Divini sono completamente d’accordo con il prof. John Macquarrie dell’Università di Oxford che, scrivendo a proposito del cielo, sostiene con fermezza l’organica connessione tra le fasi della vita di un individuo prima e dopo la morte:

“Il cielo non è una ricompensa che si aggiunge alla vita di fede, di speranza e di amore, ma è semplicemente la conclusione di quella vita, cioè la realizzazione di una vita orientata da quei principi. Inteso in questo modo... il simbolo (cielo) sta significando la pienezza dell’essere”.

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Il livello di una persona nel mondo spirituale è determinato da quanto essa ha realizzato su questa terra.

Così come l’evoluzione religiosa, anche la crescita spirituale di ogni persona può essere concepita come un processo attraverso tre stadi. Conformemente a questo, i Principi Divini affermano che si possono distinguere le persone in spirito nei diversi livelli. Una persona che è cresciuta attraverso lo stadio di formazione della resurrezione diventerà, dopo la sua morte fisica, uno spirito in formazione e vivrà nel livello di formazione del mondo spirituale. Allo stesso modo si possono usare i termini di spirito in vita e spirito divino per descrivere quelle persone che sono cresciute sulla terra rispettivamente attraverso gli stadi di crescita e di completezza. Lo stadio di crescita del mondo spirituale è il Paradiso, mentre lo stadio di completezza è il Regno dei Cieli.

Nella tradizione cristiana il Paradiso e il Regno dei Cieli sono intesi come se fossero la stessa cosa. Tuttavia, i Principi Divini li distinguono chiaramente. Il Regno dei Cieli rappresenta la regione spirituale in cui vanno tutti gli spiriti che hanno realizzato lo scopo della creazione di Dio, cioè le tre benedizioni che devono essere realizzate sulla terra. Ma la realizzazione del Regno dei Cieli sulla terra avverrà al Secondo Avvento. Gesù, con la sua morte e resurrezione, ha aperto per i suoi seguaci lo stadio di crescita della resurrezione. Il loro passaggio al Regno dei Cieli avverrà attraverso il Secondo Avvento.

La crescita nel mondo spirituale

Innumerevoli persone sono già passate nel mondo spirituale e senza dubbio la maggior parte di esse è ben lontana dall’aver realizzato una completa resurrezione. Poiché, per crescere spiritualmente, un individuo ha bisogno del corpo fisico, dobbiamo cercare di capire qual è il destino di tutte quelle persone che ora possiedono solo il corpo spirituale. È possibile per loro continuare il processo di resurrezione?

Nella sua autobiografia, Memories, Dreams, Reflections (Memorie, Sogni, Riflessioni), il famoso psicologo svizzero Carl Jung riporta la sua conversazione con un vecchio indiano, un uomo di grande cultura, amico di Mahatma Gandhi. Discutendo sui diversi metodi di educazione esistenti in India, a una domanda rivoltagli da Jung, l’indiano rispose che il suo guru era un uomo di nome Shankaracharya. Allora Jung gli chiese:

“Intendi forse il commentatore dei Veda, morto centinaia di anni fa?”. “Sì, voglio dire proprio lui”, - rispose - con mia grande sorpresa. “Allora ti riferisci a uno spirito?” - gli chiesi. “Naturalmente, era il suo spirito” ...
“Esistono anche dei guru spirituali” - aggiunse. “La maggior parte della gente ha come guru una persona viva, ma c’è sempre qualcuno che ha per maestro uno spirito”.

Come racconta lo stesso Jung, questa conversazione gli fu di grande illuminazione perché, per un lungo periodo di tempo, aveva avuto un’esperienza simile ma non era mai stato in grado di spiegarla. Attraverso quest’amico indiano egli giunse a capire che gli uomini sulla terra spesso sono guidati da persone nel mondo spirituale.

Secondo i Principi Divini, i fenomeni sperimentati da Jung e dal suo compagno sono un esempio dell’attività degli spiriti che stanno continuando il loro processo di resurrezione. Non avendo completato tale processo durante la vita fisica, questi spiriti ritornano sulla terra in forma spirituale per portare a termine il compito da loro lasciato incompiuto. Fanno questo, aiutando e guidando gli uomini che sono ancora sulla terra. Mentre uno spirito aiuta le persone quaggiù a crescere e a realizzarsi, riceve egli stesso un beneficio spirituale e progressivamente risorge.

Affermare che gli spiriti cooperano con le persone qui sulla terra, potrà forse suscitare non poche perplessità. Tuttavia, come ha fatto notare Morton Kelsey, educatore religioso all’Università di Notre Dame, tale scetticismo è limitato soprattutto al mondo occidentale forse eccessivamente razionale. Anche se le argomentazioni di Kelsey sono troppo complesse perché siano riportate qui, nel suo Encounter With God (Incontro con Dio), egli spiega che generalmente nella civiltà occidentale le forze spirituali non hanno ricevuto il loro giusto riconoscimento soprattutto a causa dell’influenza del filosofo greco Aristotele.

“C’è un’altra visione dell’uomo, tuttavia, che si trova ovunque non sia stata avvertita l’influenza di Aristotele e del pensiero occidentale del XIX secolo. Nella maggioranza delle culture, da quelle primitive a quelle più elevate della Cina, dell’India, dell’Islam e del Cristianesimo bizantino, la realtà non fisica è stata considerata capace di influenzare il destino dell’uomo più ancora del mondo fisico”.

Del resto, il fatto che esista una cooperazione spirituale non manca di documentazione nella stessa Bibbia. Ad esempio, l’affermazione di Gesù che Giovanni Battista era Elia, suggerisce chiaramente un rapporto spirituale fra questi due personaggi. Anche se Elia era nel mondo spirituale, i Principi Divini sostengono che egli aveva la responsabilità di completare la sua missione sulla terra lavorando assieme a Giovanni Battista, quale suo successore. Analogamente, l’autore della lettera agli Ebrei, suggerisce che gli antichi profeti e altri servi del Signore troveranno la loro salvezza finale solo attraverso la generazione presente:

“Eppure tutti costoro, pur avendo ricevuto buona testimonianza per la fede, non conseguirono le promesse perché Dio, avendo previsto qualcosa di meglio per noi, non li fece arrivare alla perfezione senza di noi”. (Eb. 11:39-41)

I Principi Divini fanno notare come il periodo in cui Gesù era sulla terra e quello del Secondo Avvento sono entrambi tempi speciali in cui la possibilità di un progresso spirituale per chi ha fede sulla terra è particolarmente grande. Dopo tutto, questi sono tempi in cui appare di nuovo la parola ricreatrice di Dio, che apre nuove strade per la crescita spirituale stimolando persone di qualsiasi cultura e condizione a raggiungere nuovi livelli. Pertanto, possiamo aspettarci che in questi tempi l’attività degli spiriti sulla terra sia particolarmente intensa.

Il capitolo 27 del Vangelo di Matteo, ad esempio, ci narra che quando Gesù morì sulla croce, molti santi risorsero dalle loro tombe. Come si è già in precedenza discusso, tali racconti non devono essere intesi in senso letterale, ma vanno piuttosto interpretati come la descrizione di una realtà spirituale. Profeti e santi morti in passato stavano collaborando attivamente alla nuova dispensazione di Dio, cercando di innalzare sé stessi a livelli spirituali sempre più alti di realizzazione spirituale. Se questo è ciò che accadde in passato, i Principi Divini sostengono che ci si può aspettare un’attività spirituale altrettanto intensa al tempo del Secondo Avvento.

L’influenza degli spiriti malvagi

Se il rapporto fra l’amico indiano di Jung e il suo guru spirituale era di natura evidentemente positiva, questo, però non è sempre vero in tutti i casi d’influenze spirituali. Molti spiriti di persone che sulla terra hanno condotto una vita poco buona, si trovano nel mondo spirituale in uno stato mentale confuso o addirittura distruttivo. In questi casi, se tali spiriti entrano in rapporto con gli uomini sulla terra, la loro influenza non è certo benigna. Senza sottovalutare i fattori psicologici, emotivi e perfino chimici coinvolti in fenomeni del genere, i Principi Divini suggeriscono che la presenza di queste oscure forze spirituali accanto a individui facilmente influenzabili, può condurre a un gran numero di tragiche esperienze.

Il noto film “L’esorcista”, pur essendo chiaramente un racconto esasperato di possessione spirituale, era effettivamente basato su una storia vera.

È forse nel campo delle psicosi mentali, tuttavia, che la possibilità di un’influenza da parte di forze spirituali nocive è maggiormente evidente. Nel suo libro The Presence of Other Worlds (La presenza di altri mondi), il dott. Wilson Van Dusen, uno psicologo che ha lavorato per 16 anni nell’ospedale di stato di Mendocino in California, descrisse la sua scoperta di ciò che egli chiama “la presenza di spiriti nella pazzia”. Van Dusen era stato vagamente a conoscenza degli scritti di Swedenborg sull’interazione fra gli spiriti e le persone sulla terra, ma fu soltanto attraverso la sua esperienza personale con i pazienti psicopatici che egli apprese ciò cui si riferiva lo scienziato svedese del XVIII secolo. Proprio come Swedenborg aveva scoperto che degli spiriti rappresentanti le forze della luce e delle tenebre, del bene e del male, erano in comunicazione con gli uomini sulla terra, così Van Dusen scoprì che i suoi ammalati erano a contatto sia visivo che vocale con forze che essi, e quindi lo stesso Van Dusen, consideravano esseri spirituali autonomi. Parlando dell’influenza che queste entità possono avere, Van Dusen scrive:

... Ho appreso due ordini di esperienze... chiamati ordine superiore e ordine inferiore. Le voci dell’ordine inferiore sono simili a quelle di vagabondi ubriachi, che si divertono a stuzzicare e tormentare le persone per il solo gusto di farlo... Essi trovano un punto debole nella coscienza di un individuo e lavorano su questo, interminabilmente... Tutti gli ordini bassi sono irreligiosi o antireligiosi... In contrasto diretto con questi, stanno gli ordini superiori (spiriti)... L’ordine superiore generalmente è più simbolico, religioso, disposto ad aiutare, educativo”.

Secoli fa, naturalmente, idee sull’esistenza d’influenze spirituali e fenomeni di possessione erano molto comuni. Il Nuovo Testamento, ad esempio, rivela chiaramente che Gesù credeva alle influenze spirituali. In più di un’occasione, infatti, egli è descritto mentre scaccia i demoni (p.e. Mt. 8:15-16; Mc. 5:1-20). Anche l’apostolo Paolo, dopo una lunga esperienza di cammino spirituale, descrive ai confratelli di Efeso la realtà delle potenze invisibili che agiscono sui fedeli, impegnati a lottare nella loro vita di fede:

“Indossate l’armatura di Dio... non si tratta per noi di una lotta contro sangue e carne ma contro i principi, contro le autorità, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti della malvagità nelle sfere celesti”. (Ef. 6:11-12)

Tutte queste affermazioni tendono a essere respinte dalla nostra cultura occidentale materialista, come riflesso di una visione antiquata del mondo. Tuttavia, alla luce delle scoperte moderne come quella di Van Dusen, e di fronte all’incapacità ormai riconosciuta della psichiatria moderna di guarire molte malattie mentali, una nuova apertura verso queste percezioni di Gesù e di S. Paolo è veramente necessaria.

Comunque, nonostante la potenzialità di bene o di male che le forze spirituali possono avere, i Principi Divini sostengono che la responsabilità fondamentale del comportamento e della condizione di un individuo, appartiene all’individuo stesso. Siamo noi a creare la base che determina quale tipo d’influenza spirituale, possiamo attrarre. Negare la propria responsabilità non è per nulla in accordo ai principi con cui Dio ha creato il mondo.

La teoria della reincarnazione

La fede nella reincarnazione risale a tempi antichissimi nella storia dell’umanità. Gli Induisti e i Buddisti vi hanno creduto per secoli e il mondo occidentale è divenuto familiare con questa dottrina negli ultimi 50 anni, attraverso i canali d’influenza dell’Oriente. Esaminiamo ora questa teoria alla luce dei Principi Divini.

Secondo la dottrina della reincarnazione, l’anima si incarna successivamente in corpi diversi, vivendo quindi molte vite qui sulla terra. Attraverso queste numerose vite, l’anima individuale ha la possibilità di evolversi; ciò che una persona non riesce a risolvere o a realizzare durante una vita, lo completa in quella successiva.

Ammettendo che ciò sia vero, la teoria della reincarnazione pretende di dare una risposta a domande molto gravi come queste: perché nel mondo ci sono persone così fortunate cui sono stati concessi tutti i vantaggi che i soldi e la cultura possono offrire, mentre altre nascono in circostanze molto difficili, dove qualsiasi progresso nella vita sembra impossibile? Perché un bambino nasce handicappato o cieco, mentre un altro viene al mondo perfettamente sano? Perché qualcuno vive fino a tarda età, mentre c’è chi muore solo dopo pochi giorni o pochi anni? Gli uomini e le donne non nascono liberi ed eguali, ma iniziano questa vita come dei cavalli in una corsa a handicap; non ce ne sono due con un peso uguale.

Come possono succedere queste cose - domanderebbe chi crede nella reincarnazione - se Dio è veramente un Dio d’amore, di giustizia e onnipotenza? La risposta di chi professa la reincarnazione, è che oggi noi stiamo raccogliendo, nel bene o nel male, il risultato di ciò che abbiamo seminato nel corso di numerose vite precedenti. Siamo stati molte volte uomini e molte volte donne. Alcuni, che oggi si trovano al fondo della scala sociale, hanno vissuto sulla terra come re, presidenti, ammiragli, alti prelati; altri, che ora occupano cariche potenti, in tempi passati hanno lavorato come semplici contadini, remato su galee o portato le catene di schiavi.

Nonostante queste argomentazioni i Principi Divini contestano la teoria della reincarnazione per diversi motivi. Innanzitutto, quest’idea è contraria ai Principi di Creazione secondo cui l’uomo, originariamente, doveva raggiungere la sua maturità nel corso di una sola vita. Terminata questa, egli sarebbe passato, nel mondo spirituale e sarebbe vissuto con Dio nella più grande gioia e gloria. Gli esseri umani non sono stati creati per assumere più volte diverse forme fisiche, per quanto imperfetto un uomo possa essere quando giunge al termine della sua vita sulla terra. Sostenendo che un individuo può progredire soltanto sulla terra, la dottrina della reincarnazione ignora il piano divino sull’eterna beatitudine del mondo spirituale, mondo in cui esistono innumerevoli sfere e regioni di evoluzione per l’uomo e dove un individuo ha grandi opportunità di migliorare sé stesso.

Nella tradizione induista la legge del karma, di causa ed effetto, asserisce che le conseguenze di ogni nostro atto devono essere scontate in questa o in una vita futura sulla terra. I Principi Divini, pur essendo d’accordo che la legge di causa ed effetto opera nella creazione e nessuno può sottrarsi a essa, affermano tuttavia, che le conseguenze di ogni nostra azione non saranno scontate in un’altra reincarnazione, bensì in questa vita o nel mondo spirituale. Pertanto, è importante capire che ciò che pensiamo, amiamo e facciamo adesso, determina la nostra vita e il nostro carattere nel mondo spirituale eterno, perché noi formiamo il nostro essere spirituale qui sulla terra.

Non possiamo neppure essere indotti a credere nella reincarnazione dal fatto che questa dottrina presume di spiegare le apparenti ingiustizie del mondo come, ad esempio, il motivo per cui esistono differenze fra ricchi e poveri. Queste situazioni non si possono semplicemente attribuire alla bontà o malvagità di un individuo in passato. Come la maggior parte. delle persone è d’accordo, le ricchezze, gli agi materiali, il prestigio, il potere non sono vere benedizioni di un valore spirituale fondamentale. Mosè rinunciò a una vita di agi e di comodità alla corte del Faraone per essere più vicino a Dio; Gautama Budda lasciò il suo palazzo, abbandonando la sua posizione di principe per ricercare la perfezione interiore. Ai giorni nostri Albert Schweitzer scelse di servire i poveri dell’Africa con amore cristiano rinunciando a una buona posizione e a un alto standard di vita. Anche Helen Keller, benché cieca, sorda e muta, conseguì dei risultati accademici molto elevati, raggiunse la luce spirituale e la pace interiore. Molte persone, dopo un incidente o una grave malattia, si rivolgono a Dio e per la prima volta trovano la gioia interiore e un alto scopo di vita. Perché? Perché una vita facile e un ambiente pieno di agi spesso costituiscono un impedimento alla crescita spirituale dell’individuo.

Indipendentemente da tutte queste considerazioni, c’è però un altro fatto che potrebbe convalidare la teoria della reincarnazione. Esistono molti casi di persone che, mentre leggono delle storie antiche o dei racconti di altre terre e altri tempi, “ricordano” gli eventi che stanno leggendo. Secondo i Principi Divini una “memoria” di questo tipo si verifica quando spiriti che cooperano con una persona rafforzano le immagini che inevitabilmente si creano nella mente di chi legge. Swedenborg una volta spiegò che se uno spirito dovesse parlare dei suoi ricordi con un uomo, questi non potrebbe fare a meno di credere che i pensieri che gli passano per la mente sono suoi, anche se, di fatto, sono i pensieri di quello spirito. Così, idee e pensieri improvvisi e sorprendenti possono essere la trasmissione dei ricordi dello spirito che coopera con una persona.

Infine, se per tutti questi secoli la reincarnazione fosse stata una realtà, ne dovremmo trovare conferma in un gran numero di anime perfette tra di noi. Sicuramente, a quest’ora, dovremmo vedere molti spiriti maturi e progrediti fra le persone ricche, belle e potenti della terra. Ma è vero questo? No, anzi, al contrario, in molti casi queste persone sembrano essere tanto immature e imperfette quanto il resto dell’umanità, se non addirittura di più.

Concludendo, i Principi Divini insegnano che uno spirito può raggiungere la sua maturità solo in congiunzione con il corpo fisico. In virtù di questo principio gli spiriti disincarnati sono destinati a ritornare sulla terra per entrare in contatto con le persone fisiche e progredire fino allo stadio di completezza. Gli esseri disincarnati ritornano effettivamente nella loro forma spirituale, per fare da maestri invisibili, per guidare e aiutare l’umanità. Più servono gli altri, più progrediscono; questo accade specialmente in questo tempo. Servendo le persone sulla terra e cooperando con loro, gli-uomini nel mondo spirituale possono avanzare più rapidamente che in ogni altra epoca della storia perché questo è il tempo della realizzazione della provvidenza di Dio, questo è il tempo del Secondo Avvento del Signore.

Verso l’unità delle religioni

Il romanziere britannico del XVIII secolo, Henry Fielding, nella sua famosa satira Tom Jones usa l’atteggiamento pontificale di un ministro cristiano per illustrare un esempio di classica arroganza religiosa. Questo ministro così sentenzia:

“Quando parlo di religione, intendo la religione cristiana; e non solo la religione cristiana, ma la fede protestante; e non solo la fede protestante, ma la Chiesa d’Inghilterra”.

Anche se ovviamente il ritratto di Fielding è un’esagerazione comica di pregiudizio religioso, ciò nondimeno è indicativo di un tipo di bigottismo per niente insolito fra molti credenti, siano essi cristiani, ebrei, buddisti o di qualsiasi altra fede. Tale è stata la frammentazione religiosa dell’umanità.

I Principi Divini ci insegnano che il tempo di questa divisione è quasi giunto al termine. In un’era di scambi culturali e cooperazione internazionale come la nostra, il futuro delle varie fedi religiose è necessariamente interdipendente. Dal punto di vista dei Principi Divini, una visione integrata e universale delle religioni è proprio lo strumento necessario a ricondurre la famiglia umana al suo stato di unità e di benessere. Se la religione non riuscirà a svolgere questo ruolo, qualche altra potenza, forse persino una forza totalitaria come il comunismo, cercherà di colmare questa lacuna. Pertanto, la nostra era si appella all’unità delle religioni. Un’armonizzazione concreta di tutte le fedi del mondo, da un lato genererà nuove energie per superare i problemi che affliggono l’umanità, dall’altro porterà alla piena realizzazione dei valori spirituali comuni alle religioni stesse.

Al tempo del Secondo Avvento - insegnano i Principi Divini - le tradizionali barriere religiose saranno abbattute. Questo processo verrà senza dubbio facilitato dall’aiuto del mondo spirituale, forse persino degli stessi fondatori delle diverse religioni. Come abbiamo già spiegato in precedenza, gli spiriti che sono rimasti al livello del Paradiso devono inevitabilmente ritornare sulla terra e cooperare con i fedeli al tempo del Secondo Avvento. Il tempo in cui questo avviene e il tipo di guida che una persona sulla terra riceve da parte di uno spirito dipende dall’attitudine, dalla fede e dalla disposizione della persona stessa. In ogni caso, i Principi Divini suggeriscono che per mezzo di tale guida, a poco a poco l’unificazione delle religioni si realizzerà.

Secondo questo insegnamento tutte le religioni sono sorte come frutto della provvidenza di Dio per illuminare la coscienza dell’uomo. Il Taoismo, il Confucianesimo, il Buddismo, gli insegnamenti di Zoroastro, l’Islamismo, lo Scintoismo e l’Induismo, hanno tutti contribuito allo sviluppo spirituale dell’umanità, ponendo la fondazione per la realizzazione della dispensazione finale: stabilire il Regno dei Cieli sulla terra.

Se è vero che tutte le grandi religioni sono basate su un certo grado di verità divina e hanno servito in vari modi allo scopo di Dio, i Principi Divini, tuttavia, riconoscono nella rivelazione giudeo-cristiana il messaggio centrale di Dio per l’umanità. Pertanto, il Cristianesimo non è una religione soltanto per i cristiani, piuttosto è la fede centrale che, grazie alle sue intuizioni, è in grado di costituire il nucleo fondamentale, attorno al quale tutte le altre religioni possono dare il proprio contributo nella maniera più completa.

Di conseguenza, messaggi relativi al Secondo Avvento di Cristo, probabilmente non verranno soltanto da parte di Gesù, ma anche da parte dei fondatori di tutte le altre religioni. Questi capi religiosi realizzeranno la loro missione e completeranno la propria resurrezione tramite la partecipazione sincera dei loro seguaci al lavoro del Signore del Secondo Avvento. Poiché il ritorno di Cristo è un evento di portata universale, i suoi effetti non saranno limitati solamente al mondo cristiano. Alla fine, l’intera umanità parteciperà a questo evento cosmico per realizzare la resurrezione di ciascun individuo e la restaurazione dell’universo.

fig.5

Influenze specifiche del mondo spirituale contribuiranno a realizzare l'unità delle religioni nel mondo.

Allora, per la prima volta nella storia, religioni diverse saranno armonizzate, guidando tutti gli uomini verso la realizzazione di una fratellanza universale. Infine, i Principi Divini annunciano che anche l’unità dei due mondi, quello spirituale e quello fisico, sarà realizzata. Uomini e donne che hanno raggiunto la maturità, fungeranno da mediatori, e il risultato sarà la completa armonizzazione e comunicazione fra questi due mondi. Di conseguenza il nuovo mondo di perfezione sarà altamente spirituale; sarà il Giardino di Eden o il Cielo sulla terra. Si stabilirà il tipo di vita che Dio aveva desiderato per tutti i Suoi figli, e il Suo ideale di creazione sarà finalmente realizzato.

Conclusione

Per i Principi Divini il significato più profondo della resurrezione sta nel trionfo eterno della vita spirituale sulla morte spirituale. Come la mitica fenice, che muore consumata dalle fiamme e poi risorge dalle sue ceneri, anche l’umanità è destinata alla vita spirituale che dura in eterno. Questo è stato il lavoro di Dio sin dall’alba della storia.

Questo lavoro sarà completato al ritorno di Cristo, nel tempo del Secondo Avvento. Cristo viene come manifestazione dell’umanità perfezionata, come esempio di amore a livello individuale, familiare, nazionale e mondiale. Egli perciò viene per trasformare il mondo secondo, lo scopo di Dio e per stabilire il Suo Regno sulla terra.

“Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”. In questa professione di fede recitata in tutte le messe cattoliche del mondo, è racchiusa la promessa della nostra era. Tuttavia, ci sono molte domande, ancora prive di risposta, che riguardano l’evento cosmico del Secondo Avvento, domande che sono state discusse per secoli nell’ambito della fede cristiana. Quando avverrà il Secondo Avvento? E dove? Come potremo riconoscere il Signore del Secondo Avvento? Come potremo prendere parte al suo lavoro?

Queste domande avranno una risposta ben delineata nel prossimo, conclusivo capitolo intitolato “Il Secondo Avvento”.

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